Giulio Berton ... è stato scritto ...
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"L'arte con gli occhi dell'anima"
di Antonella Alban
Presentazione della monografia di Giulio Berton
“ I volti del Bellunese nella pittura di Giulio Berton “:
così l’ esposizione che si aprirà il 18 luglio in Birreria Pedavena con la quale si vuole ripercorrere l’evoluzione formale dell’artista che è considerato tra i più significativi del Novecento bellunese tale da essere inserito nelle collezioni civiche della città e del Comune di Pedavena. Allievo di Piccoletto e di Bassetto, è stato affascinato dal Postimpressionismo soprattutto di Cézanne, così da rendere i dati della realtà umana e paesaggistica bellunese nell’essenzialità delle forme e dei colori. Soprattutto nei paesaggi si richiama anche a soluzioni divisioniste e fauve . Le regolari e intense stesure cromatiche ricordano la modulazione cezanniana preludente all’astrazione con brillanti effetti d’insieme.
Nelle ultime opere paesaggistiche la linea si fa più distesa, il colore più morbido con effetti lirici di serena nostalgia.
Tuttavia è nei ritratti che Giulio Berton colpisce per la forza espressiva. Le stesure accese e accostate senza trapassi danno luogo a contrasti cromatici talvolta violenti che risaltano con immediatezza il carattere unico di personaggi riconoscibili spesso anche per aspetti fisiognomici locali .
La mostra, curata da Adriana Querincig Lanciato per il Centro europeo Rizzarda, si aprirà alle 18,30 in Sala Elefanti e si chiuderà il 19 settembre.
Paolo Rizzi:
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"Dipingere "en plein air", come fa Giulio Berton da almeno
trentacinque anni, non è soltanto una prassi di chi segue l'orma
degli Impressionisti. È un modo - oggi più nuovo di ieri
- di entrare all'interno del rigoglio organico della natura: quasi a
volerne cogliere il ritmo di ordine cellulare, quindi la modalità
strutturale. Nella vallata e tra le colline di Limana, Berton succhia
gli umori della terra ora, osservandola da lontano, ora fissandone il
suo fermentare da vicino. Ecco che la vegetazione, specie nei quadri
autunnali, sfarfalleggia con un movimento sempre variato; e l'artista
ne fissa quasi il tessuto nel momento in cui si disgrega sotto una folata
di vento. Ma ecco anche il respiro, quasi l'alitare del fogliame che
nell'approssimarsi dell'immagine esce dalla convenzionalità ottica
facendosi appunto intrico organico, aggrovigliata matassa sotto cui
si nasconde il nucleo primo della vita. La pittura per Berton - almeno
così ritengo osservando i suoi quadri - non è quindi soltanto
un ritrasmettere l'emozione segreta del vedere: è un immergersi
negli umori della natura come un insetto in straordinaria simbiosi fisica
e psichica. Piace la scioltezza del tocco unitamente alla capacità
di rendere gli effetti della luce-colore. Del pari piace lo sforzo che
fa l'artista di darci quel "qualcosa di più" che soltanto
la globalità del sentire capta. Allo stesso modo dei paesaggi,
sono le nature morte o le figure, a testimoniare dello sforzo che fa
Berton per uscire da modalità convenzionali. Labilità
indubbia diventa un supporto; e la pittura uno strumento di conoscenza.
L'artista in tal modo, mettendo a frutto la lezione di Piccolotto e
insieme quella di Bassetto, è riuscito a conciliare fluidità
e scioltezza dell'Impressionismo a nuovo sentimento della natura: cioè
a rinverdire la grande stagione del dipingere."
Paolo Rizzi
Così dice di lui Lidia Brogliati 1998
«L'atteggiamento un po' bohemien non deve trarre in inganno:
Giulio Berton è un'artista che concretamente
costruisce giorno dopo giorno l'immagine di una natura amica che chiede
di essere trasfusa sulla tela con rapide pennellate.
Berton visita di frequente il vasto parco di Cesa disegnato da Alessandro
Poiteau, architetto dei giardini di Versailles.
Il suo occhio scompone e ricompone le forme dei lunghi viali di carpini,
che diventano pretesto per una ricerca costante sul piano tecnico ed
espressivo.
Il contatto dell'artista con la natura, soggetto talvolta insidioso,
è diretto, senza forzature, lontano dagli "ismi". Si
avverte semmai, ma non in senso riduttivo, l'insegnamento del Bassetto,
che l'artista frequentò negli anni dell'apprendistato.
Berton coglie con immediatezza l'essenza della realtà e la rappresenta
in tempi brevi: non ripetizione di moduli, ma coerenza eminentemente
interiore e stilistica oltre che cromatica. Il colore infatti, un verde
articolato in gamme infinite che diventano toni musicali, è il
Lit-motif che caratterizza in senso unitario ogni composizione: i colori
assumono la valenza di testimonianza di un momento in sé compiuto,
e denunciano la padronanza dei mezzi espressivi adottati.
Nella "verità"che l'artista avverte nella natura
c'è forse un risvolto psicologico, il sogno di racchiudere in
un quadro tutto l'universo senza negare la realtà contingente
del luogo e dell'ora. Questa unità di intenti si rivela
anche luce candida di un paesaggio innevato.
Brevi pennellate modulate in forme ovoidali caratterizzano anche i numerosi
acquerelli ove si sintetizzano ascendenze culturali, ricerche e personali
esperienze, per cui il colore variamente vibra di timbri luminosi. Il
tema di fondo risulta adombrato dal gioco, mai casuale, delle macchie
cromatiche che diventano creazione, comunicazione, essenzialità,
lirismo.
Motivo ricorrente nella vasta produzione del pittore è anche
il ritratto. Sono volti di persone care o di incontri occasionali o
autoritratti, in cui l'artista coglie la serenità piuttosto che
l'inquietudine con il linguaggio ora scarno, ora lieve, talvolta volumetricamente
saldo.
Berton indaga nel soggetto il segno interiore dell'esistenza, esprimendo
la sua umanità intensamente sentita e vissuta»
Così si esprime Mario Morales
"Chi conosce il primo Berton non può ignorare come in lui
fosse sopravvissuto l'insegnamento del Bassetto anche in quella inquietudine
che spesso lo aveva indotto ad esprimersi in modo diverso e talvolta
contraddittorio. Il dominio del colore verde sembrava proprio il segno
primario dell'influenza del maestro. Eppure anche nei dipinti di un
decennio fa si poteva e si doveva riscontrare nel Berton il bisogno
di un'autonomia che si sarebbe sicuramente attuata attraverso una sofferta
ricerca di soluzioni maturate alla luce di una cultura ravvivata dalla
conoscenza delle maggiori espressioni artistiche contemporanee.
L'insegnamento iniziale di due pittori di provincia, che provinciali
non erano, non ha per nulla limitato il respiro artistico del Berton.
È servito solo a dargli il primo avvio per intraprendere il cammino
verso mete sempre più sicure e più valide."
Mario Morales
Per Antonella Alban:
La
pluriennale e prolifica produzione di Giulio Berton
è connotata da un leit-motif che funge da denominazione comune
sia nell'esperienza realistica che in quella non figurativa: lo studio
della natura. La natura è vista come luogo accogliente, protettivo
e, legato ad essa, si ritrovano il mondo contadino, il lavoro dei
campi, la vecchiaia e l'esperienza degli anziani.
Nella raffigurazione paesaggistica si può notare un legame con la tradizione figurativa bellunese di Luigi Cima e Toni Piccolotto, ma essa è soltanto il punto di partenza.
Il colore di Giulio Berton non si stende per larghe campiture, è caratterizzato da pennellate e tocchi nervosi che connotano l'immagine, la fissano come in un istante, ma non la definiscono in modo netto e preciso con contorni e delimitazioni, le cromie vibrano sulla superficie e trasmettono la luce.
Le prime esperienze pittoriche mostrano vedute tipicamente bellunesi, frutto di uno studio attento del paesaggio in tutte le stagioni e in tutti i suoi aspetti, visto con l'occhio dell'anima, quasi un canto poetico che si leva spontaneo in onore della natura. Sempre in questo periodo nascono anche i primi ritratti che non sono mere raffigurazioni della fisionomia e della fisicità, ma estrinsecazioni dell'interiorità e del carattere, studi psicologici caratterizzati dalla vivacità degli sguardi e dell'espressione.
Il ritratto è un altro aspetto della produzione di Berton che mantiene una valenza anche oggi giorno, ritagliandosi uno spazio autonomo rispetto al rinnovamento stilistico che è venuto affermandosi nel corso degli anni.
Il passaggio dal figurativo all'astratto è avvenuto gradatamente. I tocchi vibranti di colori si sono trasformati in una tecnica che per certi versi può essere avvicinata al pointellisme di Signac. I tratti di materia pittorica dinamici e accesi scompongono l'immagine naturale in tante particelle che si ricompongono nella visione globale ed unitaria dell'insieme. Da qui all'astrazione il passo è stato breve. In una logica molto coerente la trasformazione stilistica è avvenuta a livello segnico. Le tonalità cromatiche sono rimaste tali, poiché il punto di partenza è sempre il riferimento naturalistico, sono mutati il senso spaziale e grafico. Il segno scompone ed essenzializza, comportando il passaggio ad una visione bidimensionale, dove diventano fondamentali le linee guida, i segni dinamici, i colori solari e puri. Scompaiono le velature, le sfumature, i passaggi graduali, ogni segno, ogni tratto ha valore in sè, si connota nella sua essenzialità e la natura diviene fantasia di colori e gioco di linee, un mondo gioioso e fantastico in cui l'uomo-artista è assoluto protagonista con la sua sensibilità e la sua razionalità.
Antonella Alban - dicembre 1994