Giovanni Pivetta, artista e artigiano

di Fabrizia Lanza

Vorrei intervenire con passo leggero sulla figura di Giovanni Pivetta, perché mi pare sia questo lo spirito della mostra voluta dalle figlie, Daniela e Marina Pivetta, evitando i consueti apparati critici e privilegiando un ritratto familiare del padre in omaggio alla sua personalità schiva e gentile, che non ha voluto lasciare tracce della sua storia personale se non nelle sue tele e nei suoi affreschi.
Niente cataloghi, lettere o documenti dunque, ma una vita intera dedicata alla pittura senza dirlo quasi mai a nessuno: questo, in sostanza, il lascito di Pivetta!
Peccato! Perché sarebbe stato interessante sapere qualcosa di più sulle sue frequentazioni veneziane, dentro e fuori l’Accademia di Belle Arti, con Virgilio Guidi, Guido Cadorin e Mario Deluigi, protagonisti di una stagione, quella tra gli anni Trenta e Quaranta, controversa per via del fascismo e della guerra, ma anche di grandi curiosità e sperimentazioni, soprattutto sul piano delle tecniche.
Non ci resta allora che osservarle “dal vivo” le tante prove lasciateci da Pivetta e tentare di intuire quantomeno i capoversi di un discorso che andrà approfondito altrove.
La prima cifra che salta agli occhi riguarda la passione per un colore libero da riferimenti “naturali”, un colore che potrebbe stare tra Guidi, De Pisis e Treccani, un colore esclusivamente lirico, espressivo e qualche volta onirico, frequentato in quegli anni da quanti sceglievano vie diverse da quelle percorse dai “novecentisti” e magnificamente interpretate dalla retorica nazionalpopolare di Marcello Dudovich o, per dirla in termini più familiari ai Feltrini, di Walter Resentera.
E sì che Pivetta e Resentera avevano lavorato gomito a gomito alla fine degli anni Trenta al primo vero esemplare di industria moderna della zona, la Birreria di Pedavena. Insieme a Deluigi, l’assistente Pivetta si era cimentato nel grande affresco dell’orologio nella sala degli elefanti, mentre Resentera, nel portico della birreria, si era impegnato ad illustrare la leggenda dei Monti Pallidi. Ed erano, come ben si vede, su due sponde diverse per non dire opposte, forse anche perché appartenenti a generazioni distinte, Resentera del 1907 e Pivetta di dieci anni esatti più giovane, il primo dunque cresciuto ai ritmi dell’ascesa fascista e allora al culmine della sua carriera, il secondo, appena ventenne, già più vicino a tentazioni lirico espressioniste.
Sta di fatto che Pivetta, per quelle date, aveva già fatto le sue scelte e individuato un percorso da seguire che non aveva nulla a che vedere con l’epica moderna raccontata da Resentera, ma si sviluppava tutto come indagine sulla luce ricavata dalle fibre di un colore asciutto e leggero, quello dato ad affresco e a gessetto per intendersi, non a olio o a cera, materie troppo grasse e, a me pare, antitetiche al temperamento di Pivetta.
In effetti, tornando agli anni Trenta, è abbastanza comprensibile che un giovane, Pivetta arriva nel 1932 a Venezia a soli 15 anni, potesse essere attratto dalle soluzioni lirico espressioniste degli artisti di Burano, al seguito di Semeghini, e ancora perfettamente in auge nei cenacoli veneziani. In quella soluzione, che poi in fondo altro non era se non desiderio di luce e di colore, gli artisti più giovani avrebbero trovato margini più ampi di libertà espressiva in sintonia, tra l’altro, con gli insegnamenti di Guidi, docente di pittura all’Accademia sino al 1935, e di Cadorin discendente, da una schiatta di artisti artigiani che avevano fatto il bello e il cattivo tempo a Venezia negli anni Dieci e Venti. Dunque luce, colore e sperimentazioni tecniche erano le istanze avanzate dagli artisti veneziani poco prima della guerra e sono, non a caso, quelle che ritroviamo nella pittura di Pivetta, anche negli anni più avanzati.
Dieci anni dopo, nel primo dopoguerra, il cuore dell’invenzione artistica a Venezia si sposta da Cardazzo, il gallerista amico di Peggy Guggenheim e alla Bevilacqua La Masa dove si riprende a mostreggiare nel 1947 con una giuria composta da Cesetti, Guidi, Saetti, Viani e Carena, tutti, chi più chi meno, amici di Pivetta. Riprenderanno anche le stagioni alla Biennale, dirette da Pallucchini, che finalmente porta cose nuove e dirompenti comprese tra Turner e Picasso. Sono gli anni in cui fioriscono le istanze spazialiste, le ricerche neocubiste del Fronte nuovo delle arti, le pulsioni gestuali con Pollock che espone in anteprima da Cardazzo nel 1950. Tutte ricerche che spingono verso l’astrazione, lirico gestuale di alcuni, fisiologica per altri, geometrico-razionale per altri ancora. Una grande energia scorre nelle vene materiche e brutali di questa nuova arte che libera la pittura dal racconto e dalla figura e chiede una nuova valutazione del segno, della luce e del colore.
La parabola potrebbe chiudersi nel 1953, quando Tancredi Parmeggiani, un altro feltrino con tutt’altri desideri, insieme a Bacci, Morandis e De Toffoli firma a Venezia il quinto Manifesto Spaziale. E’ l’inizio di una storia nuova alla quale Pivetta non partecipa.
Anzi espone sempre meno e, per raggranellare qualche soldo, si mette a produrre statuine in stucco, collane, bambole, ninnoli e maioliche rammodernando tecniche e misture antiche e adattandole alle sue esigenze con ricette complicate ma fattibili sui fornelli di casa. Va detto che il gusto per la sperimentazione delle tecniche, delle mestiche, delle colle e dei pigmenti con i quali Pivetta visibilmente amava giocare, era un dato abituale per quella generazione e che la metamorfosi da artista ad artigiano avvenne senza traumi, anzi con allegria quasi che l’uno non potesse esistere senza la compagnia dell’altro. E poi, per l’artista-artigiano quale Pivetta si sentiva, sarebbe stato impossibile scendere a patti con l’astratto ed il concettuale un partito quello sì, ferreo ed intransigente, con una filosofia estetica ed operativa decisamente opposta all’idea che Pivetta si era fatto del suo impegno con la pittura.
Il gioco del fare con le mani durò a lungo se nel 1974, anno in cui morì sua moglie, Lina Brotto, Pivetta tornò a Feltre, progettando di aprire un laboratorio di maioliche. Quel sogno rimase irrealizzato ma la pittura, lentamente, fu ripresa e mai più abbandonata, in sordina, senza esporsi e senza esporre quasi mai perché, come spiegano Marina e Daniela, Pivetta vedeva la pittura come una faccenda “troppo pulita” per farne merce di scambio.
Nel frattempo, però, le figlie erano cresciute, le vicende sul piano economico si erano rasserenate e…. pigmenti, acrilici, stucchi, gessetti e pennelli tornavano a tradursi in una pittura leggera, tutta luce e colore, senza nostalgie solo qualche ricordo di Venezia che affiorava, discretamente, dal passato.