Vedere con le mani

di Sisto Dalla Palma

Tento di avvicinarmi a Giovanni Pi vetta, all'uomo prima ancora che all'artista, pensando al titolo di una poesia di Ungaretti composta appunto in memoria "di persona divenutami cara sentendone parlare." Io non l'ho conosciuto personalmente ma gli autoritratti mi hanno restituito una immagine forse già incontrata, lo sguardo calmo ma penetrante di persona nell'intimo viva» un artista capace di particolare attenzione nei confronti delle cose chiamate ad essere, in un pittore, figure di un paesaggio interiore. A suo modo Pivetta è stato un emigrante; anzi, come mi capita di dire spesso di chi ha avuto in sorte, come me, di andare lontano dal paese, è stato un esule. Nell'esule ci sono due disposizioni compresenti: l'attitudine prima di tutto a stare in modo immediato e spontaneo là dove chiama il mondo, nelle sue tante convocazioni. Ma l'altra attitudine è più riposta. Agisce, come dire, sottotraccia, come uno strato della memoria e della sensibilità su cui si posano le diverse sedimentazioni della vita. Anche lontani, si è sempre nel proprio paese, in una patria che ci segna comunque per una sorta di invisibile appartenenza. Pivetta è stato a lungo a Venezia, ha frequentato luoghi importanti per la formazione artistica, per il consolidarsi di amicizie e di intese. Ha sperimentato generi e forme diverse: è stato dentro una rete complessa di committenze e di destinatari; ha praticato scelte che sporgono sul versante più oscuro della materia, della manualità e dell’artigianalità, laddove prendono la prima e concreta consistenza le forme dell'immaginazione e dove la fantasia si avventura seguendo i moti del cuore e gli estri della sensibilità. Nelle sue tele si riverberano i riflessi del mare, le immobili superfìci delle lagune veneziane, i paesaggi assolati delle nostre estati. Queste immagini sono di tutta evidenza. Ma sono altra cosa se si pensa alla loro genesi, allo stupore con cui questo mondo viene scoperto non con gli occhi di chi appartiene alla terra ferma, ma di chi è cresciuto avendo negli occhi i contorni chiusi di un altro paesaggio, gli orizzonti su cui si elevano le montagne verso il cielo. Non è un caso che nell'ultima parte della vita, egli abbia deciso di ritornare a Feltre e riprendere con intima coerenza e con rinnovata libertà il suo impegno di pittore. Libero dalle urgenze del quotidiano, più pressanti in altri momenti, Pivetta riapre i conti con se stesso, si avventura lungo altri percorsi, segue, a suo modo, il filo della memoria, rivisita case e paesaggi che ritornano non più con l'immediatezza dell'infanzia, ma filtrati dal ricordo, attraverso una percezione diversa, più sfumata, della realtà. Allora non ci sono soltanto oggetti e paesaggi, ma immagini di questi, sedimentate nel tempo, per cogliere 1' essenza primigenia. "Memoria non è peccato, finché giova", ammonisce Montale. Dipingere, a questo punto, diventa non una conquista della realtà, ma un suo riattraversamento, in un dialogo sommesso e raccolto con se stesso. Allora il mondo non è più soltanto visto, ma sentito con una disposizione d'animo più intensa, più raccolta e come vibrante di una luce segreta. Questa disposizione non è data a tutti. Quando manca, si fa più scontata
la visione e i segni vengono riassorbiti e come logorati dalla routine. Ma quando persiste l'incanto, come nel primo affiorare della vocazione, tutto viene esplorato da un'altra prospettiva. Il rapporto con la realtà è mediato attraverso un differente punto di vista, che allontana dalle cose ma ne mantiene l'essenza segreta. Ritornano temi di un tempo ma entro una partitura affascinante. Non parliamo di distacco, ma di un ritorno a cose di cui ci sì era separati e a cui ci si sente più vicini, con una nuova di consonanza. Allora c'è un meno di realtà e un più di essenze, meno oggetti e più atmosfere; è il tempo in cui si fa più trasparente il rapporto che abbiamo con esperienze lontane, così che ci è dato di riviverle in modo nuovo. Anche l'arte consente di raggiungere la rivelazione solo passando attraverso l'ascesi, la purificazione e talvolta un assedio insistente condotto al cuore dell'immagine.
La testimonianza toccante delle figlie ci dice che negli ultimi tempi gli era scemata la vista. Singolare destino in un uomo per il quale la pittura faceva ora valere nuove e totalizzanti pretese e chiedeva agli occhi un soccorso che questi non erano più in grado di assicurare. Ma al declino della vista seguì uno sguardo diverso, più penetrante, un vedere piuttosto con gli occhi dell'anima. In questa luce fornita dalle intermittenze del cuore e dal ricordo, ritorna non solo il tempo perduto ma si fanno nuove anche le cose di un’ altra età: un paesaggio intravisto nell'ora meridiana, il ricordo di una marina, una piazza ricoperta di neve che si offre alla meditazione coi suoi silenzi. Questa perdita di materialità nella rappresentazione, questo indebolirsi del segno si risolve in una diversa intensità che vibra a livello più profondo e si lascia cogliere per via di sottrazioni e di allusioni, piuttosto che nella determinazione concreta dell'immagine: è un procedimento che ricorre nelle fasi tardive degli artisti (ad esempio in Michelangelo e Tiziano, Matisse e Morandi, si licet) e tradisce un approccio diverso alla realtà. La sintesi si fa allora più attenta a restituire il senso delle cose più che le cose. quella essenza intima del reale che traspare sotto la superficie visibile del mondo.
L'artista non procede più con la chiarezza delle percezioni ma facendo valere un approccio evocativo, consentito solo a chi, avendo una lunga consuetudine coi nuclei segreti della rappresentazione, si apre alla fine a una diversa intuizione della realtà. Nelle ultime prove c'è una misura nuova dell'invenzione, perché l'atto del dipingere è sostenuto da un mestiere trasformato. Non si dipinge più la realtà ma il ricordo della realtà. Questo ricordare appartiene, stranamente, all'ordine fisico dell'esperienza. Dirò di più: le mani lungamente educate al dipingere, diventate elemento di raccordo tra la tela e lo sguardo, tra lo sguardo dell'interiorità e quello volto all'esteriorità, diventano un organo dotato di memoria: infinite terminazioni nervose che convergono, come nel musicista, ad assecondare un ritmo, a delineare una sequenza dell'opera. Sappiamo che il pittore ha necessità, come il pianista, di esercitarsi ogni giorno per mantenere questa attitudine. "Nulla dies sine linea", raccomandava Apelle: ogni giorno un tratto. Ma in questo caso il segno diventa connaturale alla mano, il gesto connaturale allo sguardo, in una spontaneità che si rinnova ogni giorno, per cui è la mano che ricorda, quando l'occhio più non vede, è la mano che vede dove l'occhio più non sorregge. Quella di vedere, appunto, con le mani è diventata l'estrema risorsa di Pi vetta. Si spiega il pathos che affiora nelle ultime tele, in cui la perdita di corporeità s'accompagna a una diversa intensità. Penso al gesto che si fa più essenziale, come nel vecchio attore che ha insospettate sprezzature nei confronti di tutto ciò che può essere sospetto di virtuosismo e dove la parola e il corpo si fanno più vicini al senso della creazione, in un punto in cui la tensione empatica con lo spettatore rende possibile nuovi incontri, nuove solidarietà dell'anima. E per finire: alla grande costanza nella vocazione, corrispondeva, in Pivetta, una irrequietezza nello scegliersi lo studio: non studio, diceva, ma laboratorio. Non atelier, ma spazio dove l'immaginazione celebrava il suo rito quotidiano. Per questo rito del dipingere Pivetta, come racconta la figlia Daniela, aveva bisogno di una scena sempre diversa, come se lo spazio subisse la consumazione del tempo mettendo a rischio le possibilità della concentrazione. Alla fine anche questo peregrinare sembra concludersi in uno spazio diventato congeniale al nuovo sentire: uno spazio adatto a quel raccoglimento che esige la pittura, come la cella per il monaco. Della cella cenobitica la casa-torre di via Paradiso 32 ha tutte le caratteristiche: le misure, la vista che può sostare su un brolo vicino o allargarsi sino alle vette feltrine, il vero "hortus conclusus" da cui è difficile evadere, ma entro cui prende il vento la vela dell'immaginare. Si dice che gli strumenti musicali si impregnano dei suoni emessi nel tempo attraverso le varie esecuzioni. Di un grande maestro ho sentito dire che per le sonate di Bach si giovava di un violino che era stato usato da un altro prestigioso interprete quasi esclusivamente per le partiture bachiane. Ne risentiva la qualità del suono, che nel tempo aveva trovato misteriosa sintonia con l'artista. Se c'è in questa testimonianza qualcosa che non appartiene soltanto all'ordine simbolico ma che ha a che fare con la memoria della materia, che abita nel legno vivente, in quella psiche che è nel mondo, come dice Hillmann, si spiega il fascino che Pivetta ha trovato nella casa-torre di via Paradiso e che è rimasto nel silenzio intatto di uno spazio a lui superstite, uno spazio singolare, antico ma animato nel tempo. E' in queste stanze disadorne che mi è così capitato di conoscere quel Rivetta, che non ho potuto incontrare da vivo ma la cui presenza ho avvertito in uno spazio raccolto, che ha misure arcaiche ma forti ed eloquenti. Uno spazio adatto al sortilegio della memoria e della immaginazione. Un sortilegio per me personalmente non resistibile.