La pittura
"a fresco"
di Adriana Quercing Lanciato
E’ un volto ruvido come la parete che lo ospita che ti resta negli
occhi e mai ruga fu così ricca, imponendo all’opera un senso
d’abbozzo, di non finito, di qualcosa che deve ancora venire che
rapisce l’immaginazione. E l’artista in questa tecnica non
pare abbia forzato la mano a raggiungere una perfetta ricerca dei dettagli
e della verità: santi commissionati e familiari non temono la schiavitù
del passato e, pur immersi nel contingente (questo a lui tanto caro),
pur dall’aria rigorosa, lasciano a chi guarda la libertà
di rapire con occhi estranei passioni e fedi anche diverse dal loro intrinseci
valore. Mai caduto in una sterile riproducibilità tecnica, Pivetta
allora lascia il passo ad un tipo di pittura “a fresco” dall’impronta
netta in una fusione di colori e terre che a noi viene in tutto il suo
valore, intriso anche di lavoro.
Perchè il dipingere a fresco è considerato una delle tecniche
più impegnative, nonostante si avvalga di materiali poveri e semplici,
quali la sabbia, la calce, l’acqua e le terre colorate ed esige
una prontezza di esecuzione che deve tradursi in quel modo sicuro e risoluto
di cui parlava il Vasari nel suo elogio alla pittura a fresco.
Una volta scelta la parete, preferibilmente di mattoni, questa va ricoperta
con uno strato di intonaco (arriccio) di circa un centimetro, composto
da due parti di cocciopesto o sabbia a grana grossa ed una di calce spenta.
Sopra l’arricciato deve essere steso l’ultimo strato fresco
che va necessariamente dipinto in giornata.
I colori (terre o pigmenti puri) saranno velati sull’intonaco bagnato
ed il tempo di esecuzione deve tener conto della temperatura dell’ambiente
e del “tiraggio” del muro, in modo da calcolare che l’intonaco
possa assorbire il colore per la durata.
Giovanni Pivetta si avvicina a questa tecnica con l’umiltà
del ricercatore entusiasta e puntuale in un rigoroso percorso artistico.
Le terre coloranti offrono nel San Giorgio di Villabruna una lettura di
forza dinamica, pur mantenendo la trasparenza corretta dell’applicazione.
Nella Scuola di vita della Sala consiliare del municipio di Pedavena,
felice messaggio oltre il trascorrere del tempo, l’artista programma
le giornate di lavoro e i confini delle successive durante le quali il
muratore aggiunge la malta senza intaccare la parte dipinta. A volte,
nel suo affrescare, Giovanni Pivetta, attratto dall’aspetto morbido
della superficie, aggiunge agli interventi cromatici altre azioni: graffi,
incisioni e lisciature, donando all’opera un maggiore effetto. Nel
rigore compositivo del Sant’Antonio del capitello di Feltre ritroviamo
le caratteristiche che i colori devono ottenere con l’affresco,
pur in una stesura monocromatica si evidenziano la resistenza alla calce,
la crescita di tono o l’acquisto di una sopita brillantezza, raggiunti
nel processo di carbonatazione, quando cioè “la calce,
mescolata ad acqua e sabbia si indurisce progressivamente, formando carbonati
a contatto con l’anidride carbonica dell’aria.
L’indurimento ricostituisce in parte il calcare d’origine,
formando carbonato di calcio, che fissa i colori dell’affresco”.
Per dipingere ad affresco bisogna infatti avere una buona conoscenza del
mestiere, grande abilità e decisione, oltre alla capacità
di comporre su grandi superfici.
Cennino Cennini scrisse che “l’affresco è il più
dolce e il più vago lavorare che sia” perchè
esso dà straordinaria emozione e gratificazione ed è quanto
traspare nella pittura di Giovanni Pivetta che nella sua abilità
di artista eclettico sa coniugare insieme le varie tecniche. Il colore
viene assumendo, con l’avanzare dell’età, una poetica
predominante e non si può parlare di un attingere da questo o da
quel maestro antico, ma piuttosto di una sua progressiva acquisizione
e maturazione.
Dal suo isolamento spirituale traspaiono attenzione alla materia e alla
tecnica, al cromatismo ricercato e soprattutto una particolare alacrità
che segnano in modo inconfondibile la sua produzione.
L’artista evita i compiacimenti civili, i riconoscimenti pubblici
e si rifugia in un ordine familiare privato, tutto suo, ricco di sentimenti
semplici e quotidiani che sono i bisogni segreti del suo animo. Ma a guardare
volti e accenni su quei muri prescelti per un’idea di vita o di
sguardo, ognuno può riconoscere se stesso o una fisionomia familiare
per quel valore universale che il colpo di pennello di Pivetta riesce
ad esprimere oltre la tavolozza. Quanti lo hanno visto arrampicato lì,
sull’impalcatura, maglione e berretto in testa per vincere il freddo
che ogni artista del “fresco” solo conosce: perché
non c’é vento o sole che tengano quando quel muro va terminato.
Così quel senso di cultura che riconosciamo in quelle opere ci
sopravvive e ci restituisce un passato, anche sconosciuto, al quale dare
un significato o un’anima.
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