Istanti di poesia

di Annapaola Zugni-Tauro

Questa esposizione è una proposta allo spettatore. L'opera d'arte ha bisogno dell'elezione dello spettatore per rivelare la sua identità, la sua bellezza. Anche se l'autore non è più vivente, l'opera attende chi le conferirà con la sua partecipazione il riconoscimento e la dignità, l' opera d'arte confida nell'amicizia che l'avvolge con il suo calore anche quando l'autore non c'è più e gli è ormai negata l'emozione di porsi di fronte ad altre tele bianche posate sul suo cavalletto.
Il bel saggio delle figlie Daniela e Marina è stato scritto attingendo alla sorgente delle condivise emozioni, riscoprendo un padre errante al seguito della poesia, sollecitate dalla volontà di ridonare un futuro a momenti di coscienza passati. Esse si animano scrivendo e in tal modo rianimano il padre artista e di riflesso anche l'ombra della madre, insegnante di disegno. Sono mosse dalla riconoscenza ,ritrovano i passi perduti, assecondano un progresso dello spirito che risarcisce l'ingiustizia dell'assenza
Non è facile scrutare la verità di un artista, la sua poetica. Tutti viviamo intensamente l'istante, il segno del nostro destino pregno del prima e del dopo, ma all'artista è dato di cogliere l'istante nel flusso dell'esistenza. Nello scorrere della vita solo certi istanti si caricano di significato e la loro preziosità deve venir rivalutata nel mondo attuale, che velocizza il tempo e simultaneamente lo appiattisce.
Una vita d'artista è la documentazione di quei rari istanti che si riempiono di colori e sfuggono all'incalzare della successione. Di qui derivano le esitazioni del pittore nel dipingere e lo sgomento di guardarsi indietro in opere già fatte, nelle quali egli può scoprirsi sconosciuto perfino a se stesso. Anche Pivetta spesso ha distrutto il lavoro passato, tuffandosi nell'operosità più pragmatica o ritirandosi in solitudine per attendere l'istante rivelatore.
Nell'esposizione feltrina i dipinti di Giovanni Pivetta sono presentati in ordine cronologico, anche se in sede interpretativa insisteremo sul valore fenomenologico di questo destino artistico. Più che parlare di ricerca conviene parlare di attesa dell'evento chiarificatore e illuminante. La ricerca infatti presuppone una durata nel tempo, una fondamentale fiducia nell'intelligenza, spesso inetta a seguire la vitalità, atta invece a immobilizzare il tempo in un presente fittizio. Si vedano al proposito i risultati dell'intelligenza artificiale, in cui il progresso tanto confida. Altre facoltà intervengono invece nell'ora feconda dell'intuizione, che sceglie un segno decisivo per durare, perché la vera continuità è data da istanti senza durata, ma assolutamente contenitivi del prima e del dopo, perché l'istante è il carattere veramente specifico del tempo.
Osserviamo la serie di "autoritratti", pur di epoca diversa, ma... , direbbe Becket, "...la fine è nel principio". La vita ardente che essi contengono è già presente nel primo quadro del 1976 e tutti assieme reclamano il loro tesoro di vita intima. Non c'è svolgimento nel tempo uniforme, è l'istante poetico che, rinnovandosi, riporta l'essere alla libertà e alle iniziali potenzialità. Si tratta di atomi temporali accesi e riaccesi da nuclei d'invenzione e di energia , che nascono dal bisogno di apprendere e riapprendere la propria cronologia. Tutto ciò che è forte e durevole nell'artista è il dono di un istante poetico. Intuire l'intensità di un paesaggio, sentire che la sua apparenza è fugace e peritura, come lo sono il fascino del nudo femminile e l'innocenza dei bambini, può dar luogo ad uno stato d'animo malinconico e persino struggente, perché la visione unitaria del pittore rivela il segreto del paesaggio o degli oggetti o di un'anima, tutto insieme. Mi riferisco a " Paesaggio con neve" e "Tetti innevati"," Nudo di donna" ," Monte acuto", " Bambole" e " Ritratto della nipote Barbara", tutti del 1977 - 1978.
Naturalmente, per attingere a tali profondità, c'è bisogno di silenzio e di meditazione.. Accettando le conseguenze dell'istante poetico, l'artista accetta di salire e di discendere, di essere e di non essere presente nella vita attiva, di valorizzarsi o di svalorizzarsi, perché esclude il tempo del mondo, che richiederebbe le obbligatorie sequenze di un prima e di un dopo e l'adozione dei normali atteggiamenti attivi, aggressivi o dolenti. Il tempo poetico è quello che Baudelaire definiva: "...un'ora vasta, solenne, grande come lo spazio, senza divisione di minuti o di secondi, un'ora immobile che gli orologi non segnano...".
A volte il nostro artista sta sfiorando una struttura mistica, che è sostanzialmente eversiva: l'inferiore prende il posto del superiore, i primi diventano gli ultimi. Non troveremo mai nei dipinti di Pivetta, i potenti, i grandi della terra, ma gli umili, i propri familiari, persone comuni, mai costruzioni imponenti, ma case modeste, abitazioni semplici o arcaiche, una Feltre fatiscente, una Venezia quasi sommersa dalle acque. Il capovolgimento simbolico più evidente è San Cristoforo, uomo semplice ed enorme mentre Cristo è piccolissimo, Santo da sempre cercato da Pivetta e finalmente trovato sul campanile di Glorenza! E se si scopre una vocazione monastica in Pivetta (non per nulla scelse per vivere l'ex conventino di Zermen, e la casa-torre nella cittadella di Feltre), c'è stata certamente una tentazione alchemica: trasmutare la materia rozza in luminosa maiolica o i più umili materiali in quadri raffinati. E, dipingendo, trasfigurare un borgo immobile in un dramma di luce crepuscolare azzurra o rosata. La sua "Piazza Maggiore di Feltre" diviene aerea perché si anima di un cielo trasferito in lei, la neve lo rispecchia, un'alchimia azzurra percorre le vibranti sfumature e così chiesa e palazzi svaporano con ondulazioni alate, ribellandosi al rigore lineare e prospettico. Ho scelto questo esempio per affiancarlo ai due canali di Venezia, a " Pianura invernale", a "Cibiana", ma anche ai sorprendenti due bambini blu del 1975, alla " Donna a cavallo", agli arcani "La nipote Barbara" e " Bambole" e soprattutto all'"Autoritratto" e al " Ritratto di partigiano" del 1984.
E poi ci sono i quadri d'acqua. Giovanni Pivetta amava il mare e aderiva alla sostanza acquea con la sapienza di chi sa sognare a lungo e che quindi può capire l'assoluta maternità dell'acqua, elemento vitale, ambiente originario di ogni forma di vita. A questo tema partecipano delicatamente "Alba " e "Mamma col bambino al bagno". Ma non tralasciamo le riserve fantastiche di un autentico temperamento artistico che si esprime anche nella delicata perfezione del disegno, come nel "Ritratto del nipote Riki", o in " Dama", o n "Ritratto di signora " e in altri disegni.
La forza del colore era già decisa nei ritratti dei coniugi Turrin e in quello delle figlia Daniela, ma anche nelle madri degli anni Ottanta, come nel "Carro del fieno", nella "Coppia" o nei tre deliziosi paesaggi francesi (1983), in "Scogli" e "Ritratto di ragazzo" del 1999.
Ma la sorpresa balza nel 2001, cioè verso la fine della sua esistenza terrena, nella produzione di una nuova materia, nella capacità di trovare, come per miracolo, nuove risorse al colore: i paesaggi, le figure non sono più soltanto disegnati e/o dipinti: nascono colorati, nascono anzi dall'azione stessa del colore.
L'istante poetico ritorna in uno sfolgorante tramonto, il pittore ha capito come il colore, elemento attivo e temerario, va scatenato per trarre dalla materia nuova luce.

Feltre, 15 febbraio 2003