Scritture di donne: la memoria delle profughe trentine nella prima guerra mondiale
Si riporta l'abstarct della relazione "Scritture di donne: la memoria delle profughe trentine nella prima guerra mondiale" tenuta da Luciana Palla al seminario Grande guerra e deportazione civile tenutosi dall'Università di Venezia il 31 ottobre 2003.
Nella storiografia relativa alla grande guerra si parla comunemente
di profughi, ma sarebbe più appropriato usare il vocabolo al
femminile, cioè profughe, in quanto nella maggioranza furono
coinvolti donne e bambini, e comunque furono sempre le donne nell'esodo
a dover decidere, a cercare le condizioni di sopravvivenza per sé
e i propri figli, a tentare di tenere unita la famiglia, a coltivare
i sentimenti in modo da evitare almeno il trauma della lontananza affettiva
dopo aver subito quella reale.
Abbiamo scelto qui di soffermarci su alcuni aspetti soggettivi dell'esodo
nei territori trentini e dolomitici riguardanti la memoria delle donne,
proprio perché questa esperienza cui furono soggette le popolazioni
che vennero a trovarsi nella zona del fronte segnò profondi cambiamenti
nel ruolo femminile all'interno della società, ruppe gli antichi
schemi, fece nascere nuove consapevolezze, anche se temporanee in quanto
nel dopoguerra ci fu un necessario rientro nei ranghi. Per le questioni
generali del problema profughi rimandiamo invece alle due relazioni
di Paolo Malni e Daniele Ceschin presenti in questo seminario, ed alla
bibliografia esistente sull'argomento(1).
Sino agli anni '70 del Novecento gli studi storici hanno ignorato il
dramma dell'evacuazione forzata delle popolazioni in questa prima guerra:
si fece silenzio sui costi umani del conflitto, così come si
tacque sulle conseguenze di tale trauma sulla società civile
del dopoguerra, quando bisognò riallacciare legami, richiamare
affetti, ricomporre rapporti familiari, ridare vita alla comunità
disgregata, opera ben più difficile del lavoro materiale della
ricostruzione di case ed ambiente fisico.
Quella del profugato venne considerata una faccenda privata, soggettiva,
come se fosse naturale che le spalle femminili dovessero portare un
tale peso senza nemmeno il diritto che fosse ricordato, che entrasse
ufficialmente nella storia. Negli ultimi tempi però nella ricerca
si è dato spazio alla soggettività, alla memoria, e quindi,
dopo i diari dei combattenti (e dei prigionieri, altra categoria negletta),
si sono valorizzate anche le scritture e le testimonianze femminili;
si è così scoperto che non è affatto vero che non
esiste una memorialistica femminile, ma in genere essa è rimasta
in un cassetto, esperienza privata e non pubblica come tutto ciò
che ha riguardato la vita delle donne sino ad un tempo non molto lontano
da noi(2).
A questa dimenticanza storiografica ha contribuito anche il fatto che
mentre il ruolo del combattente era chiaro e definito nei suoi compiti
e nei suoi doveri, l'esistenza della figura del profugo/a non era prevista
in quella guerra che fu tanto diversa da come era stata immaginata:
era cioè una figura nuova, difficile da catalogare e quindi in
un certo senso sospetta, con bisogni, esigenze e comportamenti che non
erano né quelli del soldato al fronte né quelli della
restante popolazione civile. Inoltre prendere storicamente in considerazione
la questione dei profughi significava anche chiamare in causa il delicato
problema della responsabilità delle autorità dei paesi
belligeranti, per il modo in cui trattarono il proprio popolo e quello
dei paesi nemici allontanato dalla zona di guerra. Da un lato gli stati
non erano materialmente preparati ad accogliere un tale massiccio flusso
di profughi, migliaia e migliaia di persone, in quanto ci si attendeva
una guerra tradizionale che non prevedeva spostamenti ingenti di popolazioni
e masse di prigionieri. Dall'altro tutta l'attenzione era centrata sugli
eserciti, sull'utilizzo di tutte le risorse pubbliche e private per
la guerra, e quella folla di donne vecchi e bambini era uno scomodo
ingombro che consumava molto e produceva poco nulla. Si cercò
di far fruttare il lavoro delle profughe, le si impiegò in fabbrica,
nelle campagne, ma ciò creò costi umani altissimi: divisione
delle famiglie, abbandono dei bambini, malessere sociale, ribellione,
ecc. Ben difficilmente infatti si riusciva ad utilizzare efficacemente
questa importante riserva di manodopera a buon mercato senza entrare
in conflitto con i più elementari bisogni umani, familiari, affettivi
dei profughi stessi.
Per ricomporre qualcuna di queste esistenze, oltre alla fonte orale
usata spesso dagli studiosi negli ultimi decenni per raccogliere testimonianze
vive, abbiamo a disposizione diari scritti sia durante che immediatamente
dopo la guerra - segno che le donne consideravano la loro esperienza
degna di essere ricordata e conosciuta -, ma anche lettere imploranti
aiuto rivolte ad enti e persone che in vario modo si interessavano dei
profughi, suppliche, scritti in qualche modo di protesta per le condizioni
in cui si viveva. E' un materiale vario come tipologia, ma spesso molto
simile nel contenuto.
Se noi ci soffermiamo sui diari, troviamo in essi degli aspetti comuni,
sebbene ogni persona abbia un modo tutto suo di affrontare le esperienze
drammatiche, che sono condizionate inoltre dalle diverse possibilità
economiche dei singoli, dalle differenti condizioni logistiche in cui
si sono venuti a trovare, ecc. Prendiamo al momento in considerazione
l'evacuazione delle popolazioni trentine verso l'impero austro-ungarico
nel maggio 1915, allo scoppio della guerra con l'Italia. Riassume molto
bene in sintesi il senso complessivo dell'esodo un'operaia della Manifattura
Tabacchi di Borgo Sacco in un testo straordinario scritto a matita all'interno
del coperchio di un baule, segno evidente del bisogno impellente di
scrivere: "La partenza dal Trentino di noi disgraziati avvenne
la mattina del 24 maggio. Siamo partiti col treno, come pazzi, piangendo:
c'era anche chi moriva e c'erano le donne che dovevano partorire. Siamo
dovuti scappare con una camicia e un abito. A Fortezza abbiamo ricevuto
del brodo e poi per tre giorni e mezzo ci hanno trascinato attraverso
l'Austria superiore. Una sera, a mezzanotte, ci fanno smontare dal treno,
sfiniti dalla dissenteria e ci alloggiano in una stalla che era servita
ai maiali. Quella notte non c'è stato verso di riposare: c'era
chi piangeva dalla fame e chi dalla paura. Siamo rimasti lì a
Praibach Kirchen tre giorni e poi ci hanno condotto in un castello maltrattandoci
a più non posso. Per un po' siamo rimasti in compagnia delle
mucche e dei buoi, ma poi ci hanno levati e ogni mese ci facevano cambiare
di luogo finché siamo arrivati nell'accampamento di Braunau (poco
a nord di Salisburgo). Nelle baracche di Braunau siamo rimasti 9 mesi
e poi ci hanno condotti a Linz nel campo di internamento di Katzenau,
dove abbiamo patito fame e malattie. Poi una mattina è giunto
l'ordine di partire per l'Italia, ci hanno chiusi come tante bestie
feroci in vagoni sigillati sorvegliati dai soldati e siamo arrivati
in Svizzera e poi abbiamo proseguito per l'Italia. E così speriamo
che i viaggi siano terminati"(3).
La maggior parte dei diari e delle memorie sviluppa gli aspetti così
sinteticamente ed efficacemente racchiusi in questa eccezionale testimonianza.
La prima grande violenza patita è quella dell'evacuazione, della
partenza e del viaggio fino alla destinazione in Austria. Tranne per
chi ha potuto partire prima munito di mezzi propri, avendo previsto
od essendo stato informato di quanto sarebbe successo, le testimonianze
concordano nel rievocare quei giorni in cui la comunità si disintegra,
donne vecchi e bambini vengono pigiati in carri bestiame, laceri, affamati
e disperati, impossibilitati a dare un senso a quanto sta avvenendo:
"Chi non ha veduto la confusione che regnava in quel giorno alla
stazione non può certo immaginarlo - scrive Melania, che al momento
dell'esodo è una ragazzina di 11 anni -. La v'erano riuniti tutti
i paesi del distretto di Rovereto, ad ogni ora partiva un treno carico
di persone, e più ne partiva più la piazza era fitta di
persone. Vi erano bambini che gridavano, c'erano vecchi che morivano,
e c'erano tutti i negozi e trattorie chiuse abbiamo dovuto sdraiarci
in terra e aspettare lunghissime ore che venga anche la nostra di montare.
Alla fine fummo invagonati come le bestie e siamo stati sul viaggio
alcuni giorni, poi ci hanno scarmigliati un pochi per parte in mezzo
a gente tedesca che non si poteva intenderci neppure una parola. Ci
sono stati di quelli che furono trattati bene ma i più tanti
furono trattati barbaramente. Furono messi a dormire in mezzo alla sporcizia
dei maiali senza una coperta, senza mangiare e non potevano farsi intendere
perché nessuno gli capiva. Finalmente dopo tre mesi ci riunirono
tutti nell'accampamento di Mitterndorf ci avevano preparate le baracche
ma essendo poche e le persone tante ci avevano messi in quattro cinque
famiglie in una piccola camera. Il mangiare ce lo davano fatto ma alla
moda dei todeschi non eravamo buoni di mangiarne cosicché non
ci giovava nulla"(4).
Furono vissute, nelle località destinate, le situazioni più
diverse: terribili nei campi profughi di Mitterndorf e Braunau, riservati
ai trentini, mentre la sorte delle famiglie disperse nei paesi di Moravia
e Boemia variò molto a seconda della zona, della possibilità
di impiegarsi in loco, dei rapporti che si instaurarono con la gente
del posto. Le modalità del ricovero e le condizioni di vita nelle
famose "città di legno", baraccamenti enormi costruiti
per ospitare migliaia di profughi italiani e delle altre zone dell'impero
austro-ungarico colpite dalla guerra, sono già state descritte
efficacemente da Paolo Malni per le popolazioni del Litorale Adriatico
e da Camillo Zadra e Diego Leoni per quelle trentine, per cui rimandiamo
ai loro studi(5).
Nel complesso cosmo dei profughi in Austria, moltissime sono le testimonianze
che si potrebbero citare, quasi tutte di donne, che denunciano alle
autorità la propria situazione, protestano, accusano l'indifferenza
verso le proprie sofferenze, gridano la propria disperazione ed impotenza,
implorano pietà per i propri figli. Nella lettura dei diari di
profughe trentine che abbiamo preso ad esempio alcuni elementi si ripetono:
oltre al dramma della partenza e del viaggio cui abbiamo accennato,
c'è l'ostilità della gente ospitante che deve convivere
con i nuovi arrivati, ci sono le difficoltà per la lingua, per
la diversità e scarsezza del mangiare, per il clima per il quale
non si è equipaggiati… Ma oltre a questi elementi materiali,
nei diari emerge un particolare sentire: è struggente la nostalgia
della vita perduta, ma soprattutto l'angoscia per l'assenza del marito
sotto le armi del quale per lungo tempo si perdono le tracce, c'è
l'emozione al momento dell'arrivo della posta, l'ansia per la sua salute,
il rimpianto per la vita passata insieme; quando anche se per poco tempo
si riunisce la famiglia con il ritorno del compagno dal fronte, è
la felicità, e non si chiede altro. Ma non è sempre così:
spesso la guerra cambia le persone, dopo quell'esperienza nessuno è
più come prima, l'incontro può essere una delusione, in
quanto non ci si riconosce più. Nella scrittura femminile si
riversa una fortissima emotività, si dà sfogo ai propri
sentimenti, di dolore, di gioia, cosa che spesso manca nei diari dei
soldati, in genere molto più asciutti, schivi, essenziali.
Si avverte poi continuamente nella donna la necessità del legame
con la famiglia, il bisogno di coltivare gli affetti nonostante la precaria
situazione che si sta vivendo, e soprattutto c'è il sacrificarsi
per gli altri, per i figli in primo luogo, ma anche per i parenti più
prossimi, per chi è vicino e soffre.
Nelle memorie femminili lei non è mai sola, ma è sempre
madre, moglie, figlia, e questo forse aiuta a sopportare la propria
personale sofferenza, dell'eccezionalità della quale è
ben consapevole: più di una donna, commentando nel suo diario
le incredibili difficoltà a tirare avanti senza alcun aiuto con
tanti figli in quelle condizioni di vita, dice di dover combattere ben
di più che sul campo di battaglia: combatte non per la propria
vita ma per quella degli altri. E forse il segreto della incredibile
capacità di sopravvivenza è proprio questo. Constatiamo
che le profughe, anche quando a casa non erano abituate ad assumere
ruoli di direzione della famiglia, tradizionalmente maschili, di punto
in bianco sviluppano una grande capacità di adattamento alla
situazione, cercano ogni espediente, trovano la soluzione al momento
più opportuna. C'è sì la rassegnazione agli eventi
dovuta alla fede in Dio, all'abbandonarsi alla sua volontà, ma
c'è anche una forza incredibile nel non lasciarsi andare alla
disperazione, nel resistere, e sempre non solo per sé, ma per
la responsabilità del destino degli altri, in primo luogo dei
figli.
Si constata già in questa prima guerra quello che Anna Bravo
ritrova nella seconda, e cioè "l'estensione del registro
materno": la "maternità espansa" al di là
dei legami fisici della famiglia, estesa a chi soffre, secondo il modello
culturale vigente di una donna che ha il dovere di sapersi dilatare
quanto serve per far fronte al ciclo della vita ed alle esigenze ordinarie
e straordinarie di chi le sta vicino. Ma oltre a questo spirito di sacrificio
che si può ricondurre al ruolo femminile imposto, in questo "faccia
a faccia con il mondo", in questa spinta verso l'esterno richiesta
dagli avvenimenti si sviluppa una vera e propria "mobilitazione
della personalità", un giungere della donna alla consapevolezza
di una propria identità che è centralità nel processo
della vita, non più marginalità(6). Questa forza che la
donna, in particolare se profuga, acquisisce con le nuove competenze
che deve sviluppare per affrontare la vita di guerra, è però
un patrimonio che sarà spendibile nel dopoguerra solo nel privato,
in quanto pubblicamente non verrà riconosciuto.
Tornando ai nostri diari, c'è spazio in questi racconti di donne
anche per i momenti positivi, per l'incontro con persone buone, ci sono
pure momenti di svago, soprattutto per le più giovani; c'è
la capacità di ridere, ed anche talvolta di ironizzare sulla
propria incredibile situazione che, vista dal di fuori, non manca di
elementi di comicità.
Si fanno anche esperimenti "poetici" narrando in rima le proprie
vicende, con risultati simpatici e senz'altro efficaci come forma di
comunicazione:
"Maginarse en quart de pagnocca la mattina,
A disnar, acqua con poca farina
La sera ciapem i vanzaroti
Bisogna che magnente tutti i slambroti
Sperente la se riva quanto prima
Altrimenti se ghe zonta la pelesina
Ensieme de quella anca i osseti
Saria 'peccà, corpo dei taccheti
No, no, tirente avanti, fim quel dì,
Che partirem anca da chi,
Allora fem senza de sti beveroni
Perché, nel Trentin, ghe i bei capponi"(7).
L'esperienza di chi viene condotto in Italia non è di per sé
né migliore né peggiore di quella dei profughi evacuati
nelle terre dell'impero austro-ungarico: molto dipende anche in questo
caso dalle proprie condizioni economiche e di salute, dal tipo di alloggio,
ecc. Certo, la permanenza in terra austriaca fu molto più pesante
per la generale carenza di viveri, per la drammatica situazione in cui
versava l'impero, il che significò per tutta la popolazione,
ma in particolare per i profughi, fame, malattie, debilitazione fisica
e psichica e un notevole peggioramento dei rapporti fra ospitanti ed
ospitati. Riguardo però alla capacità organizzativa lo
stato italiano non si distinse per efficienza nel venire incontro alle
necessità degli sfollati, ma gli eventi lo colsero del tutto
impreparato.
Se ripercorriamo l'esodo delle popolazioni trentine dovuto agli spostamenti
del fronte legati alle spedizioni austriache del maggio 1916 e dell'ottobre
1917, i disagi della partenza improvvisa e del viaggio verso le regioni
italiane sono sempre gli stessi: improvvisazione, trascuratezza dei
propri bisogni da parte delle autorità, disperazione ma anche
grande capacità di adattamento e di sopportazione da parte dei
profughi stessi.
Drammatica ed immediata è la descrizione del viaggio da parte
di Amabile Maria Broz di Vallarsa, sino a Legnago dove i profughi vengono
alloggiati per mesi in una tendopoli sotto il controllo delle guardie,
sulla paglia ("vecchi bambini amalati tutti abbiamo dovuto dormire
su un po' di paglia sparsa sulla terra e molti come i martiti morire")(8).
A Vicenza, scrive Amabile, "noi siamo stati tutta la notte in piazza
senza ricevere nepur una tazza di acqua, i bambini piangevano di fame
ma nessuno a potuto avere un pò di latte neppure pagando, sul
far del giorno ci anno fatto montare in treno quel treno era abbastanza
comodo al confronto di quello che da Schio cià condotti a Vicenza
che era un treno delle bestie che puzzava come una sfronda [latrina]
senza avere nei vagoni neppure una banca per sedersi vi era solo sparsa
un pò di paglia e sù quella noi abbiamo dovuto sdraiarci
(…). Siamo partiti da Vicenza diggiuni ancora, nei vagoni eravamo
messi come le sardele che tanti doveva stare in piedi. Siamo arrivati
a Verona gli ci anno fatto smontare e cambiare treno poi subito partiti
senza ricevere nemmeno una goccia d'acqua"(9).
La rabbia di Amabile è dovuta al fatto che le è insopportabile
accettare il modo in cui viene trattato il vecchio padre, che morirà
di lì a poco di stenti e malattia. Lei stessa perirà nel
1921 di tubercolosi polmonare contratta durante il periodo di profugato.
Anche dalle località italiane in cui sono alloggiati i profughi
partono innumerevoli lettere di protesta, la maggior parte stese da
donne, infatti sono loro a dover decidere, contattare le autorità,
redigere suppliche. Si denunciano in genere l'insufficienza del sussidio,
le condizioni di promiscuità in cui tocca vivere, le disparità
di trattamento da località a località, l'insensibilità
di fronte al loro disagio(10).
Le testimonianze di anziani allora bambini ed adolescenti, raccolte
ormai anni fa, sono un complemento dei diari, evidenziano momenti di
vita dei profughi rimasti particolarmente impressi nella memoria: ad
esempio la fuga sotto gli spari volgendosi a guardare le proprie case
che bruciano, la grande vergogna che si deve subire dei bagni di disinfestazione
appena giunti in terra italiana ("ci hanno condotti, tutti in fila,
nel torrente a fare il bagno. Abbiamo dovuto spogliarci tutti …
Abbiamo dovuto dare i vestiti perché li disinfettassero. E poi
non ci hanno più portato nel fienile, perché era stato
infestato da noi"), l'impatto con la gente di là dal confine
divenuta da un giorno all'altro nemica ("gettateli in acqua, buttateli
nel fuoco", sono parole che non sono più state dimenticate),
la curiosità delle popolazioni dove si arriva decimati, stanchi,
conciati bizzarramente dopo un viaggio sì lungo e travagliato:
"Quando siamo arrivati in Val Vigezzo i cavalli delle carrozze
non potevano nemmeno camminare, tanta era la gente venuta a vedere che
bestie eravamo, a vedere i tedeschi! - ricorda Teresa, profuga da Livinallongo
- . La nonna aveva tre cappelli in testa… Tutti avevano da guardarci.
Lei prima di partire era andata a prendersi almeno i cappelli, quello
per andare a fiera, quello della festa, quello dei giorni feriali, e
li aveva messi in testa, uno sull'altro…"(11)
Si incontra però anche gente buona, compassionevole, soprattutto
nel meridione, lontano dal fronte. Ma c'è sempre la propaganda
che ricorda che i profughi sono nemici, ed allora si riaccendono gli
odi, le ripicche, i dispetti…
Nell'impero austro-ungarico si è sì nel proprio stato
di appartenenza, ma i profughi trentini e dolomitici parlano la stessa
lingua del nemico al quale vengono per questo equiparati; i ragazzini
li prendono a sassate, i vicini li insultano, le autorità li
controllano, eppure "noi vi abbiamo dato i nostri figli, padri,
mariti", commentano le profughe: "Siamo i Vels, sono bugiarda,
sono ladra, sporcazi, perchi miano preso?…sono io, si, io al fianco
dei miei figli, avicinatevi, non troverete, una donna, ma una tigre,
siamo Vels, non sapiamo parlare, ma vi mostrerò i denti[…]"(12):
sono parole di Adelia Parisi Bruseghini, di Sacco, donna coraggiosa,
piena di spirito, partita da sola per Innsbruck con i suoi sei figli
alcuni giorni prima dell'evacuazione della zona di Rovereto, perché
convinta contro il parere di tutti che era necessario fuggire il prima
possibile per mettersi in salvo.
Le esperienze sin qui raccontate riguardano popolazioni evacuate nelle
lontane terre dell'impero austro-ungarico, o in regioni italiane nemiche,
ma non molto diversa fu la vita per chi non andò così
lontano, come successe ad alcune famiglie di Livinallongo che trovarono
alloggio nella vicina Val Badia e in Pusteria: "Siamo partiti un
po' prima degli altri - racconta Maddalena da Livinallongo - . C'era
mia madre e un'altra donna che l'aiutava. Avevano una gerla per ciascuno,
io ero in una di esse, ed una mia sorella che aveva poco più
di un anno, ed era malata, nell'altra. Pietro aveva due anni, e Maria
ne aveva tre, e loro dovevano camminare. Siamo partiti così,
con quello che avevano potuto portarsi via nelle gerle. Siamo arrivati
a Fornacia sopra La Valle [Val Badia]. Lì siamo stati tre anni,
ed abbiamo sofferto miseria, e fame tanta, perché il sussidio
mia madre lo riceveva, ma non si trovava niente da comprare. Sarebbe
stato necessario andare a Brunico per comprare qualcosa, ma lei non
poteva andare con tanti bambini piccoli. Allora andava a chiedere l'elemosina.
Ci lasciava, ci chiudeva in casa, e stava via magari mezza giornata.
Ma questi badioti non ci vedevano di buon occhio, perché dicevano
che eravamo noi la colpa della guerra, chissà perché…
Girava mezza giornata e arrivava magari con un piccolo pugno di farina…"(13)
Per concludere voglio ancora ricordare il diario di Anna Menestrina
appartenente all'alta borghesia di Trento, amica di Alcide Degasperi
e di molti personaggi dell'elite politica e culturale della città(14).
La sua famiglia si cercò un alloggio di fortuna in Val di Non
già agli inizi del maggio 1915, quindi non subì lo shock
dell'esodo in massa allo scoppio della guerra con l'Italia. Eppure anche
la vita di Anna è dura: bisogna procurarsi il necessario da mangiare,
si allevano conigli, ci si adatta ad una condizione di vita di sopravvivenza,
parenti ed amici sono internati in Austria sotto l'accusa di irredentismo
e si è in pena per la loro sorte. Questo diario ancora inedito
è interessante sia per la partecipazione emotiva alla sorte degli
altri, caratteristica tipica della scrittura femminile, sia per lo sviluppo
già constatato altrove di una grande capacità di adattamento
e di accettazione della propria mutata condizione, sia per la complessità
dei sentimenti via via espressi: il pensiero riesce ad ergersi al disopra
del contingente, ha mantenuto la libertà necessaria per cogliere
anche le usanze del paese, per ammirare l'arte locale e la bellezza
della natura. Ci sono pure brevi momenti di svago, ci si impegna a festeggiare
comunque l'anno nuovo, a non lasciarsi abbrutire dalle difficoltà.
Certo quella di Anna è una situazione di privilegio, dovuta alla
sua educazione ed alla sua cultura.
C'è chi invece la fanciullezza non ha potuto proprio viverla,
ma è diventata subito adulta, come succede a Maria di Casteltesino,
cui è toccato lavorare fin da piccola per dare il suo aiuto a
mantenere la famiglia profuga in Italia, ed al ritorno a casa, nella
primavera del 1919 ha dovuto, ancora adolescente, per un certo periodo
da sola affrontare i problemi della ripresa della vita in un paese distrutto
ed ancora disabitato(15).
Per la maggior parte delle donne intervistate, all'epoca ragazzine,
l'esperienza dell'esodo è stata solo un anticipo della propria
vita futura, non è stata una parentesi: nella dura realtà
agricola dei paesi trentini e ladini, le fatiche della guerra e della
ricostruzione sono narrate come il primo impatto con una realtà
di vita, di stenti e di lavoro destinata a continuare, a diventare "esistenza
normale". L'esperienza posteriore non farà che confermare
la pesantezza della vita sperimentata da bambine, ed il risultato è
il drastico commento di un'anziana signora: "Non vorrei tornare
indietro per niente al mondo"(16).
Come abbiamo detto, se la guerra sviluppò nelle profughe una
coscienza prima impensabile della propria forza e delle proprie capacità,
ciò non si tradusse sul piano pubblico in una emancipazione del
ruolo femminile. Al termine del conflitto toccò sempre alla donna
ricomporre la famiglia, recuperare gli affetti disgregati, compito non
certo facile in quanto l'esperienza della guerra aveva demolito, confuso,
rotto ogni equilibrio fisico e psichico. Ma tutto questo resta affare
privato: riprendendo le parole di Anna Bravo, in tal modo "si dimostra
una volta di più che il posto delle donne nella società
non dipende da quello che fanno, ma dal significato che viene attribuito
alle loro attività"(17).