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Scritture di donne: la memoria delle profughe trentine nella prima guerra mondiale

 

Si riporta l'abstarct della relazione "Scritture di donne: la memoria delle profughe trentine nella prima guerra mondiale" tenuta da Luciana Palla al seminario Grande guerra e deportazione civile tenutosi dall'Università di Venezia il 31 ottobre 2003.


Nella storiografia relativa alla grande guerra si parla comunemente di profughi, ma sarebbe più appropriato usare il vocabolo al femminile, cioè profughe, in quanto nella maggioranza furono coinvolti donne e bambini, e comunque furono sempre le donne nell'esodo a dover decidere, a cercare le condizioni di sopravvivenza per sé e i propri figli, a tentare di tenere unita la famiglia, a coltivare i sentimenti in modo da evitare almeno il trauma della lontananza affettiva dopo aver subito quella reale.
Abbiamo scelto qui di soffermarci su alcuni aspetti soggettivi dell'esodo nei territori trentini e dolomitici riguardanti la memoria delle donne, proprio perché questa esperienza cui furono soggette le popolazioni che vennero a trovarsi nella zona del fronte segnò profondi cambiamenti nel ruolo femminile all'interno della società, ruppe gli antichi schemi, fece nascere nuove consapevolezze, anche se temporanee in quanto nel dopoguerra ci fu un necessario rientro nei ranghi. Per le questioni generali del problema profughi rimandiamo invece alle due relazioni di Paolo Malni e Daniele Ceschin presenti in questo seminario, ed alla bibliografia esistente sull'argomento(1).
Sino agli anni '70 del Novecento gli studi storici hanno ignorato il dramma dell'evacuazione forzata delle popolazioni in questa prima guerra: si fece silenzio sui costi umani del conflitto, così come si tacque sulle conseguenze di tale trauma sulla società civile del dopoguerra, quando bisognò riallacciare legami, richiamare affetti, ricomporre rapporti familiari, ridare vita alla comunità disgregata, opera ben più difficile del lavoro materiale della ricostruzione di case ed ambiente fisico.
Quella del profugato venne considerata una faccenda privata, soggettiva, come se fosse naturale che le spalle femminili dovessero portare un tale peso senza nemmeno il diritto che fosse ricordato, che entrasse ufficialmente nella storia. Negli ultimi tempi però nella ricerca si è dato spazio alla soggettività, alla memoria, e quindi, dopo i diari dei combattenti (e dei prigionieri, altra categoria negletta), si sono valorizzate anche le scritture e le testimonianze femminili; si è così scoperto che non è affatto vero che non esiste una memorialistica femminile, ma in genere essa è rimasta in un cassetto, esperienza privata e non pubblica come tutto ciò che ha riguardato la vita delle donne sino ad un tempo non molto lontano da noi(2).
A questa dimenticanza storiografica ha contribuito anche il fatto che mentre il ruolo del combattente era chiaro e definito nei suoi compiti e nei suoi doveri, l'esistenza della figura del profugo/a non era prevista in quella guerra che fu tanto diversa da come era stata immaginata: era cioè una figura nuova, difficile da catalogare e quindi in un certo senso sospetta, con bisogni, esigenze e comportamenti che non erano né quelli del soldato al fronte né quelli della restante popolazione civile. Inoltre prendere storicamente in considerazione la questione dei profughi significava anche chiamare in causa il delicato problema della responsabilità delle autorità dei paesi belligeranti, per il modo in cui trattarono il proprio popolo e quello dei paesi nemici allontanato dalla zona di guerra. Da un lato gli stati non erano materialmente preparati ad accogliere un tale massiccio flusso di profughi, migliaia e migliaia di persone, in quanto ci si attendeva una guerra tradizionale che non prevedeva spostamenti ingenti di popolazioni e masse di prigionieri. Dall'altro tutta l'attenzione era centrata sugli eserciti, sull'utilizzo di tutte le risorse pubbliche e private per la guerra, e quella folla di donne vecchi e bambini era uno scomodo ingombro che consumava molto e produceva poco nulla. Si cercò di far fruttare il lavoro delle profughe, le si impiegò in fabbrica, nelle campagne, ma ciò creò costi umani altissimi: divisione delle famiglie, abbandono dei bambini, malessere sociale, ribellione, ecc. Ben difficilmente infatti si riusciva ad utilizzare efficacemente questa importante riserva di manodopera a buon mercato senza entrare in conflitto con i più elementari bisogni umani, familiari, affettivi dei profughi stessi.
Per ricomporre qualcuna di queste esistenze, oltre alla fonte orale usata spesso dagli studiosi negli ultimi decenni per raccogliere testimonianze vive, abbiamo a disposizione diari scritti sia durante che immediatamente dopo la guerra - segno che le donne consideravano la loro esperienza degna di essere ricordata e conosciuta -, ma anche lettere imploranti aiuto rivolte ad enti e persone che in vario modo si interessavano dei profughi, suppliche, scritti in qualche modo di protesta per le condizioni in cui si viveva. E' un materiale vario come tipologia, ma spesso molto simile nel contenuto.
Se noi ci soffermiamo sui diari, troviamo in essi degli aspetti comuni, sebbene ogni persona abbia un modo tutto suo di affrontare le esperienze drammatiche, che sono condizionate inoltre dalle diverse possibilità economiche dei singoli, dalle differenti condizioni logistiche in cui si sono venuti a trovare, ecc. Prendiamo al momento in considerazione l'evacuazione delle popolazioni trentine verso l'impero austro-ungarico nel maggio 1915, allo scoppio della guerra con l'Italia. Riassume molto bene in sintesi il senso complessivo dell'esodo un'operaia della Manifattura Tabacchi di Borgo Sacco in un testo straordinario scritto a matita all'interno del coperchio di un baule, segno evidente del bisogno impellente di scrivere: "La partenza dal Trentino di noi disgraziati avvenne la mattina del 24 maggio. Siamo partiti col treno, come pazzi, piangendo: c'era anche chi moriva e c'erano le donne che dovevano partorire. Siamo dovuti scappare con una camicia e un abito. A Fortezza abbiamo ricevuto del brodo e poi per tre giorni e mezzo ci hanno trascinato attraverso l'Austria superiore. Una sera, a mezzanotte, ci fanno smontare dal treno, sfiniti dalla dissenteria e ci alloggiano in una stalla che era servita ai maiali. Quella notte non c'è stato verso di riposare: c'era chi piangeva dalla fame e chi dalla paura. Siamo rimasti lì a Praibach Kirchen tre giorni e poi ci hanno condotto in un castello maltrattandoci a più non posso. Per un po' siamo rimasti in compagnia delle mucche e dei buoi, ma poi ci hanno levati e ogni mese ci facevano cambiare di luogo finché siamo arrivati nell'accampamento di Braunau (poco a nord di Salisburgo). Nelle baracche di Braunau siamo rimasti 9 mesi e poi ci hanno condotti a Linz nel campo di internamento di Katzenau, dove abbiamo patito fame e malattie. Poi una mattina è giunto l'ordine di partire per l'Italia, ci hanno chiusi come tante bestie feroci in vagoni sigillati sorvegliati dai soldati e siamo arrivati in Svizzera e poi abbiamo proseguito per l'Italia. E così speriamo che i viaggi siano terminati"(3).
La maggior parte dei diari e delle memorie sviluppa gli aspetti così sinteticamente ed efficacemente racchiusi in questa eccezionale testimonianza. La prima grande violenza patita è quella dell'evacuazione, della partenza e del viaggio fino alla destinazione in Austria. Tranne per chi ha potuto partire prima munito di mezzi propri, avendo previsto od essendo stato informato di quanto sarebbe successo, le testimonianze concordano nel rievocare quei giorni in cui la comunità si disintegra, donne vecchi e bambini vengono pigiati in carri bestiame, laceri, affamati e disperati, impossibilitati a dare un senso a quanto sta avvenendo: "Chi non ha veduto la confusione che regnava in quel giorno alla stazione non può certo immaginarlo - scrive Melania, che al momento dell'esodo è una ragazzina di 11 anni -. La v'erano riuniti tutti i paesi del distretto di Rovereto, ad ogni ora partiva un treno carico di persone, e più ne partiva più la piazza era fitta di persone. Vi erano bambini che gridavano, c'erano vecchi che morivano, e c'erano tutti i negozi e trattorie chiuse abbiamo dovuto sdraiarci in terra e aspettare lunghissime ore che venga anche la nostra di montare. Alla fine fummo invagonati come le bestie e siamo stati sul viaggio alcuni giorni, poi ci hanno scarmigliati un pochi per parte in mezzo a gente tedesca che non si poteva intenderci neppure una parola. Ci sono stati di quelli che furono trattati bene ma i più tanti furono trattati barbaramente. Furono messi a dormire in mezzo alla sporcizia dei maiali senza una coperta, senza mangiare e non potevano farsi intendere perché nessuno gli capiva. Finalmente dopo tre mesi ci riunirono tutti nell'accampamento di Mitterndorf ci avevano preparate le baracche ma essendo poche e le persone tante ci avevano messi in quattro cinque famiglie in una piccola camera. Il mangiare ce lo davano fatto ma alla moda dei todeschi non eravamo buoni di mangiarne cosicché non ci giovava nulla"(4).
Furono vissute, nelle località destinate, le situazioni più diverse: terribili nei campi profughi di Mitterndorf e Braunau, riservati ai trentini, mentre la sorte delle famiglie disperse nei paesi di Moravia e Boemia variò molto a seconda della zona, della possibilità di impiegarsi in loco, dei rapporti che si instaurarono con la gente del posto. Le modalità del ricovero e le condizioni di vita nelle famose "città di legno", baraccamenti enormi costruiti per ospitare migliaia di profughi italiani e delle altre zone dell'impero austro-ungarico colpite dalla guerra, sono già state descritte efficacemente da Paolo Malni per le popolazioni del Litorale Adriatico e da Camillo Zadra e Diego Leoni per quelle trentine, per cui rimandiamo ai loro studi(5).
Nel complesso cosmo dei profughi in Austria, moltissime sono le testimonianze che si potrebbero citare, quasi tutte di donne, che denunciano alle autorità la propria situazione, protestano, accusano l'indifferenza verso le proprie sofferenze, gridano la propria disperazione ed impotenza, implorano pietà per i propri figli. Nella lettura dei diari di profughe trentine che abbiamo preso ad esempio alcuni elementi si ripetono: oltre al dramma della partenza e del viaggio cui abbiamo accennato, c'è l'ostilità della gente ospitante che deve convivere con i nuovi arrivati, ci sono le difficoltà per la lingua, per la diversità e scarsezza del mangiare, per il clima per il quale non si è equipaggiati… Ma oltre a questi elementi materiali, nei diari emerge un particolare sentire: è struggente la nostalgia della vita perduta, ma soprattutto l'angoscia per l'assenza del marito sotto le armi del quale per lungo tempo si perdono le tracce, c'è l'emozione al momento dell'arrivo della posta, l'ansia per la sua salute, il rimpianto per la vita passata insieme; quando anche se per poco tempo si riunisce la famiglia con il ritorno del compagno dal fronte, è la felicità, e non si chiede altro. Ma non è sempre così: spesso la guerra cambia le persone, dopo quell'esperienza nessuno è più come prima, l'incontro può essere una delusione, in quanto non ci si riconosce più. Nella scrittura femminile si riversa una fortissima emotività, si dà sfogo ai propri sentimenti, di dolore, di gioia, cosa che spesso manca nei diari dei soldati, in genere molto più asciutti, schivi, essenziali.
Si avverte poi continuamente nella donna la necessità del legame con la famiglia, il bisogno di coltivare gli affetti nonostante la precaria situazione che si sta vivendo, e soprattutto c'è il sacrificarsi per gli altri, per i figli in primo luogo, ma anche per i parenti più prossimi, per chi è vicino e soffre.
Nelle memorie femminili lei non è mai sola, ma è sempre madre, moglie, figlia, e questo forse aiuta a sopportare la propria personale sofferenza, dell'eccezionalità della quale è ben consapevole: più di una donna, commentando nel suo diario le incredibili difficoltà a tirare avanti senza alcun aiuto con tanti figli in quelle condizioni di vita, dice di dover combattere ben di più che sul campo di battaglia: combatte non per la propria vita ma per quella degli altri. E forse il segreto della incredibile capacità di sopravvivenza è proprio questo. Constatiamo che le profughe, anche quando a casa non erano abituate ad assumere ruoli di direzione della famiglia, tradizionalmente maschili, di punto in bianco sviluppano una grande capacità di adattamento alla situazione, cercano ogni espediente, trovano la soluzione al momento più opportuna. C'è sì la rassegnazione agli eventi dovuta alla fede in Dio, all'abbandonarsi alla sua volontà, ma c'è anche una forza incredibile nel non lasciarsi andare alla disperazione, nel resistere, e sempre non solo per sé, ma per la responsabilità del destino degli altri, in primo luogo dei figli.
Si constata già in questa prima guerra quello che Anna Bravo ritrova nella seconda, e cioè "l'estensione del registro materno": la "maternità espansa" al di là dei legami fisici della famiglia, estesa a chi soffre, secondo il modello culturale vigente di una donna che ha il dovere di sapersi dilatare quanto serve per far fronte al ciclo della vita ed alle esigenze ordinarie e straordinarie di chi le sta vicino. Ma oltre a questo spirito di sacrificio che si può ricondurre al ruolo femminile imposto, in questo "faccia a faccia con il mondo", in questa spinta verso l'esterno richiesta dagli avvenimenti si sviluppa una vera e propria "mobilitazione della personalità", un giungere della donna alla consapevolezza di una propria identità che è centralità nel processo della vita, non più marginalità(6). Questa forza che la donna, in particolare se profuga, acquisisce con le nuove competenze che deve sviluppare per affrontare la vita di guerra, è però un patrimonio che sarà spendibile nel dopoguerra solo nel privato, in quanto pubblicamente non verrà riconosciuto.
Tornando ai nostri diari, c'è spazio in questi racconti di donne anche per i momenti positivi, per l'incontro con persone buone, ci sono pure momenti di svago, soprattutto per le più giovani; c'è la capacità di ridere, ed anche talvolta di ironizzare sulla propria incredibile situazione che, vista dal di fuori, non manca di elementi di comicità.
Si fanno anche esperimenti "poetici" narrando in rima le proprie vicende, con risultati simpatici e senz'altro efficaci come forma di comunicazione:

"Maginarse en quart de pagnocca la mattina,
A disnar, acqua con poca farina
La sera ciapem i vanzaroti
Bisogna che magnente tutti i slambroti
Sperente la se riva quanto prima
Altrimenti se ghe zonta la pelesina
Ensieme de quella anca i osseti
Saria 'peccà, corpo dei taccheti
No, no, tirente avanti, fim quel dì,
Che partirem anca da chi,
Allora fem senza de sti beveroni
Perché, nel Trentin, ghe i bei capponi"(7).

L'esperienza di chi viene condotto in Italia non è di per sé né migliore né peggiore di quella dei profughi evacuati nelle terre dell'impero austro-ungarico: molto dipende anche in questo caso dalle proprie condizioni economiche e di salute, dal tipo di alloggio, ecc. Certo, la permanenza in terra austriaca fu molto più pesante per la generale carenza di viveri, per la drammatica situazione in cui versava l'impero, il che significò per tutta la popolazione, ma in particolare per i profughi, fame, malattie, debilitazione fisica e psichica e un notevole peggioramento dei rapporti fra ospitanti ed ospitati. Riguardo però alla capacità organizzativa lo stato italiano non si distinse per efficienza nel venire incontro alle necessità degli sfollati, ma gli eventi lo colsero del tutto impreparato.
Se ripercorriamo l'esodo delle popolazioni trentine dovuto agli spostamenti del fronte legati alle spedizioni austriache del maggio 1916 e dell'ottobre 1917, i disagi della partenza improvvisa e del viaggio verso le regioni italiane sono sempre gli stessi: improvvisazione, trascuratezza dei propri bisogni da parte delle autorità, disperazione ma anche grande capacità di adattamento e di sopportazione da parte dei profughi stessi.
Drammatica ed immediata è la descrizione del viaggio da parte di Amabile Maria Broz di Vallarsa, sino a Legnago dove i profughi vengono alloggiati per mesi in una tendopoli sotto il controllo delle guardie, sulla paglia ("vecchi bambini amalati tutti abbiamo dovuto dormire su un po' di paglia sparsa sulla terra e molti come i martiti morire")(8). A Vicenza, scrive Amabile, "noi siamo stati tutta la notte in piazza senza ricevere nepur una tazza di acqua, i bambini piangevano di fame ma nessuno a potuto avere un pò di latte neppure pagando, sul far del giorno ci anno fatto montare in treno quel treno era abbastanza comodo al confronto di quello che da Schio cià condotti a Vicenza che era un treno delle bestie che puzzava come una sfronda [latrina] senza avere nei vagoni neppure una banca per sedersi vi era solo sparsa un pò di paglia e sù quella noi abbiamo dovuto sdraiarci (…). Siamo partiti da Vicenza diggiuni ancora, nei vagoni eravamo messi come le sardele che tanti doveva stare in piedi. Siamo arrivati a Verona gli ci anno fatto smontare e cambiare treno poi subito partiti senza ricevere nemmeno una goccia d'acqua"(9).
La rabbia di Amabile è dovuta al fatto che le è insopportabile accettare il modo in cui viene trattato il vecchio padre, che morirà di lì a poco di stenti e malattia. Lei stessa perirà nel 1921 di tubercolosi polmonare contratta durante il periodo di profugato. Anche dalle località italiane in cui sono alloggiati i profughi partono innumerevoli lettere di protesta, la maggior parte stese da donne, infatti sono loro a dover decidere, contattare le autorità, redigere suppliche. Si denunciano in genere l'insufficienza del sussidio, le condizioni di promiscuità in cui tocca vivere, le disparità di trattamento da località a località, l'insensibilità di fronte al loro disagio(10).
Le testimonianze di anziani allora bambini ed adolescenti, raccolte ormai anni fa, sono un complemento dei diari, evidenziano momenti di vita dei profughi rimasti particolarmente impressi nella memoria: ad esempio la fuga sotto gli spari volgendosi a guardare le proprie case che bruciano, la grande vergogna che si deve subire dei bagni di disinfestazione appena giunti in terra italiana ("ci hanno condotti, tutti in fila, nel torrente a fare il bagno. Abbiamo dovuto spogliarci tutti … Abbiamo dovuto dare i vestiti perché li disinfettassero. E poi non ci hanno più portato nel fienile, perché era stato infestato da noi"), l'impatto con la gente di là dal confine divenuta da un giorno all'altro nemica ("gettateli in acqua, buttateli nel fuoco", sono parole che non sono più state dimenticate), la curiosità delle popolazioni dove si arriva decimati, stanchi, conciati bizzarramente dopo un viaggio sì lungo e travagliato: "Quando siamo arrivati in Val Vigezzo i cavalli delle carrozze non potevano nemmeno camminare, tanta era la gente venuta a vedere che bestie eravamo, a vedere i tedeschi! - ricorda Teresa, profuga da Livinallongo - . La nonna aveva tre cappelli in testa… Tutti avevano da guardarci. Lei prima di partire era andata a prendersi almeno i cappelli, quello per andare a fiera, quello della festa, quello dei giorni feriali, e li aveva messi in testa, uno sull'altro…"(11)
Si incontra però anche gente buona, compassionevole, soprattutto nel meridione, lontano dal fronte. Ma c'è sempre la propaganda che ricorda che i profughi sono nemici, ed allora si riaccendono gli odi, le ripicche, i dispetti…
Nell'impero austro-ungarico si è sì nel proprio stato di appartenenza, ma i profughi trentini e dolomitici parlano la stessa lingua del nemico al quale vengono per questo equiparati; i ragazzini li prendono a sassate, i vicini li insultano, le autorità li controllano, eppure "noi vi abbiamo dato i nostri figli, padri, mariti", commentano le profughe: "Siamo i Vels, sono bugiarda, sono ladra, sporcazi, perchi miano preso?…sono io, si, io al fianco dei miei figli, avicinatevi, non troverete, una donna, ma una tigre, siamo Vels, non sapiamo parlare, ma vi mostrerò i denti[…]"(12): sono parole di Adelia Parisi Bruseghini, di Sacco, donna coraggiosa, piena di spirito, partita da sola per Innsbruck con i suoi sei figli alcuni giorni prima dell'evacuazione della zona di Rovereto, perché convinta contro il parere di tutti che era necessario fuggire il prima possibile per mettersi in salvo.
Le esperienze sin qui raccontate riguardano popolazioni evacuate nelle lontane terre dell'impero austro-ungarico, o in regioni italiane nemiche, ma non molto diversa fu la vita per chi non andò così lontano, come successe ad alcune famiglie di Livinallongo che trovarono alloggio nella vicina Val Badia e in Pusteria: "Siamo partiti un po' prima degli altri - racconta Maddalena da Livinallongo - . C'era mia madre e un'altra donna che l'aiutava. Avevano una gerla per ciascuno, io ero in una di esse, ed una mia sorella che aveva poco più di un anno, ed era malata, nell'altra. Pietro aveva due anni, e Maria ne aveva tre, e loro dovevano camminare. Siamo partiti così, con quello che avevano potuto portarsi via nelle gerle. Siamo arrivati a Fornacia sopra La Valle [Val Badia]. Lì siamo stati tre anni, ed abbiamo sofferto miseria, e fame tanta, perché il sussidio mia madre lo riceveva, ma non si trovava niente da comprare. Sarebbe stato necessario andare a Brunico per comprare qualcosa, ma lei non poteva andare con tanti bambini piccoli. Allora andava a chiedere l'elemosina. Ci lasciava, ci chiudeva in casa, e stava via magari mezza giornata. Ma questi badioti non ci vedevano di buon occhio, perché dicevano che eravamo noi la colpa della guerra, chissà perché… Girava mezza giornata e arrivava magari con un piccolo pugno di farina…"(13)
Per concludere voglio ancora ricordare il diario di Anna Menestrina appartenente all'alta borghesia di Trento, amica di Alcide Degasperi e di molti personaggi dell'elite politica e culturale della città(14). La sua famiglia si cercò un alloggio di fortuna in Val di Non già agli inizi del maggio 1915, quindi non subì lo shock dell'esodo in massa allo scoppio della guerra con l'Italia. Eppure anche la vita di Anna è dura: bisogna procurarsi il necessario da mangiare, si allevano conigli, ci si adatta ad una condizione di vita di sopravvivenza, parenti ed amici sono internati in Austria sotto l'accusa di irredentismo e si è in pena per la loro sorte. Questo diario ancora inedito è interessante sia per la partecipazione emotiva alla sorte degli altri, caratteristica tipica della scrittura femminile, sia per lo sviluppo già constatato altrove di una grande capacità di adattamento e di accettazione della propria mutata condizione, sia per la complessità dei sentimenti via via espressi: il pensiero riesce ad ergersi al disopra del contingente, ha mantenuto la libertà necessaria per cogliere anche le usanze del paese, per ammirare l'arte locale e la bellezza della natura. Ci sono pure brevi momenti di svago, ci si impegna a festeggiare comunque l'anno nuovo, a non lasciarsi abbrutire dalle difficoltà. Certo quella di Anna è una situazione di privilegio, dovuta alla sua educazione ed alla sua cultura.
C'è chi invece la fanciullezza non ha potuto proprio viverla, ma è diventata subito adulta, come succede a Maria di Casteltesino, cui è toccato lavorare fin da piccola per dare il suo aiuto a mantenere la famiglia profuga in Italia, ed al ritorno a casa, nella primavera del 1919 ha dovuto, ancora adolescente, per un certo periodo da sola affrontare i problemi della ripresa della vita in un paese distrutto ed ancora disabitato(15).
Per la maggior parte delle donne intervistate, all'epoca ragazzine, l'esperienza dell'esodo è stata solo un anticipo della propria vita futura, non è stata una parentesi: nella dura realtà agricola dei paesi trentini e ladini, le fatiche della guerra e della ricostruzione sono narrate come il primo impatto con una realtà di vita, di stenti e di lavoro destinata a continuare, a diventare "esistenza normale". L'esperienza posteriore non farà che confermare la pesantezza della vita sperimentata da bambine, ed il risultato è il drastico commento di un'anziana signora: "Non vorrei tornare indietro per niente al mondo"(16).
Come abbiamo detto, se la guerra sviluppò nelle profughe una coscienza prima impensabile della propria forza e delle proprie capacità, ciò non si tradusse sul piano pubblico in una emancipazione del ruolo femminile. Al termine del conflitto toccò sempre alla donna ricomporre la famiglia, recuperare gli affetti disgregati, compito non certo facile in quanto l'esperienza della guerra aveva demolito, confuso, rotto ogni equilibrio fisico e psichico. Ma tutto questo resta affare privato: riprendendo le parole di Anna Bravo, in tal modo "si dimostra una volta di più che il posto delle donne nella società non dipende da quello che fanno, ma dal significato che viene attribuito alle loro attività"(17).

NOTE

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