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In vetta! L’alpinismo come proiezione di modelli culturali e sociali borghesi tra Otto e Novecento

 

Si riporta l’abstract della relazione tenuta da Luciana Palla al convegno “In vetta! L’alpinismo come proiezione di modelli culturali e sociali borghesi tra Otto e Novecento”, Trento, 8-10 maggio 2003.

La rappresentazione della montagna dolomitica nella letteratura popolare bellunese tra fascismo e dopoguerra: l’esempio di Carmela Ronchi (1905-1978).

Il tema di fondo in cui si inserisce questa ricerca vuole essere la rappresentazione culturale della montagna e la sua mitizzazione tra fascismo e dopoguerra. L’area geografica presa in considerazione in questo incontro è quella dolomitica, limitatamente per ora alla provincia di Belluno, ed il campo specifico quello letterario: non ci occuperemo di letteratura alpinistica in senso stretto, né di grandi scrittori quali Buzzati o Rigoni Stern, bensì dell’immaginario della montagna presente in una letteratura popolare ben più modesta, di massa, ma che ebbe all’epoca grande successo come strumento di intrattenimento e di educazione in senso cattolico-fascista di un pubblico soprattutto rurale. Anche nel Bellunese si ebbe una vastissima produzione di questo genere minore che oggi può interessare perlopiù solo come oggetto di indagine: in essa vogliamo studiare la rappresentazione del rapporto fra l’uomo e la montagna, intesa sia come vetta da scalare che come ambiente di vita, proprio nel periodo in cui l’alpinismo dolomitico raggiungeva i suoi massimi successi con i pionieri del sesto grado che segnarono una vera e propria vittoria nazionale sulla scuola austro-tedesca e proprio per questo vennero mitizzati dal regime. 

Da un’indagine sulla stampa del Ventennio nel Bellunese, in particolare di “Dolomiti”, il giornale ufficiale del partito fascista in provincia, della elegante rivista illustrata “Cortina” e di altre pubblicazioni dell’epoca che raccolgono racconti e in genere articoli aventi per oggetto la vita di montagna, tra i numerosi autori emergono due figure che hanno avuto una produzione di romanzi e novelle molto ampia e di grande successo anche nel dopoguerra: Carmela Ronchi (1905-1978), insegnante agordina, e Giovanna Zangrandi (1910-1988), bolognese di nascita e cadorina di adozione, insegnante anch’essa, alpinista, aderente al ”Gruppo Italiano Scrittori di Montagna”. Le due scrittrici, pur avendo molti elementi in comune, soprattutto l’educazione fascista e l’ambiente in cui vivono e scrivono - “Dolomiti” raccoglie i racconti di entrambe -, hanno una diversa sensibilità nel raccontare la montagna, la narrano con modalità, fini e valori spesso divergenti, e diversa sarà pure la qualità dei risultati: la discriminante nelle loro vite è la guerra partigiana, cui la Zangrandi a differenza della Ronchi partecipa attivamente e che influenzerà la su produzione posteriore, ma alla base vi è anche un diverso sentire e partecipare delle esperienze della gente comune delle vallate cadorine e agordine. 

Anche se sarebbe interessante un confronto fra le due scrittrici, per il momento ci soffermeremo soprattutto su Carmela Ronchi, la quale ebbe una produzione enorme: fra romanzi e raccolte di novelle si contano sino al 1945 ben 35 volumi, alcuni dei quali ebbero parecchie edizioni e ristampe, oltre a premi letterari da parte del regime, e trovarono ampia diffusione nelle scuole, nei circoli ricreativi, nelle carceri, ecc. Qui prendiamo in considerazione solo i romanzi ambientati nelle montagne agordine, scalate tra l’altro proprio in quegli anni dai suoi compaesani Attilio Tissi, Giovanni ed Alvise Andrich, che Carmela conosceva bene e con i quali la sua famiglia era in rapporti di amicizia. Come si rispecchiano le imprese alpinistiche dei grandi rocciatori agordini e bellunesi nei suoi racconti? Quali sono i valori – sempre in riferimento alla montagna scalata e vissuta – che si propongono alle nuove generazioni nella letteratura della Ronchi, che ha come primo fine quello educativo? C’è un raffronto “vero” con la vita reale della comunità, o quale trasfigurazione e sublimazione viene essa ad assumere nella scrittura?

In Carmela Ronchi lo scalatore appare trasfigurato in una dimensione titanica, eroica, di voluta sfida alla morte. E’ evidente l’interiorizzazione della visione fascista della montagna come “scuola incomparabile di sacrificio e ardimento”, da cui si traggono “ammaestramenti di forza, di disciplina, di moralità”. Da quanto si può leggere oggi nella letteratura alpinistica, non era certo questa la concezione dei suoi illustri compaesani rocciatori: essi scalavano per loro diletto, per divertimento, semplicemente “andavano in montagna”, con naturalezza e spontaneità. 
Nella maggior parte dei romanzi della Ronchi non c’è però un riferimento diretto alle imprese alpinistiche, ma è sempre presente la montagna come simbolo: la montagna è luce, è sole, la montagna redime, è la fonte dei valori, è il bene. Chi frequenta la montagna non tradirà né la famiglia né la patria né la religione; chi invece della montagna ha paura è un debole, è un vile, e prima o poi si perderà. Chi sa vincere la montagna è l’uomo giusto, è l’uomo patriottico, l’alpinista diventa l’alpino, e lo troveremo nella guerra d’Africa a portare la civiltà. La Ronchi aderisce quindi in pieno alla cultura fascista dell’epoca e trasmette nelle sue opere proprio quei valori che il regime voleva affidati a questo tipo di letteratura diretta alle masse.
Inutile dire che non c’è in lei una percezione realistica dei problemi della montagna, ma la vita dei suoi paesi è trasfigurata in una dimensione idilliaca, oppure è trasformata sulla base dell’ideologia cattolico-fascista che la Ronchi segue pedissequamente: l’emigrazione, i problemi sociali, le lotte politiche della montagna agordina – quando sono presenti nei racconti – sono sottoposti ad un rigido giudizio morale, secondo il quale il bene è il conservatorismo ad ogni costo, e il male qualunque volontà di cambiamento. 
La narrativa della Ronchi, così aderente al ruralismo tradizionale cattolico, sopravvive nel secondo dopoguerra senza cambiare granché. Rispetto al periodo di produzione fascista, la montagna assume però anche un’altra connotazione, e cioè di “montagna della libertà”: come durante la prima guerra la montagna era diventata eroica nella difesa della patria, ora nelle sue intenzioni dovrebbe diventare il simbolo della resistenza; ciò avviene però in maniera così astorica che è molto difficile cogliervi un qualunque legame anche ideale o mitico con quella che fu la lotta partigiana nella Valle del Biois.

La montagna della Ronchi è quindi semplificata al massimo, così come la vita delle sue popolazioni. La contraddizione è assente, o se esiste è creata dal colpevole traviamento, dall’allontanarsi dai veri valori, famiglia, patria e religione, di cui la montagna nella sua naturale purezza è simbolo. Ben altra è la vita di montagna descritta da Giovanna Zangrandi, la cui vera produzione comincia però dopo la guerra, dopo un lungo periodo in cui frequenta le montagne non per motivi ludici, ma come aderente al movimento partigiano del Cadore. Nel suo diario di quegli anni, pubblicato in seguito, la sua montagna si popola non di figure ideali fuori dal tempo, ma delle contraddizioni della resistenza. Nei suoi romanzi non c’è più la montagna che rende forti – di cui anche la Zangrandi scriveva sotto il fascismo -, scuola di ardimento, montagna solare, ma c’è spesso la montagna nera che non rende niente, che espelle senza pietà i suoi abitanti, resi duri e tristi. 
La Zangrandi ama le sue montagne, le frequenta, le conosce, si rifugia nella loro solitudine, scopre in esse l’unica possibile fede, ma non le idealizza. Allo stesso modo ama la popolazione del suo Cadore proprio perché la conosce nella sua storia: “Questa gente scura, ignota, dalle lunghe mani adunche e magre, che lavora, mugola, conta centesimi, calcola, fuma, scatta un attimo nel riso salace, irridente, tace ancora, come oppressa da grigia e pesante nuvola, tutto si ingrigia, muore lo sprazzo di riso e di canto, si spegne”.
Carmela Ronchi invece ama la montagna solo perché non la conosce, perché pur vivendoci non ha idea di cosa essa sia: per lei è solo un ambiente romantico in cui inserire i miti e gli stereotipi della propria letteratura.

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