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Francesco Ferdinando Rizzi, pittore di guerra nelle Dolomiti

 

 

1. Senz’altro originale fu il percorso di vita del pittore Francesco Ferdinando Rizzi (1868-1952), nativo di Campitello in Val di Fassa, che tra mille traversie inseguì con pervicacia la realizzazione del suo ideale artistico, subordinando ad esso ogni altro interesse e affetto, scelta politica e ideologica, come egli stesso ci testimonia nella sua autobiografia Mein Kampf um die Kunst(1).
Qui ci occuperemo solo di una parte della sua attività artistica, e cioè delle sue opere di guerra durante il primo conflitto mondiale. Questa fase pittorica era da lui considerata non molto rilevante rispetto all’alta finalità che si era proposto di raggiungere, tuttavia diede un’impronta notevole alla rappresentazione della guerra sulle Dolomiti, che è interessante leggere tramite le note di commento che il Rizzi stesso ci ha lasciato. Cercheremo quindi di capire anche come egli si autorappresenta, l’immagine che vuole consegnare di sé ai posteri in quanto artista in periodo di guerra.
Nella sua autobiografia egli si dichiara espressamente pittore di guerra, Kriegsmaler, e in quanto tale ci parla della sua produzione artistica nella zona del fronte del Garda e delle Dolomiti. In realtà egli non ebbe mai la nomina a pittore di guerra, né domandò mai - per quanto ne sappiamo - all'Ufficio stampa di guerra di essere assunto nel "Gruppo artistico" (Kunstgruppe) nel quale furono riuniti pittori e scultori incaricati ufficialmente di servire la patria, anziché con le armi, con le loro capacità artistiche. I componenti del "Gruppo artistico - scrive Liselotte Popelka - ricevevano il titolo di 'pittori di guerra' o 'scultori di guerra', avevano grado e uniforme da ufficiale, disponevano di appositi lasciapassare coi quali avevano accesso a tutte le posizioni militari e portavano al braccio una fascia che identificava il loro ruolo"(2).
E' del tutto credibile che al Rizzi non interessasse la nomina ufficiale a pittore di guerra: la sua era una vocazione naturale alla pittura, non aveva bisogno di riconoscimenti ufficiali. Egli del resto non esitò a dichiararsi pittore accademico, e a firmare così i suoi quadri, senza aver mai concluso un'accademia artistica, né quella di Praga, in cui trascorse un paio d'anni, né quella di Monaco, da cui andò via quando aveva raggiunto la convinzione di aver ormai imparato abbastanza dagli altri: solo la natura - disse - sarebbe stata da quel momento la sua unica guida. Lo slancio artistico, il genio - che lui era convinto di possedere dalla nascita - non andava imbrigliato da nessuna prassi burocratica, ma doveva essere lasciato libero di manifestarsi spontaneamente nell'opera artistica. Allo stesso modo egli era convinto di essere naturalmente pittore di guerra: nessuno aveva maggior titolo a dargli questa carica che lui stesso. Tutto questo fa parte del personaggio Rizzi, così convinto delle sue doti artistiche al di fuori di ogni scuola e di ogni regola. Più problematico invece è capire quale fu il ruolo e la posizione che egli effettivamente assunse durante la guerra in qualità di autonominatosi pittore di guerra.
Da un lato abbiamo la documentazione depositata presso il Kriegsarchiv di Vienna, da cui risulta che in data 22.12.1916 il Rizzi si rivolgeva al Maggiore Generale Max Ritter von Hoen, comandante dell'imperialregio Ufficio stampa di guerra in Vienna chiedendogli: "A quale rango ha diritto il pittore di guerra - in possesso ovviamente di una formazione accademica - che come tale assolva onorevolmente il proprio compito?" Lo scopo della lettera era quello di ottenere l'autorizzazione a disporre anch'egli della uniforme segno di riconoscimento dei pittori di guerra, che gli avrebbe conferito "il rango e l'onore" necessari per farsi rispettare come artista e per poter svolgere la sua opera al fronte senza dover continuamente superare difficoltà pratiche, noiose e nocive all'esplicarsi del suo talento. Egli - dice nella lettera - per oltre un anno aveva vestito sul campo gli abiti civili, con la sola fascia giallo-nera di pittore di guerra al braccio. Per avere maggior libertà di movimento e rispetto aveva poi chiesto l'uniforme militare in dotazione ai pittori di guerra sicuro di averne diritto, ma gli venne data invece la semplice divisa degli Standschützen di cui faceva parte, "senza grado e senza rango". Gli era venuta perciò a mancare, ancor più di prima, quando vestiva gli abiti civili, la "dovuta considerazione", l'"onore" che si deve ad un artista, il quale dovrebbe essere equiparato a tutti gli effetti ad un ufficiale.
Il generale rispose naturalmente che il Rizzi non poteva fregiarsi della denominazione ufficiale di pittore di guerra: è vero che nella rispettiva sfera d'influenza singoli Comandi concedono a pittori accademici, sia ufficiali che soldati, di esercitare nell'ambito del servizio anche la propria arte, ma tali artisti assolvono il proprio servizio come militari e non come pittori di guerra, per cui per essi valgono le norme militari generali(3).
Quindi il Rizzi, che al momento della chiamata alle armi aveva 46 anni, dipingeva a titolo personale, con l'autorizzazione del proprio Comando. Dipinse, a quanto scrive nell'autobiografia, moltissime opere, perlomeno un centinaio e alcuni ritratti furono pubblicati nel giornale di trincea "Tiroler Soldatenzeitung".
Nella sua autobiografia il Rizzi dà però un'immagine di sé come pittore di guerra ben differente da quella che traspare nella corrispondenza con il generale Max Ritter: egli si descrive riverito, stimato da tutti, soprattutto dai suoi superiori, come artista e come uomo. Nel primo periodo di guerra egli è segretario degli Standschützen della Val di Fassa, ma oltre al suo servizio in ufficio egli si dedica, ogni volta che ne ha la possibilità, a disegnare schizzi di soldati: "Ero ricercato da Canazei a Campitello. Non solo gli ufficiali tedeschi [dell'Alpenkorps] volevano farsi ritrarre, ma anche molti soldati per poter mandare a casa un loro ritratto dalla zona di guerra, tanto che avrei avuto bisogno di ben dieci mani, non delle due che avevo" (4).
Corrispondeva senz'altro al gusto dell'epoca questa richiesta da parte dei soldati di essere ritratti e probabilmente in quel momento in Val di Fassa non c'erano tanti pittori disponibili a tale servizio. Il Rizzi descrive poi come, dopo aver letto sulla "Tiroler Soldatenzeitung" della possibilità di diventare Krigsmaler, inoltrasse domanda in tal senso ad Innsbruck al locale Comando di difesa territoriale presentando anche alcune sue opere originali. Nell'ottobre 1915 la sua domanda – di cui non è stata trovata traccia - sarebbe stata accolta, tanto che lui cominciò ad operare come vero e proprio pittore di guerra sul fronte di Riva del Garda. "Come pittore di guerra a Riva ero l'unico" - egli dice(5). Non accenna minimamente a difficoltà nel farsi rispettare e riconoscere, ma si descrive pienamente calato nel suo ruolo di artista, grazie al quale godeva della considerazione di tutti. La mitizzazione che egli fa di se stesso, giustificata dalla convinzione di possedere il dono del genio artistico e dalla sua teoria dell'arte come redenzione della società, spiega senz'altro la discrepanza che subito si nota fra questo quadro idilliaco e le difficoltà riportate nella lettera al generale Max Ritter: è il contrasto fra il reale e la sua sublimazione nella scrittura autobiografica.
Dai molti episodi che riporta, il Rizzi pare però effettivamente del tutto libero di muoversi ovunque, anche a ridosso delle linee nemiche, senza il rischio di essere considerato una spia, senza alcun sospetto da parte dei suoi superiori: "Sull'alta Rocchetta produssi opere che riguardavano la vita del campo, rappresentazioni di uomini nelle trincee, sentinelle del campo, posizioni d'artiglieria, come anche vedute panoramiche del bel lago di Garda. Siccome stavo proprio sul fronte, mi venne il desiderio di ritrarre anche soldati italiani, per poter vedere anche qualcosa del nemico. Usufruendo della mia libertà per poter soddisfare la mia curiosità, raggiunsi attraverso la trincea la località Biacesa in Val di Ledro, dove l'impresa poteva diventare rischiosa perché con me avevo alcuni disegni delle postazioni d'artiglieria. Sebbene non avessi ancora avvistato il nemico, pensai di tornare indietro per non venire, una volta tagliato fuori, non dico ammazzato ma neanche fatto prigioniero assieme ai miei disegni delle nostre postazioni. Mi resi conto di quanta fiducia godevo all'interno del comando militare della mia zona anche in tempi di guerra, e così decisi per il ritorno. Risalii il monte pensando che sarei anche potuto venir preso erroneamente per un traditore della patria se non fossi tornato indietro"(6).
Proprio in quell'occasione rischierà di essere colpito da una sentinella austriaca, che scambiò il suo cappello con la piuma, che portava insieme agli abiti civili, per il cappello di un alpino italiano. Lo salvò il fatto che il soldato di guardia lo riconobbe subito essendo stato già dal Rizzi ritratto.
Nella descrizione di molti episodi di cui fu protagonista durante la guerra, al suo ruolo di pittore associa quello di uomo coraggioso, sprezzante del pericolo: egli continua a lavorare alla sua tavolozza anche sotto il sibilo delle granate, si ritira al riparo solo all'ultimo momento. Anche questo fa parte dell'idealizzazione dell'uomo-pittore, il quale ha una grande missione da compiere, quella di migliorare la società.
Il Rizzi ritrae "i soldati più meritevoli, quelli che avevano ricevuto le medaglie al valore"(7). Questo corrisponde alla funzione dei pittori di guerra ufficiali: uno dei compiti loro assegnati era proprio quello di ritrarre intere serie di militari decorati, questo ad onore del singolo soldato ed anche del reggimento di appartenenza. Alcuni di questi ritratti venivano poi pubblicati sui giornali di trincea: ad esempio "la Tiroler Soldatenzeitung aveva una rubrica fissa intitolata 'I nostri eroi' che riportava ogni volta il ritratto di un soldato decorato; poteva trattarsi tanto della riproduzione di un ritratto eseguito da un artista (sia da un 'pittore di guerra' ufficiale che da un altro combattente) quanto di un ritratto fotografico"(8). Su questa rivista appaiono nel 1916 anche alcuni ritratti del Rizzi - come già si è detto -, mentre a tutt'oggi non si conoscono altre pubblicazioni che riportino le sue opere di guerra.
Nella scelta dei soggetti da ritrarre sembra che il Rizzi - da quanto si può cogliere nella sua autobiografia - introducesse una valutazione morale: si rifiuta ad esempio di terminare il ritratto di un soldato che gli pare tutt'altro che un eroe, mentre in altri casi esprime apertamente la sua ammirazione per il coraggio di qualche suo "modello". Come l'immagine che presenta di se stesso risulta trasfigurata nel processo di scrittura autobiografica, allo stesso modo i suoi modelli devono essere degni di venire immortalati dal processo artistico.
Dopo un periodo trascorso sul Garda, il Rizzi inoltra domanda di potersi recare, "come pittore di guerra e disegnatore", sul fronte delle Dolomiti, nella zona della Marmolada.
L'autorizzazione gli viene concessa, insieme ad una presentazione lusinghiera della sua opera di artista: "Giunto in Val di Fassa e annunciatomi al generale Schiessler, egli mi tese amichevolmente la mano e mi consegnò contemporaneamente una relazione che aveva ricevuto dal comando di Riva, dove mi si descriveva come un pittore affidabile e capace, sebbene l'impressione che davo fosse quella di una persona modesta"(9).
A Canazei pare che la sua condizione sia equiparata in tutto e per tutto a quella degli ufficiali: mangia alla loro mensa, gli viene assegnata una bella camera e anche un attendente, e può girare e lavorare in piena libertà seguendo il proprio estro. Si trasferisce poi al Passo Pordoi, più vicino al fronte in modo da poterne osservare le postazioni, ed anche lì è trattato con tutto rispetto: ha una camera tutta per sé all'Hotel Pordoi, trascorre le serate in conversazione e giocando a birilli con gli ufficiali; gode della considerazione anche del nervoso comandante di sezione, il quale accetta senza reagire persino i suoi rimproveri per il trattamento disumano riservato ai prigionieri russi che lavoravano negli accampamenti a trasportare alberi, denutriti e sfiniti. La rappresentazione idealizzata di se stesso come pittore di guerra continua con il trasferimento sul fronte di Pescul, faccia a faccia con la Marmolada: gli ufficiali - egli dice - "trattavano me con gran rispetto, poiché vedevano che la mia era una professione accademica"(10).
Il Rizzi nella sua autobiografia considera un grande onore aver potuto partecipare alla mostra di opere di guerra allestita dall'Ufficio stampa ad Innsbruck e poi a Bolzano; la giuria era a Vienna e precisamente al Palazzo dell'Accademia delle Belle Arti, in cui egli poté entrare finalmente con la dignità del pittore che presenta le sue opere, con grande soddisfazione quindi, dato che l'ultima volta, vent'anni prima, ne era uscito sconfitto ed umiliato dopo il fallimento dell'esame di ammissione all'Accademia stessa.
Se questa fu senz'altro per il Rizzi una rivincita morale, egli non sembra però aver ottenuto neppure nel periodo bellico quel successo che sperava, dato che non lo troviamo in nessun altra delle tante esposizioni allestite dal suddetto Ufficio stampa in tutte le regioni della monarchia austro-ungarica per le opere degli artisti che avevano la qualifica ufficiale di pittore e scultore di guerra.

2. Oltre ai ritratti, il Rizzi dipinse altri soggetti di guerra, in genere a carboncino, sia dal fronte di Riva del Garda che da quello delle Dolomiti: sono stazioni di teleferica, case distrutte, o scene con protagonista il soldato ora di vedetta, ora nell'ambiente della trincea, ora accanto a un compagno ferito. Un'ampia visione delle opere di cui attualmente siamo arrivati a conoscenza è disponibile nel catalogo della mostra tenutasi nel 1989 a Vigo di Fassa, dal titolo Francesco Rizzi. Opere di guerra.
Molto suggestivo per noi è senz'altro il quadro corale rappresentante una messa da campo con sullo sfondo la Marmolada (Standschützenfeldmesse), e a mio personale giudizio colpiscono in particolar modo i due carboncini Ammalati al sole e Cimitero di caduti - un padre e una madre che trovano la tomba dei loro figli - nelle Dolomiti, perché mi pare di potervi cogliere in qualche modo il pathos della guerra(11).
Nel primo c'è l'immagine di un'umanità sofferente al di fuori di ogni retorica bellicista: non più divise, decorazioni al valore, opere di guerra, ma il soldato - che con la malattia mostra la sua debolezza di uomo - ripreso con un che di decadente mentre si abbandona alla natura. Nel secondo il Rizzi si allontana dalla sua consueta concezione naturalistica dell'arte, in quanto quelle enormi croci, simbolo di morte, sovrastano uomini e cose rompendo ogni proporzione ed armonia. Il simbolo ha la precedenza sulla rappresentazione, l'occhio coglie una realtà deformata, e proprio in questo si esprime il tragico della guerra.
E' questa però un'eccezione nella pittura di guerra del Rizzi, il quale è anche nelle opere create al fronte "un fedele osservatore della natura, estremamente preciso nella riproduzione dettagliata delle proprie impressioni"(12). E' risaputo come egli condannasse in maniera feroce le Avanguardie perché secondo lui falsificavano la verità dell'arte: la natura è la fonte vera ed eterna di ispirazione, essa sola rappresenta "l'essenza, il vero essere dell'arte". Rifiutandosi di rappresentare visivamente le inquietudini dell'epoca per rifugiarsi in una natura serena ed incontaminata, il Rizzi si scontra con molti artisti del suo tempo che invece frantumavano e deformavano la realtà per mostrare i segni della devastazione che aveva fatto affondare la società europea in quell'inizio secolo. Molto dure sono le sue parole contro Egger Lienz, che già da tempo aveva manifestato tendenze espressionistiche ed intenti simbolisti, emersi poi con insistenza nelle sue opere di pittore di guerra(13).
Nel Rizzi non si verifica invece nessuna metamorfosi artistica durante il conflitto: egli fissa con la matita volti di soldati, paesaggi, interni di ambiente con il massimo rispetto per i particolari e la massima precisione (vedasi la bellissima Lettera dal fronte del 1915)(14).
Questo cogliere e fotografare il dettaglio minuto sembra quasi un volersi ancorare a qualcosa di solido, di non sfuggevole, nel mentre la guerra distrugge ogni certezza, disorienta, cambia il volto delle cose. "Secondo il mio ideale artistico - scrive nella sua autobiografia - mi sarei occupato di ben altro che non di ciò che invece dovevo fare come pittore di guerra, perché nell'arte ricercavo prima di tutto la piena libertà, e invece di tristezza, atrocità e orrori, desideravo creare il sublime, la bellezza, la gioia"(15).
La guerra è un intermezzo da dimenticare, essa non diventa per il Rizzi occasione di meditazione critica sul suo concetto di arte come riproduzione oggettiva della natura: quel dramma, che egli pur vive da vicino, non influisce sulla sua sensibilità di uomo e di pittore, tanto che considera quei quattro anni completamente persi per il suo sviluppo artistico: egli si ostinerà a credere che niente sia cambiato dopo quell'immane catastrofe, che la natura sia sempre incontaminata, e non si accorge che persino essa, dopo la guerra, "non è più quella di prima, che anche lassù è arrivato il tempo della città, che la montagna non è più incantata"(16).
Durante la seconda guerra ritroviamo il Rizzi, ormai ultrasettantenne, a fare ritratti di soldati feriti in un ospedale di Monaco. Disponiamo di quattro di questi disegni, che ci vengono descritti dall'autore nella sua autobiografia: "Lì feci a matita, uno dopo l'altro, quattro quadri. Il primo: un ferito di guerra a letto, mentre leggeva un libro. Il secondo: un ferito di guerra mentre chiedeva qualcosa alla sua infermiera. Il terzo: tre feriti di guerra nei loro letti, uno mentre leggeva, il secondo mentre scriveva e il terzo che si riposava dopo l'operazione ben riuscita, rappresentai come sempre il tutto dettagliatamente con l'interno della stanza. Il quarto: quattro giocatori a carte con tre spettatori e l'infermiera che stava con loro"(17).
Come il Rizzi stesso commenta, le scene sono riprese nei minimi particolari, nel modo più realistico possibile, e proprio in questo - secondo lui - sta il loro valore. Nulla è cambiato quindi nella sua concezione dell'arte, da una guerra all'altra, anche se nella sua produzione risentirà infine anch'egli dell'influenza di quei modernismi che così aspramente condanna, ma ciò avverrà del tutto inconsapevolmente. "I nemici della vera arte", coloro che vogliono introdurvi delle "novità" degradando "ciò che è naturalmente bellissimo e divinamente magnifico - conclude alla fine dell'autobiografia - non sono chiamati da madre natura ma da Satana a diventare artisti o meglio a fare i criminali […]; infatti quello che gli artisti di quel tipo, normalmente, presentano al pubblico è testimonianza non di ciò che è bello, nobile, divino ma dell'innaturale, del brutto, di ciò che va e viene generato da impure e cattive volontà e da cattive intenzioni ed è solo figlio di una diabolica scelleratezza"(18).

NOTE

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