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Il movimento “neo” ladino in provincia di Belluno

 

E' appena uscito (15 febbraio 2005) il volume:

Brigitte Rührlinger, Il movimento “neo”ladino in provincia di Belluno. Aspetti soggettivi di un’identità linguistica e culturale, Istitut Cultural Ladin “Cesa de Jan”-Cierre Edizioni, Verona 2005. E’ il primo libro della collana “Ladins da souramont”, a cura di Luciana Palla, edito dall’Istitut Ladin “Cesa de Jan” di Colle S.Lucia, Cortina d’Ampezzo e Livinallongo, insieme a Cierre di Sommacampagna (Verona).

Presentiamo qui di seguito la Prefazione al volume, di Luciana Palla.


Questo volume vuole essere il primo di una nuova collana chiamata “Ladins da Souramont”, edita dall’Istituto Ladino “Cesa de Jan” che ha sede a Colle S. Lucia. L’istituto è stato pensato e progettato da tempo, ma è nato da poco e nel suo statuto approvato definitivamente ai primi di luglio 2004 si legge che si vuole operare “nell’ambito della promozione, tutela e valorizzazione dell’identità culturale e linguistica ladina della popolazione dei territori comunali di Colle S. Lucia, Cortina d’Ampezzo e Livinallongo del Col di Lana in quanto parte dell’area storica tirolese della minoranza linguistica dei ladini delle Dolomiti”(art. 3.1).
Il titolo della collana ha quindi un significato preciso. “Ladins da Souramont” è la denominazione con cui gli abitanti delle valli di Badia e Gardena tradizionalmente designano i tre comuni suddetti nell’ambito dell’area disposta geograficamente intorno al massicico del Sella, cioè all’interno della “Ladinia” storica che tutti li comprende e che ha portato avanti la difesa della specificità ladina da fine Ottocento ad oggi: dalle prime dichiarazioni pubbliche in ambito tirolese a difesa della propria lingua e tradizioni da parte dell’Uniun Ladina fondata ad Innsbruck nel 1905, alle petizioni ladine del primo dopoguerra, dopo l’annessione all’Italia, per mantenere la storica unità ed ottenere tutela, al grande movimento che vide operare insieme le cinque valli dolomitiche nel 1945-48 quando, nel processo di ricostruzione delle nazioni e degli stati dopo il secondo conflitto, esse tentarono di rinsaldare i loro legami culturali e territoriali rotti sotto il fascismo, in modo da porre le basi per un futuro insieme, contro la frammentazione in tre province e due regioni introdotta nel gennaio 1923, e che dura ancora oggi.

Una lunga serie di lotte dunque, di richieste di riconoscimento, tante battaglie - come in ogni realtà vissuta - fatte di luci e di ombre, uniscono in nome della difesa della propria specificità le cinque vallate dolomitiche e fanno parte tuttora della loro “memoria storica” collettiva, in quanto grande fu sempre la percezione di condividere interessi comuni di ogni tipo, linguistico, culturale, religioso, economico-sociale.

A questo passato si richiama quindi l’articolo 3 dello statuto, in nome di una secolare storia in comune con le valli di Badia, Gardena e Fassa, rotta con la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo, ma il cui ricordo non è di fatto scomparso. Ne fa fede il fatto che, nonostante la realtà socio-economica delle cinque valli del Sella assumesse ad iniziare dal secondo dopoguerra tratti via via sempre più differenziati ed aumentasse il divario fra di esse legato alla gestione del territorio montano e delle sue risorse, dovuto principalmente, ma non solo, ad un diverso peso degli interventi finanziari in province a statuto speciale rispetto al Bellunese, i legami culturali non vennero mai meno: molte sono state sinora le iniziative comuni, al disopra dei confini, per richiamare l’antica unità ladina da parte delle generazioni oggi più anziane che, quasi ignorando la frammentazione politico-amministrativa delle valli del Sella, hanno concorso a mantenere vivo il senso della loro specificità, continuando a coltivare nella comunità la presenza di una differenziazione ladina rispetto alle altre popolazioni agordine e bellunesi che solo forse dall’ultima generazione non è più percepita.

Ma l’identità è un fenomeno molto complesso, in continuo cambiamento, non è mai fissa, e nonostante la volontà di chi vuol richiamare il passato e mantenersi ancorato ad esso, il modo di autorappresentarsi muta nel tempo, subisce pressioni interne ed esterne, deve fare i conti con richieste ed interessi più o meno espliciti. A circa un secolo di distanza dalle prime affermazioni della ladinità nelle valli del Sella oltre che nei Grigioni e nel Friuli, che risale alla seconda metà dell’Ottocento, si ha ad iniziare dai primi anni ’80 del Novecento un’altra ondata di scoperta (o di riscoperta?) di un’identità ladina in zone bellunesi in cui anticamente era diffuso il tipo linguistico ladino, e cioè in Agordino, Zoldano, Cadore, oltre che in Comelico, area di parlata ladina da tempo riconosciuta.

Non è un fenomeno solo del Bellunese, ma lo stesso avviene nel Trentino per le valli di Non e di Sole. Si traduce cioè in atto di nuovo quel processo, così ben studiato da Ugo Fabietti[1], di recupero mitico ed astorico di tradizioni, di culture, o di una lingua originaria, che deve servire a porre le basi del riconoscimento di un’identità funzionale ad una particolare situazione politica che si è venuta a creare. Nel nostro caso gli elementi scatenanti tale fenomeno di creazione di una specificità, e della sua indotta presa di coscienza, sono senz’altro da un lato una reazione al processo di globalizzazione in atto che richiama, come reazione, la valorizzazione delle tradizioni locali e l’ancoramento salvifico alle “radici”, e dall’altro, in modo complementare, la speranza e la volontà di partecipare ad una gestione di risorse supplementari distribuite secondo il criterio delle specificità culturali.

Il riconoscimento del gruppo ladino in provincia di Bolzano, confermato e rafforzato con l’approvazione del Secondo Statuto d’autonomia del 1972, crea il precedente in base al quale si ritiene possibile in futuro un trattamento privilegiato anche per le comunità ladine nel Bellunese, e quindi, se la loro area è ampia e non limitata a tre comuni, si potrebbe pervenire all’ambito riconoscimento di provincia autonoma anche per Belluno, grazie all’esistenza in essa di “minoranze linguistiche”. La provincia di Belluno si trova incuneata tra due regioni a statuto speciale che dispongono perciò di molte risorse aggiuntive pur non avendo caratteristiche diverse tranne quelle storiche e culturali. Questa speranza di trovare la via per ovviare a quella che è percepita come una palese ingiustizia spinge quindi politici e stampa locale ad attivarsi in tal senso, facendo propria la tesi linguistica del prof. G. Battista Pellegrini che ha sempre negato che l’idioma ladino nel Bellunese sia limitato solo ai tre comuni.

Nasce così il movimento “neoladino” bellunese, nascono nuove associazioni culturali ladine suscitando emozioni e reazioni di segno opposto in coloro che ne sono coinvolti, c’è la corsa alla costruzione e all’appropriazione dei miti e dei simboli che sono alla base di ogni processo di identità. Le coscienze di identità si possono creare per i motivi più diversi, ma una volta create esistono, procedono per conto loro, hanno una loro vita che interagisce con quella delle identità preesistenti, che di conseguenza si modificano a loro volta. Le identità nuove, per quanto artificiose o strumentali al loro esordio, possono trovare un terreno favorevole e rafforzarsi con l’entusiasmo dei neofiti, oppure possono dissolversi in una bolla di sapone; le identità preesistenti possono acquisire nuova forza per difendersi, possono rinvigorirsi, come pure indebolirsi per esaurimento delle loro energie vitali.

Non c’è a tutt’oggi, per chi vive la questione ladina dall’interno, ancora la serenità per una considerazione obiettiva del fenomeno in atto nel Bellunese, tanto più che i disegni politici costruiti su quest’ansia di ladinità non si sono a tutt’oggi né realizzati né frantumati. Sono quindi tanto più necessari studi approfonditi e multidisciplinari per capire come si è formato, qual è e come si evolve il senso di identità e la coscienza di appartenenza ad una comunità, sia essa veneta, o cadorina, o ladina.

Un primo passo in questa direzione è senz’altro costituito dalla tesi di laurea di Brigitte Rührlinger, Il movimento “neo”ladino in provincia di Belluno: descrizione dei sentimenti soggettivi di un’identità linguistica e culturale”, frutto di una ricerca condotta in loco nella primavera 2000 e ultimata nell’estate successiva. A prescindere dagli studi condotti sull’argomento dal prof. Hans Goebl che anticipano il lavoro della Rührlinger[2], è questa la prima indagine in assoluto sulla “nuova” ladinità e l’Istituto Culturale “Cesa de Jan”, che esprime invece la realtà ladina tradizionale dei tre comuni ex brissino-tirolesi, proprio perché non si chiude in un’identità stereotipo ma pensa ad un’identità vissuta in maniera problematica e aperta, unico modo di essere ladini oggi, si fa promotore della stampa e della diffusione di tale lavoro, trasformandolo in volume.

La prima parte dello studio è molto teorica, per addetti ai lavori, in quanto si sofferma più che altro sull’origine e svolgimento della “questione ladina”, ma è comunque molto importante perché ci dà in sintesi una cronistoria del valore semantico del termine “ladino” da quando cominciò ad essere usato in ambito scientifico fino ad oggi.

Lo stesso vale più in generale per la trattazione della “problematica dell’identità”, sviscerata in maniera schematica nelle varie accezioni e significati ad essa attribuiti dagli studiosi: argomento certo anche questo per cultori della materia, ma comunque utile per chi cercasse indicazioni bibliografiche e di ricerca per indagare temi come “l’invenzione della tradizione”, o i molteplici significati e stereotipi che il termine identità in sé racchiude.

Dall’ambito della teoria ci caliamo invece nella variegata realtà ladina con un ampio quadro ragionato e documentato delle iniziative che hanno inteso dare vitalità alla lingua ladina prima nelle province di Trento e Bolzano, ed ultimamente nella provincia di Belluno: leggi e progetti di legge, iniziative riguardanti scuola e mass-media, associazioni culturali, ecc. Si entra così nello specifico del movimento “neoladino” bellunese, dai suoi primi passi due-tre decenni fa sino alla primavera 2000, quando già era stata approvata la legge nazionale n. 482 del 25.11.1999 a tutela delle minoranze linguistiche in Italia.

L’indagine sul campo, che costituisce la parte più consistente e significativa del volume, si svolge quindi in un momento molto delicato, ricco di aspettative per i “neoladini”, pieno di fermenti, in quanto proprio dal regolamento della nuova legge e dalla sua applicazione in provincia di Belluno sarebbe dipeso il loro riconoscimento ufficiale. L’inchiesta dell’autrice fotografa in un certo senso le tensioni e le polemiche fra ladini “storici” e “neoladini” di quel periodo, ed in generale, ironie e perplessità, mescolate ad entusiasmi e speranze.

Dal momento dell’indagine ad oggi molti passi sono effettivamente stati fatti dai “neoladini”. In primo luogo ben 38 comuni sono stati compresi nella delimitazione territoriale dell’area ladina approvata dal Consiglio Provinciale di Belluno il 27 ottobre 2001, ottenendo quindi l’ambita legittimazione e la conseguente partecipazione alle disposizioni di tutela previste dalla legge n. 482. Questo ha incoraggiato le Unioni Ladine bellunesi a continuare le iniziative atte ad acquisire e far conoscere la coscienza della propria identità linguistica e culturale, e a consolidare i simboli rappresentativi di tale nuovo “status ladino”.

Quello che più ha sconcertato i ladini del Sella è stato l’appropriarsi della bandiera celeste, bianca e verde, simbolo di tante lotte ad iniziare dal primo dopoguerra non solo contro le autorità centrali di Roma ma proprio contro le rappresentanze politiche e culturali bellunesi ora “neoladine”, che solo cinquant’anni fa tanto fecero per negare l’esistenza di una qualsiasi ladinità dei tre comuni di Livinallongo, Colle e Ampezzo.

L’autrice nel suo studio distingue fra ladini “storici” dei tre comuni e “neoladini”, ma anche questa definizione è oggi ormai anacronistica, in quanto il nuovo istituto rappresentante i neoladini con sede a Borca di Cadore, nato quasi in contemporanea a quello della “Cesa de Jan” a Colle, si è chiamato “Istituto Culturale delle Comunità dei Ladini Storici delle Dolomiti Bellunesi”[3].

Anche questo ci dice come tutto ciò che riguarda l’identità ladina nel Bellunese a tutt’oggi è in continua e rapida evoluzione, e quindi probabilmente va già oltre il quadro che ci dà Brigitte nella sua ricerca; abbiamo però voluto mantenere salda la data del 2000, inserendo aggiornamenti solo nella bibliografia ed in alcune note a cura della redazione, perché sia chiaro che lo studio presentato in questo volume inquadra un momento ben preciso del processo evolutivo del sentimento dell’identità “neoladina” bellunese e non è condizionato dagli avvenimenti successivi.

La ricerca sul campo della Rührlinger si basa sulla compilazione di un questionario accuratamente preparato e su alcune interviste aggiuntive cui hanno risposto in totale 92 persone, 19 delle quali appartengono all’area ex brissino-tirolese e le restanti 73 a vari comuni di Cadore e Agordino. Questo squilibrio – dice l’autrice – è giustificato dal fatto che le interviste nei tre comuni di Livinallongo, Colle S. Lucia e Cortina servono come “corpus di controllo”, mentre interessava maggiormente la situazione “nelle zone dove la questione della ladinità si è posta più recentemente”, cioè in Agordino e in Cadore.

Là dove i dati raccolti nei tre comuni sono effettivamente usati come termine di confronto, quindi trattati separatamente, l’analisi dei risultati è chiara, mentre qualche perplessità nasce nel lettore riguardo all’interpretazione dei dati quando nell’elaborazione grafica finale cade ogni differenziazione fra “ladini storici” e “neoladini” nonostante la loro diversa incidenza numerica, cioè le loro risposte si confondono nel totale complessivo, come nella domanda 540 (fig. 158-159), e viene meno la funzione comparativa del primo gruppo.

Nel lettore potrebbe nascere spontanea una domanda: con solo 92 “informatori” per una zona così ampia è possibile farsi un’idea veritiera, o almeno plausibile, di problematiche così complesse come quelle inerenti alla ladinità della provincia di Belluno? Probabilmente no, ma non penso fosse pretesa di Brigitte dare risposte statisticamente precise: l’intenzione, credo, era quella di sondare la sensibilità comune, di raccogliere con un’inchiesta-campione elementi che ci diano delle indicazioni sul modo in cui vengono interiorizzate questioni riguardanti la percezione di sé in un momento in cui tanti stimoli esterni spingono a definire o modificare il proprio senso di identità.

Se escludiamo gli “informatori esperti” facenti parte delle Unioni Ladine locali, le altre persone contattate sono state conosciute per caso, al bar, per strada, ecc.: “vox populi” le definisce la Rührlinger. Ma si sa che, in un campione così piccolo, basta sostituire due-tre testimoni con altri che abbiano un’idea diversa e il risultato finale cambia. Le “voci” raccolte dall’autrice esprimono comunque tutta una serie di problemi, di giudizi, di sensazioni che se sono difficili da quantificare in percentuale per l’alto grado di casualità implicita in un’inchiesta di questo tipo, sono però importanti qualitativamente: ad esempio nelle interviste raccolte in appendice abbiamo tanti modi di sentire e di affrontare la questione ladina, ognuno dei quali ha la sua verità per il solo fatto di esistere.

Una delle conclusioni che si traggono dall’inchiesta è, tra l’altro, il forte calo di interesse per la ladinità fra i giovani ex brissino-tirolesi, in particolare a Livinallongo: è vero che gli intervistati fra i 20 e i 39 anni nei tre comuni sono solo 4 e il totale degli intervistati a Livinallongo è 6, per cui la loro opinione potrebbe essere considerata irrilevante, ma essa è comunque il sintomo di qualcosa che esiste, e di cui bisognerebbe cercare le cause. Dopo che per generazioni il sentimento di identità ladina è stato negato, ogni manifestazione di ladinità condannata cercando di far dimenticare cultura e tradizioni, bisogna forse stupirsi che oggi ci sia scetticismo e disinteresse fra i giovani dei tre comuni?

Il lavoro della Rührlinger deve essere il punto di partenza di una ricerca più ampia, multidisciplinare, che oltre ad inquadrare uno stato di fatto ricostruisca quei processi storici, culturali, sociali che sono alla base di ogni cambiamento nel modo di autorappresentarsi di una comunità. Ci auguriamo quindi che da lei e da altri vengano portati avanti ulteriori studi che più che le reazioni emotive del momento colgano la dinamica dell’evolversi del senso di identità, di quella ladina nel nostro caso.
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[1] U. Fabietti, L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco, La Nuova Italia, Roma 1995.

[2] Cfr. ad esempio H. Goebl, Der Neoladinitätsdiskurs in der Provinz Belluno, in “Ladinia” XXI, 1997, pp. 5-57.

[3] Cfr. il primo numero della rivista dell’istituto di Borca uscito nel 2004 con il titolo “Rivista ufficiale dell’Istituto Culturale delle Comunità dei Ladini Storici delle Dolomiti Bellunesi”. Tra l’altro nel simbolo grafico della rivista compare anche Ampezzo ed implicitamente sotto la denominazione Agordino figurano pure Livinallongo e Colle S.Lucia. Quindi l’Istituto Culturale dei “neoladini” bellunesi, con la politica dei piccoli passi che portano a poco a poco e silenziosamente di fronte al fatto compiuto, manifesta la chiara intenzione di inglobare, volenti o nolenti, anche i tre comuni ex brissino-tirolesi, senza dei quali del resto permane un problema di legittimazione storica.

 

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