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Pagina aggiornata il 2 ottobre 2006



E' uscito il nuovo volume di Luciana Palla:
Tita Piaz
TITA PIAZ A CONFRONTO CON IL SUO MITO

Ppresentato il 27 settembre 2006 alle ore 17 al Muse Ladino di Fassa, Sala "L. Heilmann", San Giovanni Vigo di Fassa,
nel contesto della Rassegna "Oltre le vette" il 4 ottobre 2006, ore 18 all'Auditorium di Belluno,
a Trento il 16 febbraio 2007 nella sede della Sosat

 

Iinseriamo il capitolo introduttivo della ricerca storico-biografica sullo straordinario scalatore originario della Val di Fassa.

  1. Dal mito alla storia: il perché di una ricerca su Tita Piaz C'era proprio bisogno di una nuova "storia di vita" di Tita Piaz, qualcuno si chiederà, considerato che egli ebbe la fortuna di vedere pubblicati ben due volumi di memorie scritte da lui stesso, e prima ancora poté leggere personalmente la biografia dell'amico Arturo Tanesini, che lo immortalò come "Il diavolo delle Dolomiti"?
    È vero, Tita Piaz - detto comunemente Pavarin dal prenome che caratterizzava la sua famiglia e che perciò useremo spesso per parlare di lui - scrisse molto su di sé: il primo volume, Mezzo secolo di alpinismo, che raccoglieva la storia della sua vita negli aspetti umani, politici e alpinistici più eclatanti, vide la luce come prima edizione già nel 1947 e fu ristampato in occasione della pubblicazione del secondo volume nel 1949, pochi mesi dopo la sua morte, A tu per tu con le crode, che doveva trattare questioni più propriamente alpinistiche che si intrecciavano con temi politici scottanti per la cui divulgazione non c'era stato spazio sotto il fascismo(1). L'autore vi riprendeva tra l'altro degli articoli scritti anni prima riguardo alla polemica suscitata a suo tempo sul modo in cui venivano compiuti i salvataggi in montagna, ed anche il diario steso sotto forma di appunti nel periodo della sua detenzione nelle carceri di Bolzano nel 1944. Purtroppo la funzione liberatoria e "terapeutica" di questo secondo volume non poté attuarsi totalmente, perché Piaz morì prima che andasse in stampa, cosicché amici e parenti pensarono bene di censurare alcune parti, e soprattutto di eliminare un capitolo a lui tanto caro, dal titolo "Sotto l'incudine degli italiani", del quale non si è più trovata traccia, ma che narrava molto polemicamente i rapporti di Piaz con la Sat di Trento nel periodo fascista ed altre "ingratitudini" nei suoi confronti da parte del regime. Infatti almeno una parte di questo libro di Piaz doveva avere una funzione "vendicatrice", doveva portargli finalmente "giustizia"; tale era l'esplicita intenzione di Tita a partire almeno dalla fine degli anni Trenta, quando aveva già in mente di rendere pubblici in maniera plateale i torti che egli era convinto di aver subito soprattutto da parte del mondo politico italiano, trattamento a suo dire "immeritato" dopo quanto aveva fatto in favore del Trentino "irredento" prima della grande guerra, e poi di quello "redento" dopo l'annessione dall'Austria all'Italia.
    A questa motivazione esplicita del secondo volume, che spinse le persone a lui care a rivederne il testo per il fondato timore che dalle polemiche che potevano seguire alla sua pubblicazione integrale il ricordo di Tita risultasse infangato dato che egli non era più presente a difendersi, si aggiunge però una motivazione meno evidente ma più intima di questo bisogno di rendere pubblica la propria vita, di cui forse Pavarin non era del tutto consapevole, ma che noi senz'altro rileviamo nella lettura delle sue memorie. Sappiamo infatti che chi scrive su se stesso per forza di cose non è mai obiettivo, perché sceglie il suo modo di presentarsi al mondo, seleziona una certa immagine da tramandare ai posteri: raccontando di noi agli altri raccontiamo "le nostre molte vite possibili e fantasiose; se resta l'oggettività dei fatti, delle rotte seguite, degli incontri fondamentali, muta invece la loro rappresentazione"(2). Questo è tanto più vero perché il ricordo ha già operato una sua selezione involontaria di quanto trattenere nella nostra mente e di quanto relegare nell'inconscio, obbedendo al bisogno di ognuno di salvaguardare e potenziare la propria identità.
    É quanto succede anche a Tita Piaz: la sua autobiografia è una scelta di cosa raccontare e di come raccontare, nonostante le sue proclamate e sincere intenzioni di dire di sé il bello e il brutto, i pregi e difetti. Insomma, l'immagine che volutamente si tramanda di se stessi non è più del tutto ancorata alla realtà, ma ne è già un'interpretazione condizionata da sentimenti, ricordi, desideri, in poche parole è guidata dalla soggettività dello scrivente.
    Lo scopo quindi di questo lavoro è il difficile tentativo di riportare Tita Piaz nella sua storia, calandolo di nuovo negli eventi complicatissimi ed importantissimi che scorrono da fine Ottocento al 1948, e che egli visse in un modo così personale, con un ruolo così rilevante non solo per la Val di Fassa ma per tutto il Trentino. Egli non subì gli eventi, ma interagì con essi, diede il suo sofferto apporto, ne pagò le conseguenze, si fece sempre una sua idea di quanto stava accadendo; infine il suo senso critico gli permise di non fossilizzarsi in una convinzione ideologica o politica, ma di crescere insieme al dipanarsi della matassa storica, di maturare una sua concezione molto fluida dei problemi, la cui soluzione di ieri non sempre era valida per l'oggi.
    Un esempio dell’apertura mentale di Pavarin di fronte agli eventi è il suo modo di affrontare nel tempo il rapporto fra italiani e tedeschi in Alto Adige, cioè nel Sudtirolo storico. Egli era stato irredentista sino al 1914, fu perseguitato dai pangermanisti nella sua attività di guida alpina e conduttore di rifugi nelle Dolomiti, conobbe le carceri austriache durante la prima guerra per aver aiutato disertori trentini a passare in Italia, e via di questo passo. Eppure non solo non maturò, a differenza di tanti altri, un atteggiamento nazionalista nei confronti dei tedeschi della provincia di Bolzano annessi all'Italia, ma seppe comprenderne la situazione durante il fascismo e si fece sostenitore del loro desiderio di autodeterminazione dopo il 1945. Così scriveva all'amico Antonio Berti il 28 gennaio 1948: "Gli uomini non sono cambiati perché anche una leggera modificazione psicologica del genere umano abbisogna di millenni. Invece le circostanze si sono cambiate e le posizioni si sono capovolte. Chi più irredentista degli Altoatesini ora? E con ragione che essi sono degli olocausti più pietosi di noi trentini di un tempo. Con che diritto l'Italia chiese l'annessione del Südtirol in periodo di predicata democrazia mentre contemporaneamente inveiva contro la scorporazione di Trieste non sono mai riuscito a capire, e Trieste fu il prezzo del paradosso. Anche dopo l'altra guerra io ero dell'idea di Battisti e Bissolati: confini linguistici o meglio ancora autodecisione senza intervento di pretoriani, la democrazia la concepisco sul serio e la sua applicazione ancora di più perche essa non diventi un gioco da fariseo"(3).
    Il merito di Tita sta nell'essere cittadino del mondo, cosa non comune a quei tempi e in quanto tale partecipa con le emozioni e il pensiero alle tragedie della sua epoca. Egli da autodidatta ha letto moltissimo privilegiando gli argomenti storici, dai Gracchi e da Spartaco a Masaniello, dalla prima guerra e dalla rivoluzione russa a fascismo e nazismo. Sono forse anche queste meditazioni sul passato più o meno lontano, sebbene parziali e finalizzate alla sua personale concezione politica, che gli consentono di esprimere il 1° maggio 1946, ad un anno di distanza dalla fine della guerra, un giudizio così disincantato e lucido sulla situazione mondiale senza però chiudere la porta alla speranza: "Ora che le apocalittiche trombe han finito di squillare - egli scrive in una serie di appunti sulla storia passata e presente - e la civiltà d'Europa sembra precipitata nel più spaventoso baratro di fango lacrime e sangue, ora che i più sublimi monumenti d'arte giaciono polverizzati e delle intere città in rovina, una nuova democrazia è risorta, una democrazia che non ci convince perché sembra troppo ammalata troppo racchitica, una democrazia che lascia molto a desiderare, mentre ad un anno di distanza i Grandi delle potenze vincitrici non sanno decidersi a dettarci una pace... Ma allora l'immane martirio del genere umano, il più spaventoso che la storia ricordi fu dunque vano? [...] A questa domanda riesce difficile sottrarsi ad un senso di disperazione. Eppure io ardisco dire no, il grande martirio, l'apocalittica catastrofe non fu vana. Quando avremo la pace quando i sentimenti meno nobili dell'uomo saranno sedati, nel cuore dell'uomo redento dalla cruenta palingenesi risuonerà ancora una volta feconda quella voce che duemila anni fa dall'alto del Golgota chiese l'abolizione del Vangelo di Caino predicando l'amore, la giustizia la fratellanza umana [...]"(4).
    Abbiamo citato questi due brani per far capire come Piaz sia immerso nella storia, l'abbia vissuta in prima persona, ed alla storia quindi va riportato per rendere la pienezza della sua personalità. È cominciata così la raccolta di documentazione riguardo alla sua vita, ad iniziare dai lontani anni dell'adolescenza, via via sino alla maturità e alla vecchiaia; il compito non è stato facile perché in ogni tempo egli interloquì con i suoi contemporanei, polemizzò, si scontrò, visse da protagonista, coltivò relazioni in lungo e in largo, ed anche fisicamente non era mai nello stesso luogo, ora si trovava al Vajolet, ora a Parigi, ora in Germania... Ovunque lasciò traccia di sé, con lettere, memoriali, appunti, denunce, proteste, ma nella maniera disordinata e caotica che gli era solita, quasi a rispecchiare la sua propria natura. La documentazione raccolta negli archivi della Val di Fassa e del Trentino, oppure messa gentilmente a disposizione dalle nipoti che hanno conservato con cura questi ultimi ricordi cartacei del nonno, è molto frammentaria; c'è voluta molta pazienza a tentare di mettere insieme i pezzi per ricostruire quel complicato puzzle che è la storia di vita di Pavarin, e non sempre ci si è riusciti perché molti sono ancora i tasselli mancanti. Non ci si deve quindi aspettare di leggere in questo lavoro la vita intera di Tita Piaz come è effettivamente stata; le fonti reperite sinora ci hanno permesso di ricostruirne alcuni aspetti, peraltro importanti, ma ci sono ancora molti vuoti soprattutto per il periodo dell'infanzia e dell'adolescenza, e molti dubbi interpretativi riguardo ad altri fatti a causa dell'incompletezza o parzialità della documentazione reperita. Probabilmente altre "carte" ancora esistono nei luoghi più impensati e forse potrebbero venire alla luce proprio con la pubblicazione di questo volume, che non vuole certo essere la verità, ma una ricostruzione storica il più fedele possibile sulla base del materiale attualmente a disposizione.
    Tita Piaz scriveva moltissimo, a tutti e su ogni questione. Quando qualcosa gli stava a cuore egli si imponeva in modo martellante, con una sua logica molto personale, con un linguaggio costruito su misura: inventava parole, usava proverbi e motti del tutto inusuali, paragoni pieni di paradosso. La scrittura di Pavarin riflette in pieno l’estrosità e la particolarità del personaggio, per questo abbiamo dato molto spazio alla citazione diretta dei suoi testi (articoli, lettere, pamphlet, eccetera), alcuni dei quali sono pubblicati integralmente nell'appendice documentaria. È giocoforza invece dare per conosciuti i due volumi dell'autobiografia già citati, cui si rimanda di volta in volta per un confronto su fatti specifici ed in generale per gli episodi più conosciuti che hanno contribuito a creare la figura leggendaria del "Diavolo delle Dolomiti". Lo stesso vale per la parte alpinistica: per trattare delle imprese di Tita Piaz guida alpina ed arrampicatore ci sarebbe voluto un secondo volume, inoltre non molto di nuovo è stato reperito in questo campo per cui sarebbe in gran parte una ripetizione di quanto già scritto su di lui.
    Dell'autobiografia sono state fatte parecchie edizioni dopo la prima uscita dei due volumi nel 1947 e 1949, introdotti l'uno da Lidia Minervini e l'altro da Antonio Berti. Qui, per comodità del lettore, facciamo riferimento in linea di massima all'edizione a cura di Alessandro Gogna del 1986 che è ancora reperibile sul mercato e che comprende ambedue i volumi in veste integrale(5).



  2. Il personaggio e la sua memoria
    Tita Piaz aveva innato il senso della teatralità, era un istrione e non poteva certo, né voleva, passare inosservato. Di lui ancora oggi tanti conoscono il mito che egli stesso ha contribuito a costruire, divulgato soprattutto grazie alla biografia di Arturo Tanesini, Tita Piaz: il diavolo delle Dolomiti, uscita in prima edizione nel 1941, ristampata nel 1943, ed infine ripubblicata da Nuovi Sentieri nel 1985 integrata degli appunti e delle correzioni che Tanesini stesso aveva preparato a suo tempo, ma che rimasero poi in un cassetto(6).
    La prima edizione della biografia fu apprezzata da molte persone vicine a Pavarin, mentre costui rimproverò all'amico Tanesini di non aver avuto sufficiente coraggio per trattare in modo veritiero i temi propriamente politici, e soprattutto il suo difficile rapporto con la Sat negli anni Trenta. Biografia ed autobiografia comunque interagiscono l'una con l'altra: nell'edizione del 1943 Tanesini rimanda spesso al testo che Tita stava scrivendo dimostrando di conoscerlo molto bene, e contemporaneamente gli fa leggere il dattiloscritto per modifiche ed integrazioni.
    Tanesini ha cercato senz'altro di mantenere una certa obiettività nella narrazione della vita di Pavarin, ma essendogli grande amico ciò non era possibile; del resto chi lo conobbe inevitabilmente fu trascinato e affascinato in senso positivo o negativo dalla forza della sua personalità. Solo poche persone riuscirono a mantenere una certa distanza emotiva nel momento in cui venivano contatto con Piaz, e tra queste c'è senz'altro l’alpinista Francesco Jori, compagno di sempre, persona equilibrata e razionale, per natura molto restia a farsi travolgere dai sentimenti.
    Tanesini asseconda quindi sostanzialmente Tita Piaz nella scelta del modo di presentarsi al mondo, ad iniziare dalla descrizione del suo aspetto fisico e del suo modo di abbigliarsi, elementi entrambi di grande spettacolarità e che assumono un significato simbolico se rapportati all'anima che devono esprimere. "Tita non è brutto: è un bello orrido, come l'aspetto delle sue montagne", conclude Tanesini dopo un'accurata e apparentemente grottesca analisi dei tratti del volto di Pavarin, cui toglie ogni normalità per accentuarne invece la funzione di "espressione materiale e visibile dello spirito e del carattere dell'uomo". Il suo aspetto fisico, l'espressione degli occhi, il modo di parlare, di gesticolare, di muoversi e la sua trasandatezza nel vestire dovevano condurre a percepire la sua interiorità: "È l'uomo più impulsivo, più primordiale, più istintivo, più passionale che io conosca - commenta Tanesini a conclusione della lunga descrizione della fisionomia -. Nessun freno esiste che limiti i suoi slanci di generosità, le esplosioni disordinate delle sue passioni, la violenza della sua favella; non esistono barriere di opportunità per lo sfogo dei suoi sentimenti; non esiste altra morale che quella del suo istinto. Fa sempre ciò che a lui piace, ciò che vuole, anche se va contro ogni forma di convenienza sociale. È l'uomo sincero, integralmente sincero, senza eccezioni; e perciò anche sincero senza pietà. È l'essere che lancia i più tremendi insulti, ma è anche l'essere dal cuore immenso e generoso che offre senza alcuna esitazione la propria vita. Egli (lui stesso lo confessa) rappresenta la somma di tutti i contrasti umani"(7).
    Il "voler essere" di Piaz è condensato in queste parole in modo perfetto, ed esse fanno la leggenda, insieme alla miriade di episodi e particolari comici, simpatici, stravaganti di cui Tanesini costella la narrazione della vita di Pavarin dall'infanzia in poi, in uno stile piacevole e leggero.
    Molti altri aneddoti e fatti divertenti vengono riferiti ancor oggi riguardo a Tita Piaz consolidandone il mito. Si dice ad esempio che egli talvolta andava a Trento in corriera, con una valigetta piena di formaggio "che camminava", quindi talmente puzzolente che intorno a lui si faceva il vuoto. Poi, arrivato a destinazione, si recava in un'osteria, ordinava polenta e dalla valigetta tirava fuori il suo formaggio con i vermi! Oppure andava per gli alberghi a farsi dare le teste di pollo, che – si gloriava - erano commestibili solo per lui.
    Nella memoria orale riguardo a Pavarin viene però raccontata, sottovoce, anche qualche sua cattiveria, della quale non ci sono le prove, ma vale la pena farne cenno almeno come contrasto al coro di applausi che si susseguirono sulla stampa dopo la sua morte. Si dice tra l’altro che egli, per far dispetto ad una persona che non gli era simpatica e che in estate faceva la guida alpina, per metterla in difficoltà avrebbe spaccato col martello alcuni appigli della Torre Winkler, necessari per superare un passaggio di sesto grado... Pura malignità? Non ha importanza. È una voce come tante, che può servire a portare Tita fuori dalla leggenda, a farlo diventare persona comune con pregi e difetti comuni.
    Per tutti gli aspetti riguardanti la mitizzazione del nostro personaggio rimandiamo quindi alla lettura del libro di Tanesini e dei molti articoli scritti in onore di Tita Piaz dopo la sua morte improvvisa e apparentemente priva di senso, che contribuì non poco a crearne la leggenda. Egli che nella sua esistenza affrontò pericoli di ogni tipo, arrampicando su per le crode per cinquant'anni e per di più compromettendosi politicamente sotto tutti i regimi nei quali si trovò a vivere, sbatté infine la fronte, in quel 6 agosto 1948, contro lo spigolo della fontana di Pera in fondo a una discesa su una bicicletta dai freni difettosi, mentre tornava da un incontro con il parroco per concordare un'opera di beneficenza. Sembrò l'ultima beffa di Pavarin quella morte che nessuno avrebbe mai immaginato per lui. Ma in quella morte c'era tutto: la sua generosità nell'aiutare i bisognosi, la sua trasandatezza nel non curare l'efficienza del suo mezzo di locomozione, il paradosso di una fine banale per un uomo che si era sempre posto al di fuori della norma, e che in questo modo sbalordiva tutti per l'ultima volta.
    Personaggio affascinante dall'inizio alla fine dunque, Tita Piaz, di fronte al quale non si può rimanere indifferenti. Ed affascinante è stato anche occuparsi di lui dal punto di vista storico, seguirlo per oltre mezzo secolo in quel mondo così ricco e mutabile in cui egli sembrava trovarsi così a proprio agio. Se il primo incontro con la sua personalità può suscitare un moto di antipatia per la sua arroganza, strafottenza, perché è così pieno di sé, perché possiede la verità, ecc., a poco a poco conoscendolo da vicino ti pare di sentirlo, di intuire quello che pensa, te lo vedi davanti, riesci a immaginarlo; a quel punto ti ha conquistato umanamente, fai fatica a mantenere il dovuto distacco e ti vien voglia di perdonargli tutti i suoi difetti.
    È quanto è successo a me. A conclusione di questa ricerca, che ha indagato e sviscerato la sua esistenza in lungo e largo per quanto era possibile, da una iniziale diffidenza e profondo senso critico nei suoi confronti sono giunta alla conclusione che egli è una persona ammirevole, se non altro perché si è sempre comportato da uomo libero, anticonformista, senza paura delle conseguenze delle sue azioni, e questa non è cosa da poco per una vita.

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