GENTE D'ESTATE
“Possiamo ancora divertirci”
di Nicla Panciera (Corriere delle Alpi martedì 23 agosto 2005)
Marito e moglie arrampicano insieme da trent'anni
A un compagno di cordata affidi la vita. Ne cambi uno o due al massimo. Forse proprio per questo, Laura Darman e Amos De Demo di Puos D'Alpago, compagni di cordata da trent'anni, sono una coppia inseparabile. Arrampicano insieme da quando si sono conosciut.
Entrambi insegnanti, negli anni Settanta quando cominciavano a diffondersi
anche in Italia le palestre artificiali e il free climbing importato
dagli Stati Uniti trovava sempre nuovi adepti. Ma l'arrampicata sportiva
si esaurisce in un gesto puramente atletico e Laura e Amos la praticano
solo in caso di pioggia, quando sono costretti ad allenarsi ad Erto.



L'ultima loro fatica è statala Parete dei Falchi (visibile dall'autostrada
che porta in Pian di Vedoia), tra Soccher e Soverzene. Qui tredici belle
vie a più tiri di corda (e un centinaio di vie monotiro) ripercorrono
la storia del sesto settimo grado bellunese.
«Ogni via ha la sua storia» raccontano «qui hanno
arrampicato alcuni tra i miglior climber, come Gigi Dal Pozzo, Manolo,
Dorotei, Gianneschi. Grazie ad un recente lavoro di rispittaggio da
parte di arrampicatori locali, ora, sono il modo migliore per passare
dall'artificiale alla montagna». Qui si coniugano infatti la sicurezza
della palestra e le emozioni della vera arrampicata, con «la sottile
inquietudine che si prova ogni volta prima di legarsi, la stessa delle
grandi vie di montagna».
E gli inizi? «La nostra fortuna è stata quella di aver
conosciuto bravi e pazienti maestri che ci hanno insegnato davvero ad
arrampicare, come Sandro Neri, Gigi dal Pozzo, Pino Fontana, Valmassoi,
Venturino. Dopo dieci anni di frequentazione assidua della montagna
abbiamo smesso per dedicarci a nostro figlio, ma qualcosa si stava perdendo
dentro di noi. Abbiamo ricominciato». Laura ripensa a quando,
incinta, sentiva la necessità di toccare la roccia con le mani:
«Per me è una sorta di empatia con la montagna, ne sentivo
sul serio la mancanza, come mi mancavano i gesti e i movimenti dell'arrampicata».
Forse è proprio questo il segreto, anche se è difficile
condensare in poche parole un sentimento così intenso. «Una
vera passione che si nutre del poter essere lontano dalla massa, della
possibilità di sfidare sé stessi verificando costantemente
le proprie capacità». Ma anche essere asociali al punto
giusto da poter apprezzare appieno situazioni che per altri potrebbero
essere al limite del disagio.
Dalla ripresa delle scalate ad oggi, altri dieci anni sono passati e
i due hanno percorso ormai tutte le vie classiche delle Dolomiti Tra
le altre, la via Comici (Lavaredo), Carlesso (Civetta) Vinatzer sulla
Marmolada, Lacedelli (cima Scotoni), Strobel sul Bosconero. A questo
punto si sono trovati davanti ad un bivio: o affrontare difficoltà
sempre maggiori (in palestra, puntando alla sola prestazione fisica
o rimanendo in montagna, seguendo l'etica del minor numero di protezioni
possibili), oppure arrampicare ad un livello inferiore a quello che
le proprie capacità permetterebbero, con la certezza che «è
sempre possibile continuare a divertirsi». In montagna, le difficoltà
sono davvero tante e non si può, mentre si scala una vetta, «rischiare
il tutto per tutto alla ricerca dell'estremo gesto atletico» come
si fa in palestra dove non si corre alcun rischio. Di fronte a questo
doppio dilemma, hanno scelto di «continuare a divertirsi».
Laura e Amos hanno alle spalle centinaia di salite e un solo incidente,
accaduto per via «di una relazione imprecisa (sbagliata ndr)»
trovata su una guida. «Eravamo sulla via Eisenstecken (Punta Emma,
sul Catinaccio), quando ci siamo trovati fuori dalla via di 50 metri.
Abbiamo proseguito perché qua e là c'erano dei cordini
segno del passaggio di qualcuno» racconta Amos «ero assicurato
su uno spit, un friend e un nut e ho fatto un volo di venti metri: solo
il nut ha resistito. Mi sono rotto due costole per colpa della corda».
Un messaggio importante, quello della sicurezza: «C'è una
tendenza diffusa a sottovalutare le difficoltà anche nelle guide,
per non parlare di chi affronta la montagna come un fatto puramente
sportivo. I pericoli sono oggettivi e incombono anche sui più
preparati. Bisogna avere la consapevolezza dei propri limiti e le conoscenze
tecniche che permettono di affrontare anche situazioni impreviste»
raccomanda Amos «Anche se, nello zaino prima di partire, insieme
alle proprie paure, andrebbe messa un po' di fortuna. La saggezza si
raggiunge solo quando si impara a rinunciare». Essere preparati
fisicamente non è sufficiente e lo dimostra il fatto che anche
chi fa il nono grado in palestra non automaticamente riesce ad affrontare
un quarto grado in montagna. «Va comunque riconosciuto all'arrampicata
sportiva il merito di aver introdotto il concetto di sicurezza anche
in montagna».
E le ferrate? «Fanno unicamente aumentare i clienti dei rifugi,
hanno un impatto ambientale disastroso per cui andrebbero tolte tutte»
concordano entrambi «Senza dire che non contano nulla nell'evoluzione
di chi va in montagna».
Ora arrampicano d'estate e praticano lo sci alpinismo d'inverno, ma
cosa é cambiato rispetto a un tempo? In molti sono rimasti, altri
hanno smesso. A Erto si vedono ragazzi per una o due stagione, poi scompaiono.
In montagna quello che rimane invariato è l'assenza delle donne.
«Anche quelle alle quali piacerebbe non si dedicano all'arrampicata
perché è un'attività che richiede molto tempo»
racconta Laura «tra il lavoro fuori e quello in casa (per non
parlare degli eventuali figli) per loro è difficile. Non così
per i mariti».
Il loro approccio autentico li porta a vivere istintivamente ogni salita,
apprezzando (in sicurezza) le intense esperienze che solo la montagna
riesce a regalare. Un saluto intimo: «Non lasciamo che strutture,
organizzazioni, divise o quant'altro calpestino i nostri sogni, in fin
dei conti, penso che ogni piccolo passo verso l'alto, fatto con le nostre
forze, sia un passo verso noi stessi, verso spazi che da sempre ci appartengono».