Io, pompiere dall'età di 16 anni
Cirillo Bellotto si racconta: una vocazione alla solidarietà
Il maresciallo aveva sangue freddo
Visse Belice, Polesine, Vajont
senza mai perdere un compagno
di Nicla Panciera (Corriere delle Alpi 11 settembre 2005)
Pompiere un giorno, pompiere per sempre.
Nessun altro motto potrebbe meglio descrivere la storia di Cirillo Bellotto,
classe 1915, vigile del fuoco dal 21 novembre 1931 (vicebrigadiere al
tempo del Vajont, in pensione dal 1970). Ancora oggi, infatti, a sentirlo
parlare se ne ricava un'impressione di coraggio e fierezza, qualità
senza le quali non avrebbe potuto affrontare con successo i rischi con
i quali i vigili del fuoco devono convivere tutti i giorni. Insomma,
la vocazione di una vita.
«A quindici anni ero seduto sui leoni di pietra davanti al Comunale
quando mi lasciai scappare un'esclamazione al passaggio di un'autopompa
dei pompieri» il maresciallo Bellotto «Un uomo me ne chiese
ragione e quando spiegai che mi sarebbe tanto piaciuto essere vigile
del fuoco, volle sapere il mio nome. Dopo alcuni giorni, arrivò
a casa una lettera della Provincia. Mia madre mi chiese cosa diavolo
avessi combinato questa volta».
Era la convocazione. Fu accettato immediatamente un sabato mattina dall'ingegnere
Polit (l'uomo con la lunga barba che si vede in molte foto dell'epoca),
ma aveva sedici anni ed era necessario il nulla osta di un genitore.
«Scappai di casa e vissi per otto giorni nel bosco nella zona
di San Liberale, perchè mia mamma si rifiutava di firmare, non
voleva che intraprendessi quella strada» racconta, ridendo della
sua determinazione, «rubavo di notte le patate e me le cucinavo
col fuoco».
Il nono giorno, fu il padre a capitolare.
Il primo intervento dopo 48 ore. Un battesimo di fuoco.
«Era una donna ferita, la caricammo sul nostro mezzo perchè
non c'era l'autoambulanza. Per tenerla ferma dovetti salire a cavalcioni
sul suo corpo che continuava a spruzzare sangue ovunque, sulla camionetta
e anche su di me».
E' intervenuto con la sua squadra in varie zone d'Italia: spesso a Trento,
Bolzano, ma anche nel Centro-Sud dove veniva mandato quando le grandi
nevicate paralizzavano tutto; nel 1951, a Rovigo, per l'inondazione
del Polesine; nel 1968, a Ghibellina Salaparuta (Sicilia), per il terremoto.
E, ovviamente, il disastro del Vajont, di cui non ama parlare per il
gran dolore che prova nel ricordare.
«L'8 ottobre andai a Podenzoi per spegnere un incendio in una
villa e sulla via di ritorno facemmo sosta a Castellavazzo.
Fu allora che qualcuno ci disse: «Forse succede qualcosa. L'acqua
straborderà dalla diga». Ce ne andammo di filata ma l'indomani
alle 23.05 stavo già ripartendo dalla caserma alla volta di Ponte,
dove le persone aspettavano sui tetti». Fu costretto per giorni
all'ingrato lavoro di recupero dei tantissimi cadaveri. «Tre mesi
prima il ministero ci aveva mandato la prima ricetrasmittente e questo
ci aiutò» racconta.
Mancando da casa giorno e notte, via radio riuscì a sentire la
voce della sua figlia più piccola.
Allora le attrezzature quasi non esistevano, gli interventi si effettuavano
in abiti quasi da civili e le soluzioni alle difficoltà si trovavano
con l'ingegno.
«Non mi è mai successo di non sapere che fare perchè
avevo sempre la mente libera (sangue freddo ndr)» afferma, raccontando
come riuscì a trarre in salvo delle persone isolate in California,
in Val del Mis, attraversando a nuoto il Cordevole e costruendo una
barella con una vanuia trovata sul posto, sulla quale le persone venivano
riportate sull'altra riva (foto esposta alla mostra a «La Barchessa»).
Oppure «improvvisavamo delle barchette legando assieme camere
d'aria e scale» (foto).
Nel 1965, altra impresa eroica sul Col Visentin: sigaretta in bocca,
giaccone di lana, due ramponi, si calò salvando un ragazzo da
morte sicura, rischiando però di congelare lui stesso avendogli
prestato la giacca, sulla quale oggi fanno bella mostra di sè
tre medaglie del Ministero dell'Interno (1961, 1964, 1966), una medaglia
al valor civile (1967) e la croce ricevuta nel gennaio 1972 di Cavaliere
al merito della Repubblica.