Il Cadore, la «piccola patria» dell’artista di Toni Sirena

Il Cadore, la «piccola patria» dell’artista

Ma il rapporto con la sua terra fu talvolta tormentato e burrascoso

di Toni Sirena (Corriere delle Alpi, 05 settembre 2007)

Tiziano sommo artista, divin pittore come lo chiamavano. Iniziò con lui l’arte moderna. Il gran mago del colore, l’innovatore rispetto al Giambellino e poi anche alla pur nuova maniera tosco-romana. Ogni suo dipinto suscitava tempeste. La mostra di Belluno e Pieve di Cadore presenta, con molte novità e inediti, l’«ultimo atto» del Tiziano, la produzione degli ultimi vent’anni che sono poi gli anni più intensi nei quali il grande vecchio compie un altro balzo in avanti e nel colore si immerge anche fisicamente, materialmente, usa i polpastrelli, contamina il corpo oltre che l’anima. Ma com’e ra il Tiziano come uomo? Chi era davvero, al di là dell’immagine che gli amici, come Pietro Aretino, ma anche egli stesso, cercarono di costruire? Il Tiziano fuori dall’arte e fuori dall’oleografia un po’ scontata, ma anche fuori dalla caricatura che ne fecero i detrattori coevi, spesso concorrenti interessati per soldi e per fama? Quale fu il suo rapporto con gli altri, con la famiglia, con la sua terra d’origine, con il denaro e con gli affari, con gli amici, le donne, i cavalier, gli amori?

I notabili Vecellio. Forse conviene partire proprio dal rapporto con il «suo» Cadore, la terra dove era nato e dove restava ben radicata la sua famiglia di origine. I Vecellio erano una di quelle famiglie di notabili che contavano a Pieve, e che volevano contare sempre di più. Era nato da Gregorio e Lucia che avevano avuto cinque figli, due maschi e tre femmine. La data precisa della nascita è incerta. Forse il 1477, forse il 1488, più probabilmente il 1490. Lui si darà sempre una decina di anni in più. Non solo un vezzo: in gioventù voleva figurare alla pari con artisti più affermati, in vecchiaia gli serviva per lamentare un’a cciaccata vetusta età presso chi non lo pagava oppure per giustificare i suoi ritardi nelle consegne.

La dedizione a Venezia. Quando Tiziano nacque era trascorsa solo una sessantina d’anni dalla cosiddetta «dedizione» del Cadore a Venezia (1420) che però era sembrata molto una resa condizionata dei notabili cadorini, spaventatissimi per le notizie di assedi e terribili violenze veneziane che arrivavano dal vicino Friuli. Scrive Alessandro Sacco («La vita in Cadore», Cierre ed.): «Vinse allora il partito “veneziano”, quello più realista, che vedeva i propri interessi futuri legati alla Serenissima. Perse il partito, diciamo così, “tedesco”, quello dei centenari più lontani da Pieve, quello che aveva frequenti e consolidati scambi col mondo germanico».

E’ il 1420 ed è una data storica, perché sposta per sempre il baricentro di quel piccolo mondo di confine verso Venezia e la pianura. Tiziano rappresenterà, nell’arte, il punto massimo di questa scelta, e il suo influsso (e poi quello della schiera dei Vecellio pittori) soppianterà alla fine la tradizione germanica del tardogotico in Cadore. Così è anche per gli affari e il commercio, che si indirizzeranno decisamente su Venezia, sicché per molti aspetti il Cadore ne diventerà dipendente, attorno all’oligarchia dei notabili purtuttavia gelosissimi della propria «autonomia», ovvero delle proprie prerogative di classe dirigente locale contro le «invasioni di campo», soprattutto economiche, del capitano mandato da Venezia.

Conte Vecellio alla battaglia. I Vecellio sono parte integrante di questa «borghesia montanara». E sono particolarmente «fedeli» a Venezia, anche quando i cadorini abbassano le armi di fronte agli imperiali di Massimiliano che nel 1508 dilagano in Cadore. Prendono Podestagno e assediano il castello di Pieve. Scappano tutti, solo 31 si rinserrano dentro le mura, ma poi si arrendono: il capitano «se reze piangendo insieme con nui, et imediate introrno dentro quelli armati (...) et noi tutti fossimo licenziati fora del castello et vegnissimo doso a casa nostra senza robe la quale iera tutta in detto castello» (dalla Cronaca del Palatini). Contrari, tra tutti, solo Matteo Palatini e Conte Vecellio, il nonno del nostro Tiziano. Detto per inciso, già la scelta di metter nome Conte al bambino indicava nei Vecellio una forte ambizione di nobiltà, una sorta di orgoglio aristocratico. Poi Venezia manda Bartolomeo d’Alviano, con truppe scelte, e «viribus equisque» riconquisterà il Cadore nella sanguinosa battaglia di Rusecco alla quale prende parte anche il nonno di Tiziano. Sul ruscello scorre il sangue di quasi duemila lanzknecht fatti a pezzi. Infine il comandante veneziano riconquista il castello di Pieve mandando avanti «in pena della forca» quei cadorini che erano scappati. Episodio epico, episodio eroico. Che passerà alla storia e al mito non solo del Cadore ma di Venezia. Episodio centrale anche per il Tiziano che raffigurerà proprio quella battaglia nel grande dipinto per la sala del Maggior Consiglio a Venezia, anche se lo realizzerà con 25 anni di ritardo rispetto alla commissione ricevuta. Quando Tiziano terminò finalmente quell’opera, nella quale aveva ritratto pure il suo eroico avo in armi, i tempi erano cambiati, sicché il nemico non era più il tedesco. Così al Tiziano, che aveva lavorato col pensiero alla battaglia di Rusecco, gli toccò abbozzare: no, quella era un’altra battaglia. Però chissà che contento sarebbe stato il battagliero Conte, se avesse potuto sapere che suo nipote, anni dopo, sarebbe stato fatto conte vero, con investitura imperiale per meriti artistici.

Il rustico villaggio. Nel 1508 Tiziano era però già a Venezia da un pezzo. Aveva 9 anni quando lasciò Pieve che all’ epoca non era certo il rustico gioioso villaggio tratteggiato in certe descrizioni successive in anni in cui il «divin pittore» era già un eccelso e affermato artista, il pittore ufficiale della Repubblica che faceva i ritratti ai Grandi della terra, dogi, re, imperatori e papi. Sembrava sconveniente che gli avesse dato i natali un paese che in realtà era non solo piccolo e povero (una sessantina le famiglie residenti) ma con case in maggioranza di legno (poche quelle in pietra, e vantate come segni distintivi dal resto dei paesi del Cadore che dunque eran messi ancora peggio), con strade e la piazza spesso ingombre di tronchi, con osterie altrettanto spesso teatro di risse. Sicché Pieve iniziò ad essere trasfigurata fin dal Seicento, in particolare dai discendenti del Tiziano, in un paese ricco di grandi palazzi, chiese e fontane di pietra, e quant’altro servisse a promuovere una nobile immagine «cittadina».

Il montanaro ambizioso. A Venezia Tiziano arriva dunque alla fine del 1400 insieme col fratello Francesco, spediti dalla montagna allo zio Antonio Vecellio che li ospita. Entrambi vanno a bottega da Sebastiano Zuccato, poi da Gentile Bellini, poi da Giovanni Bellini. Il giovane montanaro venuto dal Cadore è ambizioso e consapevole del proprio valore. Il carattere roccioso si vedrà in tutta la sua lunga vita. Tenace e testardo, si fa strada nel grande mondo in cui non diventerà però mai un cortigiano.
Lo diranno attaccato ai soldi, e probabilmente c’è un fondo di verità, ma è anche capace di grandi generosità. Non proviene dal facile mondo dei grandi ricchi veneziani, ma da quello delle ristrettezze della «piccola patria» cadorina fatta di salite. Dove la vetta si «conquista» lentamente, con passo misurato e con fatica. Forse sta qui, in questi tratti di carattere, la traccia della sua origine cadorina, più che in un legame di radici. Perché se è vero che non troncherà mai con un colpo netto il rapporto con la montagna, è altrettanto incontestabile che, sceso a Venezia a nove anni, si farà presto uomo di Venezia e di mondo.

Il rosso e il rosa. La sua formazione negli anni che contano, la sua educazione, è tutta veneziana. Anche il senso del colore, più che dall’enrosadira, dal rosa delle Dolomiti, viene dal rosso dei tramonti di laguna e delle vesti dei dogi, dal fuoco degli incendi (come quello, furioso, di Rialto, o altri che distruggeranno alcuni suoi capolavori), dal sangue di Marcantonio Bragadin scuoiato vivo dai turchi (come nel terribile ultimo Marsia).

Dalla sua casa sulla riva del Biri grando (le Fondamenta non c’e rano ancora) guarderà la prima linea delle montagne (neanche lo smog c’era ancora) insieme al fratello Francesco, ma restano pur sempre un orizzonte lontano. In Cadore salirà non troppo di frequente. Anzi, preferirà fermarsi nella sua casa di San Pietro in Colle, verso Conegliano. Salirà a trovare la famiglia, il padre morente. Salirà a concordare con Francesco, ritornato in patria forse stanco di essere l’eterno secondo rispetto al grande fratello, gli affari comuni di legname e segherie, campi e commerci, crediti con la Magnifica.

Al lavoro nell’arcidiaconale. Salirà per l’ultima volta ad affrescare, nel 1565, per duecento ducati offerti dalla Comunità, il coro dell’arcidiaconale con un paio di aiuti. Gli affreschi verranno completati dal cugino Cesare, lui collocherà una Madonna del latte dipinta per la cappella gentilizia dei Vecellio, con le facce della figlia Lavinia (morta giovane di parto), del fratello Francesco, dell’altro figlio Pomponio, e del Tiziano stesso. Peccato che in un restauro nell’Ottocento, quelle opere finirono distrutte.

La difesa del nipote. Negli anni della sua massima gloria, Tiziano era per Pieve eccellentissimo e reverendissimo, ma ciò non escludeva momenti di contrasto anche forte, come quando il pittore aveva voluto intromettersi in faccende che di artistico non avevano proprio nulla.

Nel 1572, appena quattro anni prima di sparire con il figlio Orazio nella bufera della grande peste del 1576, aveva avventurosamente perorato con foga la causa persa del nipote Odorico Soldano, silurato dal Consiglio della Magnifica dopo i suoi quasi riusciti tentativi di minare l’egemonia proprio della gens Vecellia e in particolare di Tiziano l’Oratore. Tiziano il pittore s’adombrò per l’annullamento della nomina del nipote a officiale di Domegge. Prese carta e penna e inviò la sua reprimenda, parlando di «iniqui tentativi» e di «mali procederi», perfino buttando lì larvate minacce: «Essa Comunità va in pericolo di cader in malissima fede di questa Serenissima Repubblica». E poi piangeva, lamentando che proprio i cadorini, quanto ingrati, avessero mal ricompensato quanto aveva sempre fatto per il Cadore. Non avrebbe mai sospettato di «ricevere in ricompensa una tale persecutione, come è stata quella che faceste ne la persona del Cancelliero sapendosi che è mio nepote figliuolo d’una mia sorella (...) et buon figliuolo della sua cara patria», eccetera eccetera.
Le rampogne non fecero breccia. Dai giochi politici (e di affari) della sua «piccola patria» ormai lui era proprio fuori.

Il cadorino lontano contò, quella volta, men che zero.

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