Angelo Collarin
di Sostene Schena
Questa corsa alla riscoperta delle nostre radici, questo
bisogno di riempire quei vuoti che esistono tra la storia scritta nelle
ultime pagine dei libri di scuola e quella che segue, che qualcuno ha
vissuto di persona, ha spinto alcune persone, prima di tutto i famigliari,
nel cinquantesimo anniversario della morte, a commemorare Angelo Collarin,
ma sarebbe meglio dire, a far conoscere e rivalutare la figura di questo
artista che fu un autentico personaggio per tutta la comunità di
Ponte nelle Alpi.
La vita di Angelo Collarin potrebbe sembrare una vita come tante altre
o comunque non molto diversa da quelle di tanti uomini dell'altro secolo:
scugnizzo, scolaro, studente-lavoratore, lavoratore-emigrante e lavoratore
in patria, padre di famiglia, insegnante improvvisato, ma soprattutto
artista.
La pittura fu la sua vera vocazione. Che si evince non solo anche dai
ricordi, raccolti qua e là, direttamente da chi lo conobbe personalmente
o da chi ne sentì parlare, ma soprattutto dai suoi quadri.
È certo che la sua vita fu alquanto avventurosa e può essere
paragonata a quella di molti altri artisti che ebbero però una
ben più grande fortuna. Certo il tempo in cui visse e i luoghi
che dovette frequentare non gli permisero né di produrre molto
né di coltivare con più efficacia la sua vera passione,
quella di dipingere. Costantemente in ristrettezze economiche (e - probabilmente
- per una sua scelta) non fece mai il mercante dei suoi quadri, limitandosi
per lo più al baratto. Non si conoscono persone che possano dire
di aver comperato un quadro da Angelo Collarin.
La sua produzione, mai quantificata finora, è sparsa nella maggior
parte in provincia di Belluno ma molti quadri esistono certamente anche
al di fuori dei confini del Veneto e dell'Italia. Difficile oggi l'identificazione
dei proprietari e degli stessi dipinti, anche perchè Angelo Collarin
non sempre firmava le sue opere.
Angelo Collarin nacque a Ponte nelle Alpi nell'aprile del
1878; ultimo di tre fratelli (gli altri due, Domenico e Antonio, erano
commercianti di legname e molto noti sulla piazza di Venezia) fu mandato,
ancora giovanissimo, dal padre a lavorare nella città lagunare
presso la ditta di legnami dei Fratelli Feltrinelli. In quegli anni trascorsi
a Venezia Angelo frequentò l'Accademia di Belle Arti, appassionandosi
sempre di più all'apprendimento e trascurando sempre di più...
il lavoro.
Richiamato dalla famiglia a Ponte nelle Alpi, il fratello Menegheto, che
era spesso in Zoldo per affari di legname, gli parlò di una bellissima
ragazza, sicuro che lo avrebbe certamente colpito; così fu: un
giorno Angelo accompagnò il fratello fino a Dont e conobbe Alice
Battistin, una "miracolata ", scampata ad un'alluvione in cui
erano morti tutti i suoi parenti, genitori, fratelli, travolti con la
loro casa dal Maè. Fu il classico colpo di fulmine e pochi mesi
dopo Angelo e Alice convolarono a nozze. Ebbero due, figli: Maddalena
(zia Nene) che, novantenne, vive oggi a Cavarzano, e Giovanni, che fu
titolare delle Segherie Bellunesi.
Nel periodo della grande emigrazione italiana Angelo tentò la fortuna
oltre oceano; due volte attraversò l'Atlantico verso l'America
del Sud ma la fortuna non fu mai dalla sua parte. Rientrò in Italia
dopo alcuni anni e trovò lavoro a Vena d'Oro, alla società
delle acque minerali, continuando a dipingere e dedicandosi anche all'insegnamento
del disegno.
Tra le due guerre fu il promotore di una scuola di disegno istituita nel
vecchio borgo di Ponte nelle Alpi dove tanti ragazzi dei comune poterono
frequentare ed imparare le nozioni di disegno geometrico e ornato.
Negli ultimi anni di attività della scuola ad Angelo si affiancò
il prof. Della Colletta, che terminò l'anno scolastico dopo la
sua morte che avvenne nel febbraio del 1943.
L'idea di far conoscere ai bellunesi la figura di Angelo Collarin mi perseguitava
- è proprio il termine giusto - da anni, potrei dire da decenni;
più o meno insomma da quando mio padre lo raggiunse nel mondo dei
più.
Proprio vicino alla figura di mio padre, ho sempre ricordato il "sior
Angelo, "dove il termine" sior" era inteso nel senso più
esteso e completo della parola. Mio padre non era sicuramente dotato di
una grande cultura artistica, anche se - diceva - aveva studiato a Venezia,
ma aveva una grande stima, un'ammirazione indicibile per "sior Angelo".
Doveva promanare un grande fascino e molta simpatia questo personaggio,
questo viveur capace di grandi gesti, di avventure inimmaginabili se,
quando ne sentivo parlare, vedevo i volti dei miei genitori illuminarsi.
Il grande apprezzamento per le doti artistiche di Collarin da parte di
mio padre che, in certi momenti, del "sior Angelo" fu il mecenate,
raggiunse certamente l'apice il giorno in cui al Bar Roma di Ponte nelle
Alpi (di proprietà appunto dei miei genitori) si fermò il
grande pittore veneziano Tito.
Ora va detto che la cosa più appariscente della nostra attività
(una specie di stare americano), dopo la luccicante macchina per caffè,
a colonna, che troneggiava sopra il bancone e la grande edera che copriva
tutto il soffitto, era un "lungo" quadro che correva intorno
al salone del bar, appoggiato sopra le perline di larice verniciate. Più
che un quadro era un patchwork, una serie di piccoli quadretti rettangolari,
posti (senza alcun criterio estetico) l'uno accanto all'altro, appoggiati
alla parete (il che è stato deleterio per le opere, rovinate nel
tempo dal fumo e dal vapore che condensato scendeva lungo i muri) e coperti,
soltanto sul davanti, da strisce di vetro.
Ma torniamo al grande Tito; dopo aver girato tutto attorno
alla sala, mentre mangiava il suo panino, disse a voce alta a mio padre:
«Belle queste cartoline! ».
Mio padre gli fece notare, timidamente, che si trattava di quadri, piccoli
sì, ma dipinti. Il pittore tornò sui suoi passi, si avvicinò
alla parete e dovette constatare che proprio di pitture si trattava; al
che sbottò dicendo: «Bello scemo questo pittore! Perchè
non li ha firmati? ".
Al bar c'era un secondo avventore, che se ne stava seduto tranquillamente
ad un tavolo e che aveva seguito tutta la scena: questo cliente era proprio
Angelo Collarin; e non è il caso di dire che si trovasse lì
per fatalità, visto che il Bar Roma era la sua seconda casa. Non
si presentò. Ma appena il pittore Tito se ne fu andato, disse a
mio padre di togliere dalla lunga cornice tutti i quadretti, chè,
se ci teneva, glieli avrebbe firmati.
Tito ebbe modo di passare ancora molte volte per Ponte nelle Alpi e sempre
si fermava immancabilmente al Bar Roma... per rivedere la sua " scoperta
.
Un particolare però non seppe mai; ed è il motivo per cui
quei quadri avevano una forma così anomala, perchè quel
formato cartolina... cinemascope. Tutto va fatto risalire alla congiuntura
di quegli anni di guerra e di carestia. Per il "sior Angelo"
era un brutto periodo (come ne aveva passati altri, del resto, lontano
da casa). La passione per dipingere era grande ma non c'erano i soldi
per comprare buoni pennelli, colori e tele. Ed è qui che è
intervenuto mio padre: attraverso un amico fornitore per il settore coloranti
e surrogati, riuscì a farsi arrivare dalla Germania una piccola
quantità di tempere speciali e dei pennelli. Per il problema delle
tele c'era una soluzione molto più pratica... e meno costosa: usare
i solidi cartoncini che facevano da supporto alle grosse tavolette di
cioccolata della Venchi Unica e della Talmone.
Il gioco era semplice: mio padre “offriva" al "sior Angelo"
la tavoletta di cioccolata e il pittore" restituiva" il cartoncino
dipinto.
Cominciò così la costruzione di quel quadro, lungo oltre
dieci metri. Per quanto ricordo personalmente, ma di più per sentito
dire da chi ebbe l'opportunità di vedere Angelo Collarin al lavoro,
il pittore pontalpino si sedeva all'esterno del bar, sotto un ombrellone
e dipingeva... a memoria. Ricordava i posti, in cui aveva bazzicato, nei
minimi particolari e certi suoi quadretti sembravano proprio delle foto,
perfette, che però avevano in più il tocco della sua arte.
Il Presidente
Associazione Stampa Bellunese
Sostene Schena
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