Riportiamo di seguito gli interventi di Guglielmo gaeta e Giovanno Boito, Girolamo Collarin, Giovanni Bortot, Maurizio Fistarol, Oscar de Bona, Camillo semenzato, Mario Morales, Augusto da Ponte.

La Pro loco di Ponte nelle Alpi e l'Associazione culturale Arte e Tradizioni" di Pieve di Frusseda " hanno colto molto volentieri l'occasione di collaborare con l'Associazione Stampa Bellunese nell'organizzazione della mostra retrospettiva del pittore Angèlo Collarin nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario della sua morte. Questa manifestazione costituisce una continuità nel lavoro cu!turale già portato a termine dalle due associazioni.
La nostra speranza e il nostro auspicio sono che la
mostra, insieme alla ex tempore che si svolge nello stesso giorno dell'inaugurazione e che, da quest'anno, è intitolata proprio al nostro pittore pontalpino, possa essere di stimolo per i più giovani, per imboccare la strada dell'arte.
Personaggio migliore non avremmo potuto trovare per indicare queste nostre intenzioni, visto che proprio Angelo Collarin fu l'ideatore e il fondatore di una scuola di disegno alla quale si abbeverarono molti giovani di Ponte nelle. Alpi.
Il Presidente della Pro Loco Guglielmo Gaeta
Il presidente della" Pieve di Frusseda" Giovanni Boito


Era il 1942, avevo 7 anni e vivevo con mia nonna Alice e mio nonno Angelo; già orfano di madre e con mio padre Giovanni. in guerra al fronte Albanese-Montenegrino. Mio fratello Antonio (Nino), al quale, soprattutto, si deve la volontà di ricordare la
. figura di nostro nonno Angelo, viveva a Belluno presso lo zio Domenico. Nei ricordi della mia infanzia il nonno Angelo era un uomo alto con i capelli bianchi, gli occhi celesti che esprimevano dolcezza e bontà.
Portava un cappello ed una mantellina nera, un orologio da taschino che conservo ancora gelosamente. Ricordo che una volta togliendolo dalla tasca mi disse che in un'ora e Un quarto si faceva una passeggiata fino a Belluno. Ogni tanto mi chiamava nel suo piccolo studio e tra cavalletto e colori, mentre dipingeva, cercava di darmi qualche insegnamento. Una volta mi fece prendere il cavalletto e lo accompagnai in cima ad un colle con la vista sul Piave e la vaI Belluna e sullo sfondo il monte Tomatico.
Credo sia stato il suo ultimo dipinto.
Mio nonno conduceva inoltre una scuola di disegno a Ponte nelle Alpi e ricordo che qualche volta lo accompagnavo mentre preparava le lezioni con delle figure geometriche, dei vasi ed altri oggetti che servivano da modelli per gli allievi. In quegli anni era l'unica scuola, dopo la 5a elementare, che dava insegnamento e cultura nel nostro comune.
Ancora oggi conosco persone che hanno frequentato quella scuola e che grazie a quell'insegnamento sono riuscite a diventare dei validi capi cantiere, artigiani, imprenditori e, naturalmente, anche pittori.
Girolamo Collarin


Devo dire la verità. Quando ho saputo che l'Associazione Stampa Bellunese stava organizzando una mostra per il cinquantenario della scomparsa di Angelo Collarin mi sono sentito in colpa.
Di Angelo Collarin avevo sentito paflare più volte e
sempre bene; di lui ricordo un bellissimo quadro della valle del Piave dipinto, probabilmente, non lontano dal mio paese; comunque dai Coi de Pera, dove - mi hanno detto - il pittore soleva fare lunghe passeggiate da Piaia. Lì infatti la sua famiglia possedeva una bella campagna, dalla quale l'occhio poteva spaziare nelle tre valli: alpagota, cadorina e bellunese. In questi anni di Angelo Collarin ho avuto occasione di ammirare pochi quadri, piccole cartoline policrome che, però, mi hanno molto colpito: non soltanto per i soggetti amati dal pittore (le montagne, il verde, l'acqua, il cielo, la neve) ma per la luminosità delle sue vedute, la "leggibilità ", o meglio la fruibilità, da parte di chicchessia, delle sue opere.
Ho saputo anche che Angelo Collarin, uno spirito libero, qualche volta incompreso e forse osteggiato dai suoi stessi compaesani, con i suoi pennelli cercava di fermare, quasi come un fotoreporter o meglio come un giornalista, momenti della storia del suo tempo e della sua terra amata. Oggi in certi suoi quadri possiamo tiscoprire come erano, tanti anni fa, certi angoli di Ponte nelle Alpi o di Belluno o della Valle Zoldana, prima dell'arrivo prepotente della civiltà dei consumi.
Infine ho saputo che Collarin, a Ponte, aveva dato inizio ad una scuola di disegno (un bell'esempio di volontariato) che ha plasmato parecchi giovani pontalpini preparandoli a studi più importanti o avviandoli alla professione.
Per tutti questi motivi, e per averli scoperti solo ora, mi sento un po' in colpa. E mi piace che il Comune " rimedi" aprendo le porte del municipio alla mostra antologica di questo artista che spero riesca in futuro ad occupare, nel mondo dell'arte, il posto che merita.
Giovanni Bortot
sindaco di Ponte nelle Alpi

Sono molto felice che la mostra antologica di Angelo Collarin, voluta dall' Associazione Stampa Bellunese nel cinquantenario della scomparsa dell'artista pontalpino, arrivi anche a Belluno, dove la famiglia del pittore svolgeva la maggior parte delle sue attività.
Con questa mostra la nostra terra riscopre uno dei suoi figli, un figlio minore ma non per questo meno importante.
Dai pochi quadri che ho potuto vedere finora si capisce che Angelo Collarin portò la città di Belluno, il Piave e le nostre vette nel cuore, ovunque egli si sia trovato, nel corso della sua esistenza curiosa e movimentata.
I suoi quadri ne costituiscono testimonianza; ma sono anche l'espressione di talento artistico, capace di interpretare la natura in modo schietto e senza alCun ripensamento.
Mi fa piacere ricordare che gli organizzatori hanno intenZione di donare un quadro al museo civico del capoluogo; un gesto non nuovo da parte dell' Associazione Stampa Bellunese da tempo impegnata sia in campo culturale che sociale.
Maurizio Fistarol sindaco di Belluno

Non è infrequente dimenticare, specialmente in tempi come questi in cui sembra che la memoria sia fagocitata dall'incalzare del futuro, dalla necessità di proiettarsi in avanti.
E così capita di scordare anche le persone, quelle che han segnato giorni non tanto lontani lasciando traccia del loro vivere.
Così è successo per Angelo Collarin, finalmente proposto alla nostra attenzione con la freschezza dei suoi piccoli dipinti. Amante del paesaggio, fermava, con lievi tocchi, immagini afferrate nel suo peregrinare. Dipingeva spesso a tempera, tecnica non molto usata, forse perchè dentro di lui urgeva la necessità di cogliere l'attimo che gli offriva uno scorcio particolare di Belluno, o la sagoma maestosa del Pelmo, o i rustici del suo amato Zoldo.
Della sua quieta pittura colpisce il senso della luce, la delicatezza di certe tonalità, il riverbero - tutt'altro che facile a realizzarsi - delle superfici innevate.
Probabilmente è proprio la luce il filo che riconduce il suo fare pittorico alla grande tradizione vedutistica veneta. Tradizione assimilata durante la permanenza nella città lagunare.
Al di là di una valutazione critica della sua arte, ci piace sottolineare nei dipinti il suo spirito libero, il suo candore,. l'ingenuo stupore di fronte alle inosservate meraviglie della natura.
La mostra a lui dedicata diviene come un atto riparatore per l'indifferenza che l'accompagnò in vita. Sostare davanti alle sue opere, apprezzandole, sia anche un monito ad essere più attenti e sensibili nei confronti di chi ci passa accanto. Altrimenti potremmo non riconoscere doti e valori di persone come Angelo Collarin, uomini che rendono degna l'esistenza quotidiana.
Oscar De Bona

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Doveva essere certamente un uomo eccezionale, dotato com'era di quella inguaribile originalità che sembra talvolta poter compensare la solitudine del luogo in cui uno ha vissuto e il grigiore quotidiano.
Veramente di luoghi Angelo Collarin ne aveva visti diversi, non solo girando nelle Dolomiti e nella sua VaI Belluna, ma anche fuori dalle sue montagne, a Venezia soprattutto e nella lontana America che l'aveva attratto con un miraggio di fortuna verso la quale non aveva nessuna vocazione.
Avremmo voluto conoscerlo anche perchè a lui ci lega tutto un mondo di operosità e di sentimenti che oggi sembrano averci abbandonato, ma per conoscerlo non abbiamo che qualche testimonianza, qualche cenno di chi l'ha incontrato nella lontana giovinezza. Fortunatamente ci restano i suoi quadretti, talmente numerosi e talmente vari da dimostrare la sua inesauribile passione, e così piccoli da provarci, se ce ne fosse bisogno, il suo disinteresse per un successo che pure sarebbe stato alla sua portata. E una modestia, un entrare nel mondo dell'arte quasi in punta di piedi, senza nemmeno porre nelle sue opere una firma come gli aveva rimproverato Ettore Tito.
Eppure, proprio per questo, i suoi quadretti che non presuppongono nessuna problematica concettuale e nessun esibizionismo lirico, s'illuminano di una trasparente goccia di poesia, di una poesia limpida che denota una tecnica duttile e nello stesso tempo la possibilità di appropriarsi dello splendore della natura, in paesaggi che sembrano ovvi tanto sono di repertorio, ma che non si esimono dal possedere sempre l'emozione di una nuova scoperta.
Scheggie di natura e di colore, piccoli frammenti, ma capaci di contenere le più ardite e fatate montagne, e cieli infiniti e immensi come sanno essere soltanto i cieli degli orizzonti alpini, e quelle luci che solo lui sembra essere stato capace di rendere nella loro ineffabile trasparenza. Colori impalpabili e indefinibili che sembrano tradurre in visione, in sogno, le più concrete realtà. Le luci indicibili delle montagne bellunesi: le più belle montagne del mondo, ma soprattutto le più care a chi è loro appartenuto.
Camillo Semenzato


Questa mostra che, nel cinquantesimo anniversario della morte, si propone di disseppellire dall' oblio la memoria di Angelo Collari n, sarà motivo di sorpresa non solo per il riconoscimento - sia pur tardivo - della sua validità artistica, ma altresì per la scoperta dei suoi valori umani.
I brevi cenni biografici, affidati al ricordo di amici e di parenti, ci dicono come egli, vissuto a lungo fuori del Bellunese, fosse legato alla sua terra natale ed in particolare a Ponte nelle Alpi, così come ne dà testimonianza quasi tutta la sua produzione pittorica. Le due importanti tappe della sua vita che lo vedono approdare prima a Venezia e poi in Argentina sono di certo significanti ai fini della sua formazione umana e culturale, ma non varranno a svellerlo dalle sue radici. L'esperienza veneziana, consumata negli anni della sua prima giovinezza, favorisce la sua formazione culturale. Egli infatti più che dedicarsi al lavoro presso la ditta di legnami Feltrinelli, cui è stato avviato dal padre, ama frequentare 1'Accademia di Belle Arti, laddoveaffina la sua tecnica e si alimenta all'insegnamento della scuola vedutistica di quella città. L'esperienza sudamericana più che sulla sua formazione artistica incide sulla sua crescita umana attraverso il duro morso dell'emigrazione con le difficoltà ad essa connesse e con il costante senzo di nostalgia della sua terra e della sua gente. Dopo la parentesi argentina rientra definitivamente a Ponte nelle Alpi, laddove si fa conoscere ed amare per lo spirito d'indipendenza che si rivela nel modo di pensare e di agire. Chi lo ha conosciuto lo ricorda ancora per la singolarità del vestire (abito quasi sempre nero con orologio da taschino) e per le passeggiate chilometriche. Il suo nome è comunque legato alla scuola di disegno, da lui fondata e diretta per parecchi anni. Una scuola che segnò un sicuro riferimento culturale così da assumere dignità di qualificazione per i giovani (ed erano tanti) che vollero frequentarla e che ne sentirono la grave mancanza dopo la sua morte (1943), anche se per qualche anno riuscì a sopravvivere sotto la guida del prof. Della Colletta, ottimo pittore di cui a torto pure si è perso il ricordo.
Fu personaggio dalla complessa personalità e sicuramente dotato di notevole talento artistico se riscosse le spontanee incondizionate lodi del grande colorista e robusto disegnatore Ettore Tito che - in parecchie occasioni - aveva avuto modo di notare una serie di quadretti sulle pareti del bar Roma di Ponte nelle Alpi, condotto allora da Teofilo Schena, grande stimatore del Collarin. Quadretti che costituiscono una consistente parte di questa mostra e che - insieme con altri dipinti - consentono a prima vista di riscontrare un genere. di pittura che rifugge da infingimenti e che s'identifica con una genuina interpretazione della natura, letta non in modo generico, ma con specifico riferimento a luoghi e a paesaggi amati e vivi nella memoria. «Vìvi nella memoria» appunto perchè l'artista preferiva dipingere o
nel suo studio o all'aperto, cogliendo la realtà con partecipazione rievocativa e
contemplativa insieme. La sua è una tavolozza vivace e nel contempo tenue, spontanea e nel contempo controllata. Vi riscontri analogie con la tradizione paesistica veneta e bellunese in particolare, ma ti rendi conto facilmente che esse sono più occasionali che volute. La lirica visione del paesaggio e la particolare sensibilità con la quale vengono colte le suggestioni dell'ambiente rivelano l'autonomia di un linguaggio che si esprime con assoluta semplicità e senza preziosismi cerebrali che indulgano a facili effetti. La sua è una pittura pulita che nasce da una sensibilità particolarmente attenta alle bellezze della natura a lui più cara: le montagne, le valli, i corsi d'acqua. Nella sua produzione pittorica, pur schietta e libera da complicazioni, senti il palpito quasi trepido dell'artista che - nella visitazione di un mondo tanto noto quanto caro - pare voglia. dare un segno di affettuosa presenza. Egli porta con sè una rara soavità e una pura ingenuità che si riflette nel nitore della sua espressione compositiva, caratterizzata da una freschezza piena di fascino.
Questa mostra, che di certo non ha alcun rapporto con le soluzioni avanguardistiche del nostro tempo (peraltro non nuove, ma vive da più di un secolo), assume un significato riconciliativo nei rapporti con la natura, cui vengono restituiti incanti e magie. Quello di Collarin è un realismo, nel quale la realtà naturale è resa nei suoi valorl di quiete e di equilibrio e dove i colori sono i felici interpreti di questa realtà: il rosa dei tramonti, l'azzurro del cielo, il verde dei prati, il grigio delle nubi. Una realtà - come si è detto - che deriva da esperienza vissuta e da impegno partecipativo e che affida la sua interpretazione a limpide trasparenze, ad armonie cromatiche, a motivi suggeriti dalle variazioni della luce.
Mario Morales

Il filone della grande pittura impressionista, oltre naturalmente 4 rivoluzionare l'arte pittorica in senso tecnico e "contenutistico ," ha dato il via a tutta una
serie di "pittori" che sono riusciti, senza complessi, a manifestare le loro abilità tecniche, il loro senso poetico. Collàrin è sicuramente uno tra i più interessanti di questi pittori post-impressionisti. Dopo aver frequentato l'accademia di belle arti, agli inizi del '900, ed aver appreso quelli che sono i valori essenziali delle" tecniche della visione" ha documentato ed illustrato la sua terra. I temi sono: Belluno, i paesi della provincia, la natura in tutte le varie manifestazioni atmosferiche e cromatiche.
La composizione delle sue tele è sempre perfetta ed equilibrata, il rapporto tra forma e
colore segue un accordo di ritmo e armonia.
È nel colore che Angelo Collarin manifesta tutta la sua professionalità. Egli interpreta i singoli soggetti infondendo nei lavori a tempera (questa è la sua tecnica preferita) tutta la bellezza e l'armonia che il paesaggio veneto riesce a comunicargli.
Augusto Da Ponte