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Tango maledetta passione

di Guido Puletti
 

Tristezza, disperazione, rassegnazione, ma anche sensualità e provocazione costellano la difficile via che corre fra l’Europa e l’Argentina.
 
Buenos Aires - Parigi. E da Parigi a New York e persino a Mosca. Ecco l'itinerario del Tango all'alba di questo secolo. E sempre avvolto nei veli e nell'aria rarefatta della nostalgia, della solitudine, nella paura della felicità, nella ricerca di un'identità perduta.
Ma è un viaggio circolare, a ondate. Dalla vecchia Europa, travolta dai roghi e dai frastuoni della prima Guerra mondiale, il Tango, anzi Gotan, tango al contrario come si dice sulle rive brumose del Rio de la Plata, ritorna ai meandri dell'America australe.
E negli anni Settanta, sulla scia del famoso film di Bertolucci «L'ultimo Tango a Parigi», sbarca sulle coste del Vecchio Continente, ancora più intriso di una atmosfera di frutto proibito che nei rutilanti anni Dieci. Le luci della ribalta nuovamente si fissano su questo ballo che è sicuramente molto più di una danza occasionalmente tornata di moda: per cercare equivalenze bisognerebbe pensare al Fado, al Flamenco, al Jazz o al Samba, cioè a fenomeni sociali precisi, a modi di vita, a visioni del mondo ed anche a scenari culturali storicamente e geograficamente determinanti.
Come mai il Tango viene promosso in Europa quasi ciclicamente? Quali sono le tappe di questo viaggio circolare lungo circa un secolo? E perché, nonostante i grandi mutamenti che hanno cambiato il mondo di qua e di là dall'oceano Atlantico, il Tango rimane imperterrito nella sua amarezza per il passato svanito e raccoglie tanti entusiasmi tra i cittadini di un continente come quello europeo così lontano dall'estremo sud del mondo? Vale la pena, a nostro avviso, di seguire le tracce di questo «ballo che è qualcosa di più di un ballo» e di tentare di sciogliere i quesiti che racchiude. Forse è come guardarsi in uno specchio che riflette la faccia nascosta e più ambigua della cultura e delle arti di questi anni Ottanta.
Prima di ricercare le radici storico-sociali del Tango, in quello che potremmo chiamare «il viaggio iniziale», proviamo a mettere a fuoco i suoi scenari caratteristici e l'atmosfera che l'avviluppa permanentemente. Prima scena: esterno in un vicolo di Buenos Aires o di Montevideo. La luce smorta di un
lampione lecca i vetri di una finestra, e dietro, tra volute di fumo e una smorfia sulle labbra, qualcuno ingoia solitudine, nostalgia e solitudine. Un vecchio grammofono gracchia una melodia straziante. Seconda scena: interno di un Caffè-concert. La voce è rauca, come se venisse da lontano, da terre calde e umide, dalla coltre spessa e appiccicosa che soffoca intere borgate. Sotto l'anello pallido della luce di un riflettore, le labbra sembrano più rosse, i tacchi più alti e la gonna più stretta. Tira indietro i folti capelli corvini, sbarra gli occhi, e d'improvviso attacca: «Mi Buenos Aires querido». L'emozione si fa dura come l'afa, dagli occhi spuntano lacrime appena contenute. Poi, come un cuore che riprende a battere, le coppie s'avvinghiano e ricominciano a ballare. Ancora più strette, fianchi contro fianchi, in un abbraccio sempre più sensuale. Tristezza, disperazione, rassegnazione. Ma anche sensualità e provocazione. Ecco alcuni degli ingredienti base del Tango: da quando spunta nella periferia di Buenos Aires, nei bar, nelle piccole pensioni, nei bordelli, a cavallo tra il secolo XIX e il XX, fino ai giorni nostri, ormai insediato in sale da ballo maestose, nei teatri più famosi del mondo, nel cinema e nella letteratura contemporanea. Ci sarà pure una ragione. Vediamo dunque quale.
Fra il 1900 e il 1913, circa 800 mila italiani all'anno sbarcano sulle scogliere del Plata. Sono il troncone più numeroso della cosiddetta alluvione migratoria. Arrivano con l'illusione di lavorare un pezzo di terra. Alle spalle si lasciano la povertà del suolo, l'alto incremento demografico e la fame che lacera l'Europa e in particolare l'Italia in quegli anni. Il governo italiano, in gran parte per arginare i pericoli di conflitti sociali nelle zone depresse, facilita l'esodo. Ma quando i primi immigranti scendono dalle navi si trovano con i campi migliori già spartiti e concentrati nelle mani di una ristretta oligarchia. Ormai l'Europa è troppo lontana, non resta altro che rimboccarsi le maniche e trovarsi uno spazio, farsi un gruzzolo, sotto lo sterminato cielo del nuovo continente. Qual è comunque la psicologia degli emigranti?
Tornare: questo è il verbo che riecheggia come un'ossessione tra di loro. S'illudono di essere solo di passaggio nella nuova terra e non vogliono mettere radici. Ma ci resteranno per sempre. E si caleranno così a fondo da installare persino la loro nostalgia: i loro figli, i loro nipoti, tutta una cultura, s'impregneranno della memoria impossibile di un paese perduto, lontanissimo, nascosto tra le pieghe di colline e cittadine dolcissime e sempre verdi nel ricordo. Non sono più europei, ma non saranno nemmeno americani.
Il tramonto di una cultura
Prima di spiegare il significato e il contributo dell'emigrazione italiana nella nascita e nell'evoluzione del Tango, dobbiamo soffermarci su un altro fenomeno sociale. Alla fine dell'Ottocento, nella periferia di Buenos Aires e di Montevideo, confluiscono, «uomini limitrofi». Costituiscono il versante interno di quel fenomeno migratorio che gonfierà la città di Buenos Aires. Cavalcano sospesi tra quello che hanno smesso di essere e quello che non saranno mai. Si lasciano alle spalle, irrimediabilmente perse, le boleadoras, il senso del rastreo, cioè la capacità di riconoscere le tracce sul terreno, e tutta una cosmogonia che ha come sole coordinate le distese sterminate della pampa. Alle prime schiere di casupole e di vicoli ancora melmosi, finisce il nomadismo del gaucho, del cavaliere senza padroni e senza fili spinati che ritagliano la sua libertà. È il tramonto di una cultura; e mentre nelle terre prima deserte spuntano mille città, il silenzio s'impadronisce della pampa. Il contributo sociale e culturale dell'emigrazione italiana (insieme ovviamente con quella spagnola) è determinante nella formazione della fluttuante e sempre «in transito» identità argentina. Il Tango, l'espressione musicale per eccellenza dell'«argentinità», non poteva ignorare l'apporto italiano. In secondo luogo, la lingua. La pronuncia rioplatense del castigliano risente dei dialetti italiani. Ed è propio con questa materia prima che si costruisce il Tango. Qualche esempio: parole come testùn, fiacùn, pulentùn (accrescitivi di testone, pigro e mangiatore di polenta), spesso presenti nei testi del Tango, derivano evidentemente dai dialetti del nord; oppure termini come esasciato (rovinato, distrutto), dove compaiono fenomeni come scia, sciu, ecc. estranei al castigliano, confermano il contributo linguistico dell'italiano. Insomma, il Lunfardo, quel gergo caratteristico di Buenos Aires e pane quotidiano del Tango, ha una matrice idiomatica strettamente legata ai dialetti che parlavano gli immigranti italiani.
La traversata dell'Oceano, iniziata nel porto di Genova, ma anche a Cadice o a Barcellona in Spagna, si conclude. Inflessioni e dialetti diversi, variegati generi musicali (dal «bel canto» al folclore spagnolo), razze e culture differenziate, si confondono in un grande e unico calderone. Un nuovo popolo, fatto di incontri e incastri tra emigrazioni e immigrazioni, si affaccia alle sterminate pianure dell'America del Sud.
Oltre che dal paesaggio e dalla lotta per la sopravvivenza, questo nuovo popolo è accomunato dal Tango. Perché gli argentini, un vero e proprio melting pot, vanno in giro con un Tango in tasca: la loro pena è il Tango. Questo miscuglio (in fin dei conti il Tango nasce dall'abbraccio tra la cultura lirica italiana e il gaucho cronista della pampa e ancora tra costoro e le melodie popolari andaluse) sintetizza gli umori, gli incubi, e le speranze di questi uomini «in transizione» che sono gli abitanti del Rio de la Plata. Il «viaggio iniziale» ormai si è concluso. Ora il Tango è pronto per una nuova avventura. La lunga epopea di questa danza che nasconde un mondo ricomincia. Dalla periferia al centro di Buenos Aires. E dal Nuovo al Vecchio Mondo. Il Tango esce dai bordelli, dai bar «a media luz» popolati da prostitute, da marinai e immigranti con la valigia ancora in mano, e conquista, a ritmo di milonga (un tango rapido e umorale), i piccoli salotti della classe media argentina. Forse con questo «passaggio», una specie di viaggio interno, si conclude un'epoca. Come canta il Tango: «L'erbaccia profumata di quartieri emarginati è stata sommersa da grigi palazzi di cemento. E l'allegro ronzio delle periferie è stato soffocato dallo stridore della città indifferente».
Ma probabilmente con la geografia urbana è mutato anche il paesaggio sociale. L'immigrante si è integrato definitivamente. La sua malinconia e nostalgia hanno messo radici e sono diventati un tratto peculiare dell'«anima» argentina. Il Tango, dunque, raggiunge un nuovo status e, insieme con la definitiva integrazione e coesione di quel crogiuolo di razze e di culture che è il popolo argentino, si fonde con altri generi musicali e letterari (il sainete, un genere teatrale d'origine spagnola, ha una grande influenza), senza perdere però la propria fisionomia e identità; anzi, sintetizzerà la nuova cultura urbana. Ed ecco il Tango sbarcare a Barcellona, a Montecarlo e in pochissimo tempo raggiungere Parigi, il cuore intellettuale e artistico dell'Europa anteguerra. È un viaggio complesso. Difficile e angoscioso, ma anche carico di speranze e di illusioni. E il Tango non tarderà, con questi bagagli, a conquistare le vette di un successo insperato.

Nei meandri del vecchio continente
La metamorfosi del Tango non si limita ad un cambio di prospettiva geografica. Lo stesso orizzonte culturale si modifica. Prima dell'avventura europea il Tango disprezzava i princìpi borghesi: inneggiava al lenone e alla prostituta, esaltava il gioco, la giustizia privata, la pigrizia e celebrava il disordine e l'improduttività. Le brume e i crepuscoli ocra di Parigi tingono con il colore della bohéme i testi e la musica di questo genere musicale. Ora invece, quando rifiuta i valori borghesi, lo fa con quella insofferenza di nuovo stampo che caratterizza tanti artisti e intellettuali dell'epoca. Non più mattatoi, caserme, mercati generali e postriboli del porto, ma una nuova emarginazione meno squallida del microcosmo precedente.
E con questi nuovi argomenti e tematiche culturali compaiono scenari, paesaggi e persino termini estranei alla vecchia tradizione del Tango. I nomi dei personaggi femminili abbandonano per un certo tempo il vernacolo e vengono sostituiti dalle Claudinette, dalle Arlette e dalle varie Mimi o Manon (eroine del romanzo d'appendice francese). Il tipico caffè, d'origine spagnola, lascia il posto al cabaret. E invece di vie e di viali si canta di boulevard, di faubourg. Si insinuano persino il male di Koch, il Pernod e i languidi «Adieu». Il Tango ormai è attrezzato per conquistare il mondo. Il «the tango», ovvero la serpeggiante danza argentina diventa il più brillante degli ambasciatori. Ironia (o paradosso) della storia:
questo oscuro prodotto della periferia del mondo, riscuote un successo enorme, s'impone quasi con prepotenza e suscita un entusiasmo di massa. Ormai si è guadagnato, in quegli spumeggianti anni Venti, uno spazio autonomo nella cultura e nel costume europeo, e addirittura mondiale. Il suo umore ipocondriaco, i suoi detriti della memoria, la sua passione feticista e persino la sua necrofilia fungono come un passepartout tra i meandri del vecchio continente. Non c'è chi non accolga il Tango a braccia aperte. Ne sono entusiasti il principe di Galles, Alfonso XIII di Spagna e persino lo Zar Nicola II. E già nel 1913 un poeta francese, Jean Richepin, delegato dell'Accademia Nazionale, gli aveva dedicato un'apologia. La marcia del Tango comunque non è priva di pericoli e di trappole. La sua sensualità e ambiguità spesso gli giocano brutti tiri. Fernando Solanas dice: «Non bisogna dimenticare che il Tango si balla con le mani sul sedere del partner». L'arcivescovo di Parigi infatti lancia un duro anatema: il Tango è «peccaminoso e osceno», e più tardi, Pio X emanerà la scomunica «contro tutti coloro che lo danzano» (poco dopo però la condanna sarà annullata). Le strade della gloria e del trionfo sono comunque aperte. Ovunque si organizzano concorsi di tango, the tango, vermouth tango, diner tango. Spuntano come funghi, soprattutto a Parigi, Accademie di Tango. Si lancia la moda della gonna Tango con il vertiginoso spacco laterale. Dappertutto si organizzano spettacoli musicali che hanno come protagonista il Tango: teatri, caffè concert, cabaret, radio e i salotti buoni di mezzo mondo si disputano la presenza di un balletto, di un ballerino di grido o di un cantante dalla voce mielosa e dal fare romantico. Sono gli anni del liberty, e di quello stile europeo che oggi viene chiamato kitsch. Il Tango si adatta con estrema rapidità, sembra trovarsi a suo agio. Incontra, insomma, un humus, culturale, un'atmosfera propizia in cui diffondersi e lasciare significative tracce. Il Tango, quella particolare danza nata all'ombra dei bordelli della periferia del mondo, ha in sè qualcosa d'ambiguo (la sensualità sfrenata, il suo essere peccaminoso) e di universale (l'ossessione per il tempo, la memoria, ecc.), che lo fanno calare perfettamente nei vertiginosi e disperati anni Trenta. L'ultimo Tango non è stato ballato a Parigi. Dice Meri Franco Leo: «Sessant'anni dopo il primo lancio, nel lontano 1910, Parigi si prende ancora la briga di riproporre il Tango, prima ancora che il famoso film di Bertolucci appaia sugli schermi per associarlo ad una certa atmosfera di frutto proibito».
La ciclicità quasi ossessiva del viaggio del Tango trova un'ennesima conferma negli anni Sessanta. La donna nella sua ambiguità più inquietante, il fascino e il mistero dell'altro, l'esperienza della diversità, s'insinuano nel ritmo provocatorio e sensuale del ballo. È proprio questa incertezza del Tango, stretto tra il desiderio e la realtà, fra la sofferenza e il distanziarsi da questa sofferenza, ma soprattutto la sua disperata e spesso melensa e impotente ricerca di un punto d'equilibrio, di una certezza che a priori si sa impossibile, che suscita tanti entusiasmi in quegli anni.
Un itinerario goegrafico,
ma anche spirituale
Strano itinerario quello del Tango. Prigioniero delle proprie nostalgie, sopraffatto da uno strisciante sradicamento, inciampa spesso nelle trappole e nei malintesi che tesse lo sguardo europeo. Ossessionato da una ricerca della propria identità non riesce, nella maggioranza dei casi, a farsi guardare e capire per quello che è. Probabilmente fa fatica a riconoscersi nell'immagine che gli restituisce lo specchio.
Dopo il boom degli anni Sessanta, oggi di nuovo il Tango sbuca tra i labirinti della cultura europea e inarrestabile, infaticabile, riprende a viaggiare. Compare sugli schermi di mezzo mondo; vertiginosi balletti e fastosi musicals debuttano nei migliori teatri di Parigi, di Londra, di Berlino, e di New York; i Tangos di Astor Piazzolla, la voce di Susanna Rinaldi, una delle più famose cantanti argentine, riempiono sale europee e americane ed echeggiano in cabaret, caffè-concert da una parte all'altra dell'Oceano. E qui in Italia, per fare un solo esempio, la cantante Milva, poco tempo fa, ha riscosso un grande successo con i Tanghi di Piazzolla. Dal Tango di Gardel, al Tango danza degli anni Quaranta di Pugliese, al Tango moderno di Piazzolla, senza dimenticare i grandi fondatori come Mio De Caro, D'Arienzo, Troilo, Tanturi, ecc., l'itinerario è stato lungo. Itinerario geografico, certo, ma anche spirituale, lungo i crocevia del costume latinoamericano ed europeo. Forse c'è una strana e misteriosa sintonia tra i venti che soffiano sulle città del vecchio mondo (Parigi, Londra, Berlino, Barcellona, Roma) e le tempeste che spazzano via le erbacce della pampa sterminata e lunare. C'è però una differenza tra il viaggio dell'inizio e della prima metà del Novecento e il ritorno più recente. L'ultima tappa, almeno fino al 1983 (data del crollo del governo militare argentino), è quella dell'esilio. A differenza del «viaggio in Europa» dei nonni degli attuali autori e interpreti del Tango odierno, alle spalle non rimane uno spazio irriconoscibile e attraversato dalla nostalgia di un futuro impossibile, ma la terra lacerata da silenzi e da rovine di una guerra mai dichiarata. Ancora una volta il Tango si riflette nello specchio europeo. E riesce a vedere la propria immagine dell'esilio sovrapposta a quella dell'esilio interno della società europea. Quella più sfocata e ambigua. Dove si succedono gli incontri e gli smarrimenti, e il destino va ad acquattarsi negli angoli bui che racchiudono il gioco della vita. Proprio come nel testo di un Tango.

Tratto dal mensile GEODES (La terra che vive) N.5 Anno VIII  Maggio 1986

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