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Patologie del cervello, la ricerca è avanti, l’utilizzo dei suoi risultati troppo lento

11/11/2014 - nicla panciera - milano L’attenzione nei confronti delle neuroscienze continua a mantenersi elevata, come dimostrano gli investimenti di Europa e Stati Uniti nei due grandi progetti dello Human Brain Project e della Brain Initiative.

Parte della ragione di tanto interesse è di ricercare nella necessità di disinnescare la bomba ad orologeria costituita dalle patologie del cervello, il cui costo è già salito a 800 miliardi di euro all’anno nella sola Europa, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione. I recenti dati, riportati da Lancet parlano di oltre un miliardo di persone al mondo con più di 60 anni. Entro il 2050 il numero arriverà a 2 miliardi. L’incidenza delle malattie neurologiche, specie quelle neuro degenerative e invalidanti, è aumentata anche grazie all’incentivarsi delle possibilità diagnostiche. 
Eppure l’accumulo di conoscenze sulle basi molecolari e cellulari di tali non si è ancora pienamente tradotto in trattamenti clinici efficaci. Tanto che la prestigiosa rivista Neuron ha dedicato un numero speciale alle neuroscienze traslazionali. 


Ricerca di base e applicabilità dei risultati.
«Occorre sostenere la ricerca di base. Altrimenti, non c’è nulla da traslare» sostiene il professor Egidio D’Angelo del Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento dell’Università di Pavia, coordinatore di una delle cinque unità italiane coinvolte nello Human Brain Project. «La definizione di "ricerca traslazionale" è sfuggente, piuttosto si parli di “traslazionalità dei risultati di base in quelli applicati”. Su questo punto bisognerebbe operare con estrema chiarezza, individuando tra i risultati di base quelli da valorizzare e generando progetti ad hoc sulle tematiche che poi vanno traslate». 

Formazione specifica.
Limitarsi all’approccio multidisciplinare – facendo collaborare discipline diverse - non basta. «Bisogna formare personale di ricerca e tecnico-amministrativo che sappia interpretare correttamente il concetto di “traslazionalità” e sappia attingere nella ricerca di base per trasporre risultati e concetti rilevanti verso il livello applicativo».

Pianificazione lungimirante.
Inoltre, come sostenuto nell’editoriale di Neuron, questa sfida non è solo di natura scientifica, ma anche organizzativa e strategica. «Un investimento isolato in "ricerca traslazionale" non è sufficiente, ma tutto il sistema della ricerca andrebbe articolato appropriatamente. Ciò vale tanto per le neuroscienze quanto per le altre discipline» spiega D’Angelo, alla guida del Brain Connectivity Center dell’IRCCS Mondino di Pavia. «Gli istituti italiani già in grado di interpretare il meccanismo in modo corretto sono alcuni IRCCS. Per esempio, il centro di ricerca di base che dirigo fa leva sia su risorse interne che dell'università e del Ministero della Salute per generare ricerche di base con potenziale traslazionale». 


Insomma, ci sono ragioni per ben sperare. La chiamata alle armi lanciata da Neuron è rivolta a scienziati di base e clinici, aziende farmaceutiche e cittadini, nella convinzione che del contributo di ciascuno possano beneficiare tutti gli altri.

http://www.lastampa.it/

 

 

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