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.ad ottobre la prima antologica di Ippolito Caffi a Palazzo Crepadona
- Caffi Patriota
Caffi patriota: storia illustrata d'Italia
Nella prima metà dell'800 in Italia iniziò un processo
di graduale riscoperta e sempre più netta rivendicazione della
propria identità nazionale; le sommosse popolari furono in quegli
anni innumerevoli e se le prime insurrezioni partirono da una stretta
minoranza, le imprese di Garibaldi suscitarono grandi entusiasmi e determinarono
la crescente diffusione delle idee risorgimentali e la partecipazione
delle masse ai moti e alle sollevazioni.
Ippolito Caffi, mosso da un profondo spirito
patriottico, ha vissuto sempre in prima linea tutti
gli avvenimenti storici sia come soldato
sia come artista-reporter, infatti, grazie ai suoi dipinti, schizzi
e disegni oggi possediamo una fondamentale testimonianza iconografica
e scritta di battaglie e combattimenti, che portarono alla formazione
dello Stato unitario Italiano.
Sin dai moti dei '48 la vita di Caffi si legò indissolubilmente
alla politica, fino alla sua tragica morte in mare durante la battaglia
di Lissa, nel 1866.
Scorrere le tappe della sua vita avvincente di uomo ed artista significa
dunque ripercorrere una sorta di storia illustrata d'Italia. Nel 1848
Caffi si trova a Roma, ma appena viene a conoscenza dell'insurrezione
nel Lombardo Veneto contro gli austriaci lascia Roma per la sua terra
natia senza esitazioni. Torna a Venezia, che vede finalmente liberata,
e si dirige a Palmanova per arruolarsi nelle file dei crociati bellunesi
che si stanno preparando alla battaglia contro il fortissimo esercito
austriaco deciso a riconquistare a tutti i costi le città perdute.
A capo dei crociati vi è il generale Zucchi che, dopo la presa
da parte degli austriaci della città di Visco, durante la quale
Caffi riesce a tracciare un rapido schizzo, ordina l'attacco per tentare
la liberazione della città e spingere nuovamente l'esercito nemico
oltre I'Isonzo; purtroppo l'esito di quella battaglia fu disastroso:
i crociati vennero battuti a Jalmico, le truppe furono costrette a ritirasi
e molti soldati, fra cui anche Caffi, furono catturati e imprigionati.
Il fervente racconto di quei giorni è descritto dallo stesso
Ippolito in una lettera, indirizzata al Marchese Antinori, pubblicata
in quell'anno a scopo di propaganda politica: l'artista racconta tutte
le angherie subite, la sua condizione di prigioniero, gli insulti della
gente nel viaggio fino a Gorizia, le percosse subite e il lungo digiuno
che provò pesantemente lui e suoi compagni.
Scarcerato fortunatamente per decisione del conte Hartigh, il quale
concesse la piena grazia per la ricorrenza dell'onomastico di S.M. Ferdinando,
al suo ritorno a Belluno non mancò di raccontare i fatti ai suoi
concittadini, nonostante questo suo comportamento eversivo non facesse
che peggiorare la sua posizione nei confronti degli austriaci che -
dopo aver occupato Belluno il 5 maggio
del 1849 - inserirono nell'elenco dei ricercati anche
il nostro Caffi.
Fu quindi costretto a rifugiarsi nelle montagne dell'Agordino,
dove rimase nascosto per lunghi giorni soffrendo la fame, la stanchezza
e l'isolamento. Con l'animo e il fisico provato, decise di raggiungere
Venezia e, passate le linee austriache, giunse in laguna dove, nel mese
di dicembre di quello stesso anno, sposò Virginia Missana.
Le difficoltà affrontate in nome della Patria non lo avevano
spaventato: non fece in tempo a stabilirsi in città che già
fu arruolato nella Guardia Civica dove venne nominato capitano.
È in questo periodo che il suo duplice ruolo di artista-reporter
e combattente si consolida anche grazie ad una speciale autorizzazione
del Comitato di Pubblica Vigilanza e del Comando delle Città
Forti che gli permetteva, durante i combattimenti, di illustrare gli
episodi della difesa di Venezia.
Quello stesso anno accade un fatto che limiterà la futura libertà
del Caffi, infatti il 3 agosto ci fu un tumulto in Palazzo Querini,
negli appartamenti dove in quegli anni soggiornava il Patriarca Jacopo
Monico. Michele Caffi, il vero incitatore del saccheggio di Casa Querini,
per scagionarsi accusò Ippolito e disse che a lui non si doveva
nessuna imputazione in quanto figlio del presidente del tribunale di
Rovigo e quindi fedele suddito di S.M. Imperiale.
Per questa falsa testimonianza Ippolito fu inserito nella lista dei
40 proscritti, come Caffi Impiegato, e fu costretto ad andare in esilio
insieme alla sua Virginia; riuscì a raggiungere Livorno e lì
ottenne il visto per imbarcarsi nella nave diretta a Genova. Questi
anni sono documentati dall'epistolario tra l'artista e il fratello rimasto
a Venezia: Ippolito chiede insistentemente al fratello di procurargli
un certificato firmato dai consoli dove si specificava la sua completa
estraneità con il Caffi impiegato delle liste di proscrizione.
Attende parecchio tempo prima di veder esaudito questo suo desiderio
e nel frattempo viaggia: Torino; Nizza, Ginevra, Granata, Londra; nonostante
gli austriaci avessero chiesto al Piemonte l'estradizione di Caffi,
che però non viene concessa dal governo di Vittorio Emanuele
II.
Nel 1855 lo troviamo a Parigi, dove incontra Daniele Manin esule da
Venezia.
Nel 1858 - ben dieci anni dopo l'ingiusta condanna - torna a Venezia
per affrontare il processo a suo carico, che dura 9 mesi e dal quale
ne esce completamente prosciolto. Dopo i primi periodi torna a dipingere
con serenità ed esegue moltissimi schizzi durante il Carnevale,
ma il clima politico era molto pesante: le spie invadono la città
e Caffi in un suo splendido album le ritrae in Piazza San Marco; la
libertà di espressione non è certamente tra i diritti
più rispettati: alcuni Caffè, tra cui il Caffè
degli Specchi, vengono chiusi perché luoghi dove la gente parlava
troppo di politica.
In quello stesso anno gli austriaci muovono guerra contro Piemonte e
Francia.
Ad ogni modo le pesanti restrizioni imposte dalla polizia non riescono
a bloccare il fermento risorgimentale: il Comitato Unitario Italiano
spedisce proclami nelle maggiori città italiane e il commissario
della polizia di Belluno rinvia a Venezia quella arrivata in città,
indicando come probabile mittente Ippolito Caffi. L'artista viene arrestato
con l'imputazione di alto tradimento ma durante il processo le prove
portate a suo carico non vengono accertate e Caffi viene assolto e rilasciato
dopo tre mesi di carcere durante i quali esegue una serie di disegni
raggruppati sotto il titolo "Dalle prigioni
politiche di S. Severo a Venezia"
Dopo la scarcerazione va a Milano e, raggiunto da Virginia, partono
insieme per Napoli dove assiste, prendendo degli schizzi dell'evento,
alla trionfale entrata in città di Garibaldi e del Re Vittorio
Emanuele Il il 7 novembre 1860. Il Re lo incaricherà di tradurre
il bozzetto in un quadro: un'enorme tela di 2,77 metri x 1,65 - che
sarà in mostra a Belluno - intitolata appunto "L'Ingresso
di Re Vittorio Emanuele 11 a Napoli nel 1860"; opera
conservata a Palazzo Chiablese, a Torino.
Nel 1861 si reca a Nizza e poi a Torino, dove chiede lo svincolo dalla
cittadinanza austriaca. II 9 febbraio del 1862 il Re gli concede con
regio decreto la cittadinanza italiana e da libero cittadino torna a
Venezia dove, attentamente controllato dalla polizia austriaca, continua
a lavorare.
La lotta per l'Unità del Paese prosegue e nel 1866 scoppia la
Terza Guerra d'indipendenza; Caffi decide di partire per Firenze, allora
capitale d'Italia, per ottenere l'autorizzazione ad imbarcarsi su di
una nave da guerra italiana e seguire le sorti della flotta nella nuova
campagna contro l'Austria. In quei giorni schizza, tra le tante macchiette
di soldati garibaldini, anche la nave ammiraglia "Re d'Italia":
quasi un presagio del suo destino.
Ottenuta l'autorizzazione all'imbarco, si dirige elettrizzato verso
Taranto il 5 giugno di quell'anno, dal cui porto salpa il 21 giugno,
dopo la dichiarazione di guerra contro l'Austria, nella corazzata "Indipendenza"
con direzione Ancona.
La flotta è comandata dall'ammiraglio Persico, che viene duramente
contestato per i pochi risultati ottenuti durante i primi giorni di
combattimento dopo i quali viene deciso l'attacco per impossessarsi
dell'isola di Lissa. La gestione di questa operazione si rivelerà
fallimentare sotto tutti gli aspetti sin dalla mancata fornitura da
parte della Marina Militare della pianta dell'isola richiesta da Persico:
la flotta il 18 luglio raggiunge l'isola senza nessuna conoscenza topografica.
Purtroppo la resistenza austriaca si rivela subito determinata e anche
Caffi scrive della sua delusione. In questa circostanza si compie il
destino dell'artista, infatti l'ammiraglio iI 19 luglio fa sospendere
il bombardamento e durante questa sosta dal fuoco invita l'artista a
raggiungerlo nella Re d'Italia:
Caffi accetta immediatamente l'invito per quel posto di grande onore,
ma anche di maggiore pericolo. Da quel momento partecipa in
primissima linea all'azione della flotta, e sicuramente non manca
di annotare con i suoi veloci schizzi tutti gli avvenimenti, ma purtroppo
queste testimonianze sono andate perdute durante l'ultimo giorno di
battaglia, il 20 luglio del 1866 quando la "Re
d'Italia" viene affondata dalla nave austriaca "Ferdinand
Max"
Pochissimi dell'equipaggio si salvarono e tra questi non c'era
Ippolito Caffi.