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Quelle lacrime di gioia e dolore che ci rendono esseri unici

nicla panciera in Tuttoscienze 15/05/2013

Piangere è un comportamento tipicamente umano. Siamo l’unica specie ad attribuire molteplici significati ad un fenomeno - il versar lacrime - che per gli altri animali costituisce solo una reazione fisiologica. Piangiamo ad ogni età, per un dolore fisico o per finta; piangiamo di sconforto, rabbia o gioia. Le lacrime possono anche coglierci di sorpresa, suscitando a loro volta un’emozione. Ma perché piangiamo? A questa domanda tanto complessa ha dedicato la sua carriera Ad Vingerhoets, psicologo olandese dell’Università di Tilburg, autore di «Why only humans weep». 

«Coinvolto in uno studio internazionale sulle emozioni, ad una festa qualcuno mi chiese se credevo che piangere fosse salutare. Non lo sapevo. E mi accorsi che non c’erano studi rilevanti - ci racconta -. Fu allora che si accese la mia passione per il pianto, i suoi aspetti socio-culturali, le differenze individuali e il suo sviluppo ontogenetico, ovvero come evolve nella vita di un individuo». Un testo affascinante, il suo, che non si limita agli aspetti psicologici, ma considera i contributi di arte e letteratura e le acquisizioni scientifiche, affrontando la questione del suo significato evolutivo, sul quale Darwin si era interrogato. 

Il pianto - di sicuro - fa parte del bagaglio comportamentale ed emotivo di ogni essere umano. Si è evoluto dalle urla di stress dei primati e rientra nel repertorio di richiami dei piccoli di uccelli e mammiferi. «Il significato evoluzionistico del pianto è attirare l’attenzione e l’aiuto da parte di altri su una condizione di stress. Quello dei bambini, caratterizzato da gemiti a una frequenza di circa uno al secondo, è assimilabile al “pianto da separazione”, come i pigolii dei pulcini in allarme e i gemiti dei cuccioli di cane abbandonati», spiega Marco Costa dell’Università di Bologna, lo psicologo leader italiano negli studi sul pianto. Un segnale come le lacrime, dalla forte componente visiva, è inoltre importante per una specie dalle lunghe cure parentali come la nostra. 

Ma l’essere un modo di segnalare un bisogno d’aiuto non basta a spiegare il permanere del pianto in età adulta. «Cambia nel corso della vita e la sua frequenza si riduce notevolmente. Se i bambini piangono “sonoramente”, con forti gemiti per cause sia fisiche sia emozionali, per gli adulti si tratta, in genere, di emissioni silenziose di lacrime, quasi esclusivamente per stress, specie in solitudine», spiega Costa. 

Vingerhoets si chiede quindi cosa cambierebbe nella società se gli uomini smettessero di piangere. I vantaggi delle lacrime riguardano, prima di tutto, il ruolo nel potenziare le relazioni di attaccamento genitori-figli e nel rafforzare i legami sociali grazie alle emozioni che evocano e ai comportamenti di conforto e soccorso che suscitano. Ma altri tipi di lacrime punteggiano i momenti decisivi della vita. «Sono quelle sentimentali o morali, scatenate - guarda caso - dagli elementi che costituiscono la società stessa, ovvero l’empatia, l’altruismo e il senso di giustizia», aggiunge Vingerhoets. In questo caso le lacrime ci rendono consapevoli dell’importanza di queste «emozioni e degli eventi a loro correlati». Insomma, il pianto favorirebbe la «connettività sociale». 

«Trovo impressionante la corrispondenza tra lo sviluppo filogenetico e ontogenetico dei tipi di lacrime, cioè il passaggio da quelle di dolore, comuni ad animali e bambini, a quelle di sofferenza psichica e morale, propriamente umane». Oltre alle differenze individuali, dovute a età, sesso, carattere, rappresentano un segnale simbolico e quindi variabile in rapporto al tempo e alla cultura. Possono scivolare sulla guancia di un animo sensibile o diventare un marchio di isteria. Uno dei miti più persistenti, ma sfatati dall’autore, è quello greco del loro effetto catartico. «Studiandole - assicura Vingerhoets - comprenderemo meglio le affascinanti interazioni tra cultura e biologia».

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