Si terrà domenica 14 maggio la Fiera dei Santi Martiri Vittore
e Corona.
La Fiera sarà aperta dalle 9 alle 18

Il santuario dei Santi Martiri Vittore e Corona
Il santuario dei Santi Martiri Vittore e Corona si erge sullo sperone
del monte Miesna, a 3441 metri di altitudine. Il complesso architettonico
risale agli inizi dell’anno Mille (dal 1096 al 1100),
ma pare fu costruito sulle rovine di un preesistente castello. Il santuario
sorge infatti su una linea difensiva formata dal castello della Rocchetta,
della Chiusa (fondovalle) e da altre fortificazioni sul monte Tomatico.
Dal Miesna si domina la città di Feltre, la pianura con il Piave,
le vette dolomitiche. Un panorama a 360° da una posizione strategica
per difendersi dagli attacchi, che si sono susseguiti numerosi nei secoli,
da sud e da nord.
Visitate il sito della Basilica Santuario dei Ss Vittore e Corona
I SANTI
I santi Vittore e Corona sono i patroni della diocesi di Feltre.
Sulla loro vicenda non c’è certezza, anzi la celebrazione
dei due martiri costituisce uno dei tanti punti problematici
dell’agiografia antica. Le storie sul martire Vittore proliferano.
Molti soldati martiri nei primi secoli dell’era cristiana vennero
chiamati Vittore e sono quindi molte le reliquie custodite in posti
diversi. Inoltre, è possibile che Vittore e Corona siano in realà due santi anonimi e che i loro nomi (lat. Victor = "vincitore", gr. Stéphanos
= "corona") siano stati attribuiti dai fedeli in ricordo della
loro morte gloriosa.
Secondo la versione più accreditata, Vittore fu un soldato ucciso con il martirio nel 171 dc in Siria,
sotto il prefetto romano Sebastiano. Stefania, giovane
donna greca moglie di un compagno d’armi di lui, rimasta affascinata
dal coraggio di Vittore torturato, proclamò anch’essa
la sua fede, andando incontro al martirio.
Sempre secondo la tradizione, Vittore fu a lungo torturato, ossa spezzate,
olio bollente, accecamento, abbeverata di calce e aceto, finché
dopo essere rimasto per tre giorni a testa in giù gli venne levata
barbaramente la pelle. La stessa Stefania venne sottoposta ad interrogatorio
e torture. L’unico modo per combattere la sua fermezza sarà
quello di appenderla con le gambe legate a due tronchi di palma piegati
che, lasciati andare, la squarceranno in due. Secondo la versione più
diffusa, dal cielo scese allora un angelo con due corone,
una per Vittore, che poi fu decapitato, e l'altra per
Stefania, che fu squartata, e da allora fu ricordata
col nome di Corona. I due furono santificati nel 182 da papa Sotero.
LE SPOGLIE
Pare le spoglie dei martiri siano arrivate a Feltre il 18 settembre di un anno
non meglio precisato (intorno al Mille), proprio perchè
in questa data si festeggia fin dal 1200 la fiera da S.Vittore.
La fiera era una grande occasione di incontro per i cittadini di
Feltre, ma anche per i valligiani abitanti le terre confinanti e per
commercianti provenienti da più lontano (ne sono testimonianza
alcuni inviti rivolti a certi padovani), che si incontravano due giorni
prima della festa e proseguivano i loro affari anche per i due giorni
successivi.
Sembra comunque che da Cipro le spoglie giunsero sul Miesna
passando per Venezia, dove forse giunsero nel IX sec.
Due lapidi sul santuario ne attestano la presenza nel 1096 e nel 1101
e da allora lì rimasero.
Come fu per l’identità e il martirio dei due santi, così
accadde per le loro spoglie: su di queste proliferarono leggende, storie,
credenze e tradizioni, soprattutto a partire dall’anno Mille.
Si tramanda che quattro ricognizioni si siano susseguite nei secoli
(1355, 1440, 1943 e 1953): tutte confermerebbero la presenza di resti
di ossa umane in parte maschili e in parte femminili.
IL SANTUARIO
Il santuario venne fatto costruire agli inizi dell’anno
Mille da Giovanni de Vidor, feudatario dell’imperatore e padre
del vescovo di Feltre Arpone. Non si esclude però che
prima del Mille le spoglie venissero già custodite in un
precedente edificio sacro sempre sul Miesna. Fu sempre
meta di pellegrinaggi di fedeli più o meno illustri
(tra i quali Federico II di Svevia, Carlo IV di Boemia, Sigismondo
di Lussemburgo).
In stile romanico, con la forma di croce greca, a tre navate con transetto
e cupola centrale, il santuario è ben visibile dalla pianura
circostante e sembra ancora più imponente quando raggiunto a
piedi dal piazzale antistante, percorrendo la gradinata d’accesso,
ristrutturata dal Segusini, architetto bellunese. Dello stesso
Segusini è la sacrestia a forma semicircolare, raggiungibile
da una porticina in fondo all’abside. Qui si trovano i resti dell’antico
sarcofago di Giovanni de Vidor.
L’abside è la parte più antica; è il martyrium
che custodisce le reliquie dei santi, poste in un’arca marmorea
sopraelevata, ben visibile dal fondo della chiesa. L’arca
è in stile romanico, finemente intarsiata e quasi sicuramente
coeva all’erezione del santuario.
Prezioso il loggiato dell’abside, con colonne
di marmo greco dai capitelli cubici intarsiati di bitume (incisa nelle
due colonne centrali, decorate di bitume rosso, la frase cranica “L’universo
è di Dio”, a caratteri cufici*).
Dal loggiato, i pellegrini salivano per onorare le reliquie dall’alto,
gettando come in offerta delle monetine che sono state poi ritrovate durante gli
scavi del 1971 nel pavimento sottostante quello attuale settecentesco.
Tale ritrovamento è stato utile anche per la ricostruzione delle identità dei
frequentatori del Santuario: i denari risultano, infatti, coniati tra
il XII e il XV sec da vari Comuni, città e Signorie dell’alta
Italia (Verona, Venezia, Padova, Treviso, Trento, Acquileia, Mantova,
Firenze, Lucca).
*Cos'é lo stile cufico? La nozione di scrittura si sovrappose spesso a quella di calligrafia, ossia di bella scrittura: nell'alfabeto latino si usavano in origine solo le maiuscole e l'introduzione delle minuscole derivò soprattutto da un tentativo di semplificazione. Gli arabi considerarono sempre un'arte la scrittura: già prima del Mille, a Baghdad, Ustad Ahwal compose il primo canone calligrafico e nello stesso periodo probabilmente a Kufa, città da cui prende nome, fu elaborato l'armonioso e ornato stile cufico, che conobbe una straordinaria fortuna sia nelle arti minori (manoscritti, monete, tessuti, ceramiche) sia nella decorazione architettonica, di cui costituì un elemento di importanza sconosciuta all'arte cristiana. Il Corano è in cufico.
La prima scrittura su pietra - quadrata e angolosa - fu definita "cufica" dalla città araba di Kufa, presso l'attuale Bagdâd. Il cufico ancora oggi è usato come stile ornamentale e si manifesta in forme assai diverse tra loro. La scrittura corsiva, invece, si definisce nashi, da una parola araba che significa "manoscritto, documento". Essa è elegante e funzionale: è fondamentalmente la scrittura ancora in uso, da cui derivano tutti gli altri stili.