Katja Dal Bo', realismo e natura morta (still life) in pittura

Mi presento

In quest’epoca, caratterizzata dalla fretta e dal fatto che le mode passano velocemente, anche l’arte si adegua. Vige l’idea dell’installazione rapidamente consumata, “usa e getta”, dietro all’astratto si nasconde spesso il casualismo, e dietro al concetto di sintesi spesso si nasconde quello di approssimazione. Ma l’arte è anche questo, una miriade di diverse espressioni e di diverse potenzialità del tutto libere che possono convivere contemporaneamente.

Per quanto mi riguarda, e forse del tutto anacronisticamente, della parola "arte" ho scelto di recuperare la radice dimenticata, quella che etimologicamente la faceva combaciare con il concetto di tecnica.

Mi considero una persona privilegiata nel momento in cui ho a disposizione un pennello, un supporto su cui dipingere e una tavolozza di colori. Il tempo, la cosa più preziosa che abbiamo, è quella dimensione di cui mi approprio nel momento in cui dipingo con passione mettendo in pratica le conoscenze tecniche acquisite. Mi sottraggo all’invito della fretta, per precisare sempre meglio un dettaglio ed allontanarmi dalla miopia dell’ambiguità. Mi piace rispettare il soggetto che dipingo scostandomi decisamente dall’indefinito e dal poco chiaro per ottenere atmosfere terse, una certa mimesis e una forma rassicurante di ordine.

In fondo, dipingo per me stessa, spesso dimentica di ciò che mi circonda e del tempo che passa. Dipingo per il naturale piacere che l’atto creativo in sè mi dà. La pittura è quel gioco che mi rende viva, è il mio balsamo quotidiano. Non ho l’impulso irrazionale di finire in poco tempo un dipinto su cui sto lavorando, anzi! Dipingere, per me, significa anche controllo, specialmente quando il mio obiettivo è ottenere determinati effetti sulla tela e la fretta andrebbe a scapito della qualità del risultato finito.

La mia è una ricerca di equilibri formali e cromatici avulsi da qualsiasi ansia moderna. Mi piace l’idea di fermare il tempo attorno ad un oggetto o ad una situazione ricreando ex novo un’atmosfera ideale in cui tutto si armonizzi. Dentro la mia tela cerco di ri-creare un mio piccolo rettangolo di ordine scegliendo apparentemente di non trasmettere tensioni.

Preferisco guardare alle piccole ma pur sempre grandi cose che mi circondano, a tutto ciò che di positivo ma spesso dimenticato occupa o ha occupato la nostra vita di tutti i giorni. Spesso oggetti del passato come una vecchia brocca di porcellana, un’antica ampolla di vetro soffiato, una piccola brocca di rame rovinata dall’uso o altro oggetto sopravvissuto al passato, rappresentano per me un percorso della memoria, là dove l’oggetto riuniva ancora in sé le qualità di bellezza e di utilità.

Ma un oggetto del nostro quotidiano o perfino una foglia secca possono anche essere letti come semplici simboli in cui cultura e natura ancora si armonizzano. I miei soggetti prediletti stanno a testimoniare del mio amore per l’aspetto vegetale della natura delle cose che ci circondano, spesso il più indifeso.

Le mie foglie talvolta solo protagoniste secondarie altre volte protagoniste principali ed uniche, possono essere interpretate anche come una moderna semplificazione della Vanitas. Nelle mie nature morte, la tradizionale compresenza di diversi oggetti a simboleggiare rispettivamente “bellezza” (fiore fresco), “tempo” (candela) e “comune destino dell’uomo” (il teschio) viene riassunta in un unico oggetto. La Foglia secca, infatti, benché segnata dal passare del tempo se opportunamente illuminata ritorna a vivere ed è Bellezza, ma rimane pur sempre una foglia morta nonché interprete simbolica del destino che ci accomuna  tutti.

Le mie nature morte, o silenti se si preferisce, le costruisco come fossero delle delicate parentesi emotive. In esse opero in libertà delle scelte mie che ritaglio a partire dalla mia sensibilità, sempre consapevole dei limiti ma anche grata della libertà e delle infinite potenzialità che l’atto creativo mi concede.