Lo sfruttamento idrico del Piave

Pericoli per lo sfruttamento idrico del Piave

Nel ventesimo secolo un’utilizzazione spinta all’estremo, ha interamente sfruttato le disponibilità idriche del Piave per le idroesigenze derivate dall’energia idroelettrica e dall’industrializzazione dell’agricoltura della pianura.
E’ stato creato un reticolo idrografico artificiale alternativo a quello naturale, composto da condotte forzate e da canali che si sostituiscono alle tratte naturali del fiume. Quindi, prima dell’intervento dell’ Autorità di bacino per ottenere nel 2001 dall’ENEL un deflusso minimo vitale per salvare l’ambiente fluviale, tutta l’acqua, soprattutto dei periodi di magra, veniva convogliata in queste condotte e il reticolo idrografico del Piave rimaneva completamente all’asciutto.
Il Piave dunque ha subito un’antropizzazione spinta al massimo fin dall’ Alto Cadore per uso idroelettrico ed irriguo che sfrutta anche l’ultima goccia d’acqua entro condotte forzate.
Negli ultimi trent’anni questo dissennato sfruttamento ha ridotto di circa 1/3 la portata del Piave nella sua parte finale e di circa 90% quella dei torrenti di alta montagna, “modificando la dinamica delle esondazioni torrentizie” con conseguenze strutturali abnormi:

  • il letto ghiaioso del fiume, modulato nei secoli dalle piene e dalle morbide, si è alzato mediamente di circa 3mt non avendo la corrente più la forza necessaria per portare detriti e sabbia a valle, di conseguenza gli arenili a nord della laguna di Venezia sono stati mangiati dall’erosione marina;
  • nelle piane ghiaiose del greto sono cresciuti interi boschi che costituiscono ostacolo al defluire dell’acqua di piena;
  • l’acqua è compromessa da scarichi biologici ed industriali;
  • le falde e le risorgive si sono inabissate e ridotte al punto di creare gravi problemi d’approvvigionamento idrico in tutta pedemontana.

Forma di inquinamento attraverso lo sfangamento del laghi lungo il Piave

Per  ripulire 20.000 metri cubi  di fango accumulatosi nel fondo del lago di Valle di Cadore, l’ENEL che secondo il progetto iniziale avrebbe dovuto lasciar essiccare il fango e quindi portalo via con i camion, per contenere i costi di gestione,  lo estrae  dal fondo del lago con una pompa e lo miscela  all’acqua pulita al di sotto del bacino, così il torrente Boite diventa marrone. L’acqua melmosa  si convoglia sul Piave, porta asfissia al pesce e il fango depositatosi sul fondo del fiume uccide i microorganismi vitali per la sopravvivenza della fauna ittica. In questo modo, dopo la crisi dell’industria dell’occhiale, il Cadore viene danneggiato  anche nel settore del turismo legato alla pesca di fiume.

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