Je fais feu
da "Ridi, prof, che ti denuncio!"
L’alunno Cinci Vito era un genio della vendetta. Sapeva temporeggiare, controllare e usare con accortezza la sua arma prediletta: “Le fusil.”
Eccellente in tutte le materie, soprattutto in italiano e in francese, Cinci Vito possedeva un’eleganza espressiva ricca di metafore, cui dava spesso concretezza di vissuto.
“Je fais feu avec mon fusil” era il terribile monito con cui apostrofava compagni e insegnanti poco sensibili al suo genio. Poiché mai si presentò a scuola armato, tutti sottovalutarono la portata della sua minaccia, ma quando la vetusta docente di educazione artistica gli appioppò una pesante nota sul registro di classe per aver insistito che il colore vermiglio era una tonalità di rosso e non di verde come sosteneva lei, Vito sentenziò: “Alor je fais feu”.
Una settimana dopo, durante la ricreazione, in piedi sul davanzale della finestra al secondo piano, Vito estrasse dal fodero le fusil e fece fuoco senza pietà. Il proiettile liquido, tiepido e giallognolo investì in pieno la poveretta nella postazione di sorveglianza sotto la finestra.
L’azione fu così repentina che la docente, accecata dal liquido gocciolante, non fu in grado, guardando all’insù, di visualizzare il nemico, ritornato immediatamente in trincea. Gli alunni interrogati dal Preside sostennero o che non si trovavano in quella parte del cortile o che, se c’erano, non avevano guardato all’insù. Cinci Vito non fu scoperto e rimase impunito per il suo”delitto”.
Un’altra volta, Cinci Vito aveva ricevuto durante l’ora di tecnica un biglietto zeppo di errori in cui il compagno Max poetava su di lui:
“Cinci Vito è un secione
Quando parla è scoregione
Fa il fineto col francese
Ma non piace alla Agnese
La più bela del paese”
A parte il contenuto del testo con quell’Agnese della quale non gli importava niente, ciò che lo irritava erano i numerosi errori ortografici, per i quali pativa un senso di repulsione. Solo per questo il compagno Max meritava la fucilazione, ma non immediata. Tuttavia onestamente lo avvertì: “Attends toi mon feu!”
E venne il momento.
Durante la visita al Museo delle Arti e Scienze di Trento, tutti gli alunni e gli insegnanti erano pigiati in un laboratorio con il naso all’insù a guardare un esperimento con scariche elettriche prodotte e spiegate da un esperto.
Vito, affiancatosi a Max, con estrema leggerezza gli scaricò tutto il fuoco del fucile nell’ampia tasca del giaccone e si ritrasse poi lentamente, mentre il liquido gocciolava sulle scarpe del compagno.
Max, accortosi del fastidioso bagnato, ebbe la forza di attendere la fine dell’esperimento per avvertire l’insegnante del trattamento ricevuto da chissà chi.
L’insegnante, costatato che il liquido non era né acqua, né bevanda corroborante, bensì piscio, si vide costretta al rientro a chiarire al Preside con una nota sul registro la dinamica del fatto vergognoso: “ Al museo durante le scariche elettriche, qualcuno, in perfetto anonimato, ha svuotato il contenuto del penenella tasca di Max.”
Cinci Vito ancora una volta “Il avait fait feu avec son fusil” senza farsi scoprire.
Infine anche per Cinci Vito arrivò l’ultima volta.
Egli sviluppava la creatività nel disordine. Le sue cose erano sparpagliate in un raggio di un metro e mezzo intorno al banco. Il mattino faceva scivolare a terra dalle spalle la giacchetta che sistemava con il piede sotto l’attaccapanni. Le sue scarpe da ginnastica navigavano per i corridoi, dove erano usate dai compagni come un pallone. Leonardo, il buon bidello, raccoglieva tutto e metteva in ordine fino al giorno in cui tirò una bestemmia galattica, aperse una finestra del secondo piano e fece volare tutto: giacca, scarpe, tuta e cartella plasticata. Vito non sopportò l’affronto e pensò subito di ricorrere al suo fusil.
Un venerdì mattina chiese di andare ai servizi in un momento di poca affluenza.
Con metodo e misura irrorò di liquida polvere da sparo i radiatori del gabinetto e del corridoio surriscaldati per il freddo invernale, quindi rientrò in classe ad attendere l’esplosione. Un odore acre si diffuse lungo il corridoio del piano. Leonardo diede fondo al suo repertorio di sacramenti tirando il carrello di detersivi e spalancando le finestre nonostante i trenta gradi sottozero all’esterno. Le indagini sul colpevole questa volta furono accurate, ma solo perché Leonardo minacciò che altrimenti non avrebbe dato corso alla disinfestazione.
Furono individuati come possibili colpevoli quindici alunni, tra cui Vito, usciti durante la mattinata prima della deflagrazione. Furono monitorati, ma nessuno punito. Non si ricorse all’esame del DNA, come richiesto da Leonardo, perché troppo oneroso per bilancio della scuola.
Così Leonardo continuò a sacramentare, mentre Vito rinfoderò le fusil optando per una pace armata.


