In morte di Giulio e Mansueta

da "Ridi, prof, che ti denuncio!"

Oggi 19 gennaio 2006, la professoressa Cerentin Mansueta è stata presa sottobraccio dalla Vecchia Signora e se ne è andata all’improvviso. I colleghi l’hanno accompagnata alla fossa soffrendo 20° sottozero e poi, dolenti, si sono ritirati al bar per riscaldare i cuori e per chiosare:
“Almeno al Zilli è morto d’estate!”

Era il 7 giugno 1994.
L’annuncio della morte del collega Zilli Giulio, già in pensione da due anni, lo dà in aula insegnanti la docente Gufi, sempre attenta ai necrologi e alle perturbazioni climatiche.
“ E’ morto al Zilli!”
“Ah, è morto?” mi sorprendo io.
“Bisogna telefonare per il funerale - esorta la Rumiz- ma io non vengo perché le esequie mi deprimono e poi al Zilli non mi piaceva per quelle sue ostentazioni in lingua latina. ”
“ Be’, ormai la sua lingua è morta e per riequilibrare le “depressioni” potresti almeno telefonare, tu, ai famigliari per sapere il dove e il quando della cerimonia! ” le suggerisco.
Si cerca il numero di telefono in quel di Arcade, il paese natio del defunto, dove è ritornato dopo la pensione .
“Trovato!”
La Rumiz prende la cornetta, sosta un attimo, ci guarda e poi ordina:
“Non fatemi ridere, devo essere seria!”
E serio è il discorso che fa: “ … siamo tutti terribilmente costernati qui alla scuola! Quanto ci dispiace! Povero caro! Ma no, non mi dica! Dai, coraggio … Le esequie sono per domani ad Arcade, vero? Sì … alle ore 14,30... va bene! Di nuovo condoglianze. Arrivederci.”
E la telefonata si chiude funerea.
Soddisfatta della sua performance drammatica, la Rumiz chiede riconoscimenti.
“Sono stata perfetta, vero?”
Si organizza un gruppo di rappresentanza. Io vengo associata al collega Fant Eugenio che taciturno e scostante, sarà l’autista ideale per il funerale. Si aggiungeranno la di lui moglie Giacoma , il collega Peretto e, infine, il prof Rossini: in pensione da un anno, malconcio di salute, ma molto legato al defunto.

“E’ morto, dunque!” penso in un attimo di solitudine.
“Era tanto caro al Zilli! Mi soccorreva e mi sosteneva come fossi una “figlia”, appoggiandomi quella sua mano greve sulla spalla.”
Mi sforzo a soppesare il mio dolore: poco, purtroppo!

Il giorno dopo Eugenio arriva per prelevarmi a casa con la sua Ford Fiesta del ‘76, con dentro già sistemati gli altri.
“ Sei pronta?” mi chiama dal cortile.
“Un attimo che devo finire di vestirmi! Sei in anticipo!”
“Cosa indosso di consono?” penso davanti all’armadio aperto.
Il caldo estivo soffocante invita alla leggerezza, così soprassiedo al lutto e indosso una camicetta leggermente scollata e senza maniche, una gonna azzurra di cotone e sandali di vernice bianca: belli , ma da serata danzante.
Mia madre mi aspetta al varco disgustata: “Metete su calcosa de pi serio! Te va a ‘n funeral, mia a far an giro sul liston ( Mettiti su qualcosa di più serio! Vai a un funerale, mica a fare un giro in piazza!”)
“No, o così o resto a casa! ”
Salgo in macchina.
“Stringi di qua! Ficcati un po’ in là! Meglio se tieni avanti le braccia! I piedi! Sistema meglio le gambe!” sollecita Eugenio, severo con tutti, tranne che con la moglie accomodata accanto a sé davanti: “Statu comoda, Giacoma? (Stai comoda, Giacoma?)”
Dopo che il culone della Giacoma si è ben assestato sul sedile, partiamo. Novanta chilometri!
Io rompo un iniziale silenzio: “ Alora lé mort al pore Zilli! (Allora è morto il povero Zilli!) “
“ Eh, sì! Lé andat a farse ciavar, poro can! Al meio in quela scola! Bravo a insegnar e severo fa an duce! I so boce i gnea fora da la terza che no i fea gnanca an eror in te i compiti.( Eh, sì! E’ andato a farsi chiavare, poveraccio! Il migliore in quella scuola! Bravo ad insegnare e severo come un duce! I suoi alunni uscivano dalla terza che non facevano nemmeno un errore nei compiti!)” sospira nostalgico Rossini.
“ A me sembravano tanti alunni- robot privi di fantasia!” precisa il Peretto.
“ Ma tasi sessantottino de i me cai. Voi de sinistra avè rovinà la scola! Lé colpa vostra se i é andati su sti farabuti ignoranti al governo! (Ma taci sessantottino dei miei calli. Voi di sinistra avete rovinato la scuola! E’ colpa vostra se sono stati eletti questi farabutti, ignoranti al governo!)”
Non si è superato ancora il primo chilometro che il caldo soffocante mi prende alle tempie. Apro il finestrino. La Giacoma sussulta, voltando la folta criniera bionda:“ L’aria! Eugenio ha i dolori alla spalla!”
Metto il chiavistello al finestrino e trattengo tutto: fiato, voce, movimenti.
“Sopravvivrò - mi dico- dopotutto è programmato un solo funerale!”
Rossini è il più vestito della compagnia, perché sua moglie, una tradizionalista, gli ha fatto indossare tutto ciò che la buona creanza richiede in queste circostanze: canottiera , camicia bianca, calzoni e giacca neri in fresco lana, scarpe nere e infine il cappello, anch’esso nero, da tenere rispettosamente in mano durante la cerimonia. Naturalmente Rossini è il primo ad emanare un afrore caprino che cresce, man mano, fino a saturare l’abitacolo. Il caldo, comunque, non gli impedisce di sbraitare contro quelli del Governo e del loro capo “con i peli de figa trapiantati in testa”.
“ Io gli insegnanti li coprirò d’oro! L’ avea promes quel bastardo! Ecco qua: de merda al ne à coert! Maledeti! Asasini! E voialtri deficienti che li avè votadi !” (Io gli insegnanti li coprirò d’oro! Aveva promesso quel bastardo! Ecco qua: di merda ci ha coperti! Maledetti! Assassini! E voi deficienti che li avete votati!)
“ Ma veramente io sono dall’altra parte!” mi giustifico.
“Cioè, te vol dir che te gode a ciapartelo in culo?”(Cioè, vuoi dire che godi a prendertelo in culo?)
“ Ti prego Rossini, sempre con questo linguaggio da basso cortile!”
“ Al me linguagio lé bas come la pension che i mi dà dopo quaranta ani de servizio! I me pisa ados e doverie dir che l é aqua santa?” (Il mio linguaggio è basso come la pensione che mi danno dopo quaranta anni di servizio! Mi pisciano addosso e dovrei dire che è acqua santa?)
Il qualunquismo del Rossini è senza freni, finché serafica la Giacoma interviene:
“ So che sei un ottimo intenditore di vini, cosa mi consiglieresti per uno stracotto?”
Rossini, notoriamente astemio, ammutolisce dopo tre bestemmioni. Il silenzio cala. Il funerale è vicino.

Ci fermiamo da Franco, un figlio del morto che non è in casa, perché si è fermato all’obitorio a vegliare la salma. Sua figlia Lucia, un’ adolescente in fiore, ci fa accomodare. Altre due ragazzine sbucano fuori corrette e premurose come la sorella. La madre si affaccia un attimo rossa come un gallo e si ritira immediatamente per rinfrescarsi prima delle esequie.
La conversazione con le tre fanciulle è brillante come i cocci di un bicchiere: “Come ti chiami? Che classe frequenti? Come va a scuola. Che bella casa! Che ottimo gusto! Che bel quadro …”
Eugenio, dopo aver sospirato un saluto all’entrata, rimane seduto immobile con gli occhietti fissi su una gamba del tavolo.
La Giacoma offre i suoi complimenti, mentre il Peretto, accanto alla finestra, fa brillare di luce il cranio levigato.
Rossini con il cappello sulle ginocchia aspetta la fine.
L’arrivo della matrona rinfrescata fa scattare tutti in piedi.
“ Volete niente? No? Allora andiamo!”
Ci si rimette in viaggio dietro l’auto della signora.
Do un’occhiata panoramica allo stabilimento di Franco, il figlio che Zilli considerava degenere, perché non aveva voluto studiare e si era incaponito a mettere su un laboratorio di manufatti in cuoio.
“Varda là che roba! E pensar che so pare al sbarchea cico cico al lunario co tut al so latinismo! (Guarda là che roba! E pensare che suo padre sbarcava appena il lunario con tutto il suo latinismo!)” osserva Rossini.
Giunti all’ospedale dove Zilli è defunto, siamo in difficoltà a trovare la camera mortuaria. Con gli ultimi lavori di restauro sembra non essere più al suo posto. Niente paura. Dopo una gimcana per una viuzza con buche profonde e larghe come crateri, giungiamo in uno spiazzo che dà accesso all’obitorio.
Qui ognuno comincia a recitare con più o meno convinzione la sua parte drammatica. Mani sudate si stringono e si incrociano. Parole di conforto si sussurrano.
Il sole batte a picco e tutti si trascinano con il peso del dolore, a trovare refrigerio nel corridoio antistante la cella mortuaria o addirittura nella cella stessa , unici luoghi relativamente freschi.
Nell’attesa del carro funebre e del prete, si fa un gran dire bene del morto e chi questo gran bene già lo ha detto, si apparta in un gruppetto a destra dove si fa un gran dire male dei vivi.
Arrivano finalmente carro e prete. Quest’ultimo di età venerabile, piccolo e tracagnotto, stempiato con delle sopracciglia a cespuglio, paonazzo nella tonaca nera, si trascina goffamente verso la cella mortuaria, dove comincia a vociare preghiere di commiato e a schizzare acquasanta sulla bara e sui presenti, che hanno trovato nelle braccia conserte l’atteggiamento più consono al de profundis.
Improvvisamente un vecchiotto curvo e cinereo in volto si fa largo nella calca facendo urlare degli amen più devoti a coloro ai quali calpesta i piedi. Imbuca in fretta la porta nel corridoio accanto alla camera ardente e ne esce di lì a poco rilassato sistemandosi la patta, mentre il prete conclude con lo scoscio dello sciacquone le sue invocazioni eterne.
Si rimonta tutti in macchina dietro il carro funebre alla volta della chiesa. Rossini, che si è messo il cappello in testa, se lo ritrova spiaccicato contro il tetto del cofano nel sobbalzo sulla prima buca.
Giunti alla statale ci guardiamo intorno per individuare, nella selva di automobili, quella nera del morto, precipitandoci al suo inseguimento.
L’autista del carro funebre , trovando tutti i semafori verdi, velocizza la sua e tutte le guide del corteo.
Daghe rento, Eugenio, che al Zilli al ne scampa!( Accelera, Eugenio, che Zilli ci scappa!)” si preoccupa Rossini.
Il morto supera tranquillamente anche un incidente stradale, che invece tiene intrappolati noi per ben 10 minuti, dopo i quali Eugenio schizza in avanti come fosse all’autodromo, giungendo alla porta della chiesa di Arcade appena in tempo per entrare dietro la bara.
In testa, il prete urlatore guarda compiaciuto la numerosa folla che farà lacrimare poco dopo con un sermone in cui esalterà del caro estinto le azioni meravigliose e indimenticabili, in gran parte sconosciute agli stessi famigliari.
Infine intona un canto funebre in un crescendo che tocca nel più profondo anche i timpani dei sordi.
Finita la messa d’esequie, tutti, senza dare precedenza al defunto, si precipitano fuori ad ossigenare i polmoni compromessi nel chiuso del santuario dai fumi dell’incenso e dai miasmi della sudorazione umana.
Esce anche il prete e davanti alla chiesa si resta, sotto il sole, in attesa di Zilli.
Ma se ali indormenzà quei becamort? (Ma si sono addormentati quei becchini?)” brontola una vecchietta.
Finalmente i necrofori escono, infilano la bara nel carro funebre e via per il cimitero: chi a piedi, chi conducendo a mano una bicicletta, che sveltirà la strada del ritorno.
Per accelerare l’andata del morto, dà una mano anche un vigile, che a un incrocio ferma una fila di macchine per far passare il corteo. Il primo guidatore della fila smonta dall’auto a petto nudo e si fa una coca cola.
All’altezza della casa del morto tutti voltano lo sguardo alla vedova, che, mesta sulla soglia, li ringrazia con un leggero cenno del capo.
Al cimitero nessuno vuole perdersi la calata della bara e i necrofori per poco non franano nella fossa.
Finito il tutto, sparito il prete che fino all’ultimo non ristà dal dimostrare la salute dei suoi polmoni, dispersasi la folla, io mi avvicino a Lando, l’altro figlio di Zilli, per presentargli le mie condoglianze con tutta la mestizia del caso. E Lando sorridente, presami sotto braccio, mi sussurra all’orecchio:
“ Lo sai che il papà aveva un gran debole per te? Mi piacerebbe rivederti per ricordare!”