"Cara prof, ti denuncio!"

Il romanzo "Cara prof, ti denuncio!" della Casa editrice Kellermann  è nelle librerie.

Il testo affronta  l’attuale interferenza  dei genitori che a difesa e copertura del bullismo dei figli,   alterano  il rapporto costruttivo tra docenti e allievi, trasformando l’intervento  educativo  in abuso di mezzi correttivi  da perseguirsi con  denuncia  alla magistratura.

Qui sono offerti in anteprima alcuni stralci:

- "Cara prof, ti denuncio!" (in questa pagina)

- "Non ricordo"

- La "bugazza"

- Il frutto non cade mai lontano dall'albero


“Cara prof, ti denuncio!”

Il giorno seguente, dopo aver parlato con Alba, la quale mi conferma l’esibizione di Remo, convoco riservatamente entrambi e assumo la veste seria di educatrice.
«Qui, ragazzi, si tratta di calunnia o di atto osceno. Voglio sapere che cosa è successo o non successo fra voi due!».
Mi stupisce l’innocenza ferita di Alba.
«Remo, tu l’hai fatto!».
Remo alza le spalle.
«Sì, l’ho fatto e allora?».
«Guarda che con questo gesto le hai mancato di rispetto! È giusto che tu ti scusi con lei!» lo esorto.
«Io a lei non chiedo scusa. In fin dei conti ero nel mio gabinetto!».
Capisco che la porta dei servizi è per Remo, come probabilmente per altri maschi, la linea di demarcazione di una zona franca per le maialate.
Già in prima, Remo con Eric, Deni e Franco, aveva disegnato sulla porta del gabinetto giganteschi falli e vulve, degni della Casa dei Vetti, con la frase esortativa «dammi la mona!». Allora, con l’aiuto del bidello, i colpevoli erano stati individuati e indotti a riflettere e a lavorare per la cancellazione dei loro graffiti. Ma questa esibizione di Remo ha qualcosa di diverso, di psicologicamente più profondo: è un’azione equilibratrice.
Alba è carina e ha ottimi risultati scolastici, tutto il contrario di lui che pur ce la mette tutta, perciò ha mostrato ad Alba il “quid” che lo avvantaggia e che pareggia la grandezza della compagna. E poi è lo stesso “quid” che ha aumentato la grandezza di “qualcuno” a livello nazionale! Quindi perché Remo dovrebbe scusarsi? Già, ma qui siamo a scuola! È opportuno che i genitori di Remo sappiano e facciano un discorsetto al figlio.
Li convoco attraverso il libretto personale del ragazzo: «Gentili Genitori, vi chiedo la cortesia di essere presenti a colloquio giovedì alle ore dieci, per parlare del comportamento di Remo. Cordiali saluti. Professoressa Egro».
La sera ricevo a casa la telefonata della madre di Remo, alla quale brevemente e con pacatezza riferisco i fatti.
«Ma Remo al dis che no l-é vera!» (Ma Remo dice che non è vero!) lamenta lei.
«Guardi, signora, che Remo l’ha ammesso nel confronto con Alba! Mi sembra doveroso farlo riflettere, comunque!».
Il marito strappa la cornetta alla moglie e mi urla: «Come ólsela dir che me fiol l- à tirà fora la brega, lo ala vist ela co i so oci?» (Come osa dire che mio figlio ha estratto il pene, l’ha visto lei con i suoi occhi?).
Capisco che Remo ha anticipato ai genitori la sua versione dei fatti e cerco di parlare con calma al furioso in cornetta.
«No, signor Stecon, io non accuso suo figlio e non l’ho visto fare quel gesto. È Alba ad accusarlo!».
«Quela fia de na …!» (Quella figlia di una …!).
«Per favore, signor Stecon, non ricorra a queste espressioni, perché suo figlio l’ha ammesso!».
«Me fiol lo à ames parchè la ghe a fat paura al me pìciol!
» (Mio figlio l’ha ammesso perché lei ha fatto paura al mio bambino!).
«Pìciol? - penso fra me - ma se raggiunge già il metro e settanta con corporatura massiccia e villosa!».
L’altro continua in un’escalation di ululati: «… ela la é na gran merda, meio, na bugazza!» (Lei una grande merda, meglio, una merda di vacca!).
Mantengo il mio distacco professionale e tossisco facendo finta di non aver sentito.
«Siamo entrambi educatori, signor Stecon, cerchiamo di pensare a Remo e alla sua crescita!».
«No romper le bale! E se te parla con calchedun, mi te denunce!
» (Non rompere le palle. E se parli con qualcuno, io ti denuncio!) continua lui con maggior padronanza lessicale.
«Ma perché usa questo tono, queste volgarità, queste minacce? Venga a scuola, parliamone con calma!» gli rispondo pescando dal patrimonio di moderazione accumulato in tanti anni d’insegnamento.
«Mi no vegne da nesuna part e ti va a farte ciavar!
» (Io non vengo da nessuna parte e vai a farti fottere!).
«Basta! Porterò tutto al consiglio di class» rispondo a una cornetta sbattutami in faccia. Sono furibonda.
Mi sfogo telefonicamente con la Reola che mi fomenta alla ribellione, poi, fatto il pieno di rabbia, spedisco un fax al preside, spiegando i fatti e chiedendo la convocazione straordinaria del consiglio di classe: «… in fin dei conti, signor Preside, io sono un pubblico ufficiale offeso, oltre che nella persona, anche nella sua funzione educativa, quindi, Lei e il Consiglio mi dovete tutelare!».

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