Intervista a Giuseppina Boranga

INTERVISTA ALL'AUTRICE DEL LIBRO: “CARA PROF TI DENUNCIO” – UNA STORIA DI SCUOLA.

Conosciamo Giuseppina Boranga, bellunese, già insegnante di lettere in una scuola media ed ora autrice per i tipi di Kellermann Editore del romanzo “Cara Prof ti denuncio” – Una storia di scuola.

Signora Boranga, una vita dedicata all’insegnamento la Sua, una missione portata avanti con dedizione ma soprattutto con un entusiasmo, mi verrebbe da dire, contagioso.
Una carriera turbata solo alla fine dal comportamento irresponsabile e arrogante di due genitori che La hanno coinvolta in una vicenda dalla quale Lei è uscita comunque a testa alta.

Sì. Tolti gli ultimi tre anni, il bilancio dei miei trent’anni d’insegnamento è positivo.
I genitori hanno sempre collaborato con me e mi hanno supportata  nel discorso educativo. Inoltre hanno apprezzato il mio metodo didattico, diciamo da “sperimentatrice”. Hanno goduto dell’entusiasmo dei figli ma soprattutto dei  risultati positivi nel loro rendimento che continuava ad essere soddisfacente anche  alle Superiori.

E negli ultimi tre anni, invece, che cosa è successo?
Beh, c’è stato un episodio di bullismo da parte di un ragazzo di seconda media, un gesto osceno compiuto davanti ad una compagna di classe, all’uscita dai bagni. Alla mia richiesta di scusarsi, il ragazzo si è rifiutato ed i genitori, da me convocati a scuola, hanno preferito non presentarsi e minacciarmi al telefono. Quindi mi hanno denunciata per abuso di mezzi correttivi. Accusa infondata naturalmente, ma che ha guastato il mio rapporto con la Scuola, facendomi preferire la messa a riposo.

A proposito di genitori. E’ innegabile che sia oggi del tutto mutato il rapporto genitori-insegnanti. Il rispetto e l’appoggio di cui godevano i docenti si è tramutato, in molti casi, in rapporto dialettico e conflittuale. I genitori oggi, sempre più spesso, contestano voti e metodi d’insegnamento, non sono più alleati del professore nella missione educativa e formativa, ma suoi nemici. Cosa ci dice in proposito?
E’ vero, il rapporto con i genitori è cambiato, e in peggio, se posso dirlo. Venire aggrediti da un genitore non è più una novità, e la denuncia per abuso di mezzi correttivi è una spada di Damocle sempre sospesa sul capo del docente. Il quale fa parte di un’Istituzione che dovrebbe supportarlo a vantaggio dell’Istituzione stessa. E fondamentale è quello che dovrebbe essere il ruolo del dirigente nel rapporto genitori-insegnanti. Un preside deve saper parlare al genitore inferocito contro un insegnante, che gli pone il problema del figlio maleducato. Deve, nella sua posizione autorevole, smorzare gli attriti e salvaguardare il docente nella sua funzione educativa. Invece, se il dirigente lascia passare l’dea  negativa sull’insegnante, permette al genitore di   prendersela con quest’ultimo. E se il preside non procede a far chiarezza, il genitore, incapace di obiettività e di autocritica, può arrivare facilmente alla denuncia. Ovviamente episodi di questo tipo fanno cadere l’insegnante, che ha sempre creduto nella sua funzione, in uno stato di stress psicologico che danneggia sia la sua incisività educativa, sia il suo entusiasmo didattico a tutto svantaggio della scolaresca e in definitiva dell’Istituzione.

E a tutto svantaggio, aggiungerei, delle già scarse risorse economiche di una categoria che rispecchia la perdita di prestigio sociale anche nella perdita di prestigio economico.
Certamente. Anche l’aspetto economico non va sottovalutato. La prospettiva di dover pagare un avvocato per difendersi da accuse spesso del tutto infondate, non può che mettere sulla difensiva l’insegnante.

Ma questo arroccarsi in un atteggiamento difensivo, come pone il docente nei confronti di atti di bullismo o anche di semplice maleducazione, purtroppo frequenti in molti istituti?
L’insegnante, di fronte a fatti riprovevoli da parte di un ragazzo, può operare sostanzialmente in quattro modi: il più valido è la riflessione con il ragazzo stesso o con l’intera classe  sulle  ripercussioni negative sia individuali che sociali  dell’atto scorretto. Può anche convocare i genitori per concordare insieme interventi educativi coerenti. Oppure può portare il fatto riprovevole al Consiglio di classe per studiare un intervento collegiale condiviso. Infine può ricorrere alla nota sul registro di classe che richiede un intervento da parte del preside e del Consiglio di classe.
Ma se questi modi di procedere non hanno il seguito dovuto, possono essere addirittura  controproducenti per la scolaresca e  per l’insegnante stesso che inevitabilmente perde forza e autorevolezza. Gli alunni captano subito la sua debolezza e si possono scatenare, se non hanno già interiorizzato il valore dei comportamenti corretti trasmessi in prima istanza dalla famiglia, e quindi orientati in senso collettivo dalla Scuola.

Tornando al mutato rapporto genitori-insegnanti, lo si potrebbe imputare, secondo lei, anche al fatto che sempre più spesso capita di imbattersi in genitori che hanno abdicato al loro ruolo di educatori? Naturalmente aspettandosi che sia la Scuola a supplire alle loro carenze, salvo poi contestare gli interventi educativi dei docenti.
L’educazione di base spetta ai genitori. La Scuola dovrebbe accogliere il ragazzo innestandosi nel discorso educativo già messo in atto dalla famiglia, per “istruire” l’alunno al comportamento civico, cioè alla sua formazione di cittadino, allargando il cammino comportamentale dal ristretto nucleo famigliare  a quello  collettivo. Anche la didattica si dovrebbe inserire in questa ottica in quanto le conoscenze e le competenze acquisite dall’alunno lo aiutano a consapevolizzarsi nelle sue attitudini  e nelle  scelte future per un inserimento costruttivo  nella società. Di solito i genitori sono collaborativi e si confrontano con la Scuola. Quando però il rapporto con i figli è deficitario per motivi contingenti o personali, qualche genitore   rifiuta l’autocritica  per non   ammettere la sua sconfitta educativa  e   ricorre alla negazione di responsabilità cercando colpevoli esterni: i compagni, l’insegnante, la società. Ciò può creare un grave danno nella formazione del ragazzo in contrasto con gli sforzi della Scuola.

 Scuola che oggi, più che mai in passato, si identifica nella figura del preside. E qui arriviamo ad un problema scottante, quello del ruolo dei dirigenti. Come si evince dalla narrazione della vicenda che La ha coinvolta, quando un preside abdica al suo ruolo istituzionale, soprattutto per quanto riguarda la disciplina e il rapporto genitori-insegnanti, il decadimento di tutto il sistema è inevitabile. Che idea si è fatta attraverso la sua esperienza di insegnante?
La Riforma sull’Autonomia scolastica che assegna ampi poteri ai presidi, ha permesso in alcuni casi, come è successo nel mio istituto, il trasformarsi del dirigente  in un intoccabile accentratore con una cerchia ristretta di fedelissimi  pronti a  sostenerlo e addirittura  a coprirlo nelle  scorrettezze.
Dove è successo o succede questo, il docente, che già vive con frustrazione lo scarso  prestigio a livello sociale, viene privato anche del sostegno  nello svolgimento del suo lavoro.  Criticare comportamenti scorretti o addirittura illegali messi in atto dal preside o da qualche organo, può comportare per il docente “ criticone” l’isolamento o addirittura il richiamo ufficiale. Invece, se il Corpo Docente facesse gruppo negli Organi deliberanti (consigli di classe e collegi docenti) lo spazio coattivo, quindi poco democratico, di un preside verrebbe notevolmente ridotto.
Contrariamente, alla lunga può succedere che vinca nella maggioranza il bisogno del quieto vivere. Gli operatori scolastici si adeguano al sistema facendo sparire solidarietà ed empatia verso il collega preso di mira dal preside o dai genitori.

A quali comportamenti illegali si riferisce?
Beh, il testo ne riporta uno in particolare, contestato dalla protagonista del libro, nella quale in gran parte mi identifico. C’era stato un furto nella scuola e riguardava il denaro raccolto per l’assicurazione dei ragazzi. Il Consiglio di Istituto aveva deliberato di prelevare quella cifra dal bilancio per le spese correnti di funzionamento, pur sapendo che per legge dovevano essere preside e segretaria a sborsare di tasca propria quella somma, essendo essi i responsabili della custodia dei quattrini, che non dovevano rimanere in giacenza nelle stanze dell’istituto.

Ma, grazie all’ intervento della protagonista presso gli Organi superiori al preside, quei soldi furono poi reintegrati nel bilancio della scuola.
Sì, ma la “denunciante” ha dovuto pagare caro il suo senso civico.

In che senso?
Nel senso che poi, quando è successo quel fatto che racconto nel mio libro, di fronte alle minacce dei genitori del ragazzo che aveva compiuto l’atto osceno, il preside mi ha lasciata completamente sola, togliendomi appoggio e solidarietà, anche dei colleghi.

A proposito di colleghi, anche nella Scuola, come in tutti gli ambiti lavorativi, capita di doversi confrontare con elementi più o meno validi e motivati. Lei con grande ironia e leggerezza tratteggia nel Suo libro alcune figure di insegnanti non proprio esemplari. Ma nella realtà, come ha vissuto il rapporto con i colleghi?
L’interscambio  con alcuni colleghi è stato costruttivo, anche se per indole ho la tendenza di lavorare in solitaria. Ho conosciuto colleghi di grande spessore. Naturalmente in tanti anni ho visto passare pure docenti e presidi inadeguati, e ho dovuto affrontare fatti di grave scorrettezza, specie nei rapporti con ragazzi problematici. Però quasi sempre, organi scolastici, colleghi e  presidi hanno saputo  trovare soluzioni  equilibrate  e di  buon senso per il buon andamento delle lezioni.

Eppure, se vogliamo guardare al ruolo professionale di quella che dovrebbe essere una figura cardine all’interno del vivere civile, notiamo che c’è stata in questi ultimi decenni una perdita di prestigio sociale e di autorevolezza da parte degli insegnanti. A cosa si può imputare secondo Lei, tale svalutazione?
La perdita di prestigio, a mio avviso, è iniziata con la Riforma epocale degli anni ’70 con la quale si è voluto privilegiare la funzione socializzante rispetto a quella culturale. Sono spariti i voti sostituiti da giudizi fumosi e la decisione finale su rendimento e comportamento non è più stata individuale dell’insegnante (che così ha perso forza)  ma del Consiglio di classe, dove il docente  di Lettere con tre materie valeva nella valutazione come l’insegnante di ginnastica.
Le riforme confuse e contraddittorie accavallatesi negli anni, non hanno purtroppo permesso coerenza sulle regole educative e spesso hanno creato confusione anche sulla operatività didattica. I corsi di aggiornamento, poi, hanno creato addirittura maggior confusione.

Insomma, ci par di capire che ancora una volta la burocrazia e certa politica non abbiano saputo contribuire alla formazione di una figura tanto importante come quella del docente.
Sì, se un insegnante è considerato “ bravo”, è perché ha saputo formarsi da solo e perché è dotato di sensibilità nel captare le esigenze culturali, individuali e sociali degli alunni. In fin dei conti “insegnare” è un’arte! Certo l’ambiente favorevole che si crea in un istituto è determinante per il prestigio di chi ci lavora e  un terreno fertile lo si ottiene se il dirigente è di valore e non il solito transfuga dalla cattedra secondo il detto “... chi non sa insegnare, dirige”.

Volendo tirare le fila di questa chiacchierata, Signora Boranga, quali conclusioni possiamo trarre sulla vicenda che l’ha vista coinvolta Suo malgrado, e quale scopo si prefigge di raggiungere con il racconto che di questa vicenda Lei fa nel Suo libro?
Il testo nasce con lo scopo di sollecitare una riflessione sulle conseguenze psicologiche che possono derivare al docente che, fedele alla sua etica morale ed educativa, si vede  “denunciato per abuso di mezzi correttivi” su fatti inesistenti. Inoltre vuole sollecitare l’attenzione sul danno formativo provocato sia al ragazzo colpevole di un comportamento grave, che viene supportato dai genitori e non punito dalla scuola, sia alla vittima che deve subire l’offesa e anche la derisione, sia, infine,  all’intera scolaresca che vede annichilita l’autorevolezza dell’insegnante.

E in tutto questo, ha mai provato rancore nei confronti del ragazzo colpevole?
Rancore sicuramente no. Dobbiamo considerare che i ragazzi si specchiano nei comportamenti che sono loro portati ad esempio dagli adulti, in famiglia in primis, ma anche da certi coetanei, diciamo carismatici. E quando questi modelli comportamentali sono distorti, gli adolescenti (quindi già in possesso di raziocinio) devono cominciare a capire e ad assumersi la responsabilità dei loro gesti dettati  dagli  stimoli errati ricevuti in casa e fuori. Ed è qui che la Scuola  non  può essere latitante. Io con i ragazzi cercavo di pormi come una compagna di viaggio che, conoscendo bene il percorso, poteva  empaticamente suggerire un cammino corretto  in senso relazionale e di studio serio. Invece provavo un senso di fastidio e di impotenza verso genitori,  presidi e colleghi che, rinunciando alla loro azione educativa, danneggiavano anche la mia.

 

 Teresa Bernardi

 

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