La "bugazza"

"Cara prof, ti denuncio!"

La "bugazza"

Declinate le generalità, la Reola lascia al giudice solo il tempo di porre la prima domanda sui fatti riguardanti il procedimento, che già straripa pericolosamente come l’Arno nel 1966:
«Subito dopo quella telefonata d’insulti e minacce da parte del padre di Remo, la Egro mi chiamò a casa. Era sconvolta, mai nessuno l’aveva definita bugazza!».
«Cosa?».
«Bugazza, cioè escremento di bovino in dialetto!».
«Continui!».
«Sono stata io a consigliarle di portare tutto al consiglio di classe perché, insomma, è ora di finirla con questo atteggiamento dei genitori, che pestano gli insegnanti proprio quando sono là a dare qualche dritta ai loro figli gradassi. Comunque, sinceramente, quel consiglio era meglio non farlo, conoscendo il clima di quella scuola e quanto il preside ce l’aveva con la Egro!».
«Per quale motivo?».
«Per via di un furto».
«Un furto?».
«Un furto di 3000 Euro raccolti per l’assicurazione dei ragazzi. Il consiglio d'istituto aveva deliberato di prelevare il denaro dal bilancio della scuola per coprire l’ammontare del furto, anche se la legge impone che debbano essere la segretaria e il preside a sborsare i quattrini rubati, per non averli depositati in banca. La Egro informò dell'irregolarità chi sta più in alto dei due dirigenti, che furono costretti a scucire la somma con supplemento per il danno erariale».
«Ritorniamo a Remo. Lei è informata se la professoressa Egro lo isolasse dalle attività pedagogiche, tenendolo in un banco in fondo alla classe?».
«La Egro? Io facevo un’ora alla settimana in compresenza con lei. Si facevano modellini di case di montagna, sa, con l’uso di mappe, scala numerica, compensato, traforo, incastri… e la vedevo con la sua gran voglia del tutti insieme. E per quanto riguarda il separare Remo dagli altri, mettendolo in fondo, era impossibile».
«Perché?».
«Perché in quella classe i ragazzi erano stretti come sardine, in barba alla Legge sulla Sicurezza. Io evitavo di passare tra i banchi per non provocare crolli. Vi assicuro che per isolare qualcuno avremmo dovuto metterlo fuori dalla finestra, ma eravamo al secondo piano!».
La difesa interviene:
«Infatti, abbiamo agli atti la foto della classe che dimostra come fossero ammassati gli alunni in quell’aula!».
Il giudice continua:
«Le consta che la Egro mandasse Remo ai servizi accompagnato dal capoclasse?».
«Veramente ero io a mandarlo accompagnato, e l’ho fatto con l’approvazione del consiglio di classe, a cui avevo spiegato che intendevo evitare guai peggiori dopo quel fatto! L’insegnante è responsabile di quel che fa l’alunno, quando è sotto la sua custodia, se lo manda da solo fuori dall'aula. E dato il clima pesante creatosi in quella classe, era meglio salvaguardarsi».
Il Pubblico Ministero:
«Lei parla di clima pesante, può spiegarsi meglio?».
«Beh, in quella classe non c'era solo l'episodio di Remo. Quel fatto si inseriva fra tanti altri, sicuramente più gravi».
«Per esempio?».
«Per esempio c'era una ragazza dall'adolescenza problematica, incontenibile nei suoi atteggiamenti sconvenienti; c'erano insegnanti poco agguerriti, che uscivano dall'aula piangendo; c'era un ragazzo bersagliato in continuazione, perché tacciato di essere gay...».
Interviene il giudice:
«C'era anche Remo ad infierire su questo ragazzo?».
La Reola scuote il capo:
«Eh si... purtroppo si!... Però devo dire che, tutto sommato, questa non era la classe peggiore. Ce n'erano di ben peggiori!».
Silenzio di incredulità in aula.
La Reola si guarda attorno:
«Avete altre domande?».
E arriva la frase liberatoria:
«Può andare!».

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