Titino Carrara, l’ultimo della più che centenaria famiglia di teatro I Carrara. Figlio d’arte, nato sul palcoscenico, attore, regista ora anche scrittore di testi teatrali, uomo di punta della compagnia teatrale La Piccionaia, da qualche anno è docente della Scuola di Teatro di Ossidiana. Con piacere pubblichiamo questa chiacchierata.
Che significa per te fare teatro?
Che ti devo rispondere, Gianni?
Essendo “l’ultimo della pluricentenaria stirpe ecc…” ed avendo i neuroni un po’ in crisi mi viene difficile…
… È difficile sapere dove finisce davvero il confine fra un lavoro così totalizzante e la tua vita. Quando lo pratichi quotidianamente, diventa vampiro, ti assorbe le energie, richiede tutta la concentrazione, non ti molla mai!… Alle volte, quando sei sotto pressione, non ti molla neppure di notte: quando ti risvegli sudaticcio dall’incubo in cui ti trovavi, un attimo prima, sopra ad un palcoscenico, di fronte a un pubblico con uno spettacolo che neppure sapevi di che parlava, che cosa volevano da te, che non sapevi nulla, che dovevi districarti a trovare la via di uscita ad una situazione che ti avrebbe altrimenti fatto fare la classica figura di merda!
Che significa?!... starci dentro, viverlo, usarlo, osservarlo… e comportarti di conseguenza. Non dimenticando che la vita del personaggio che giochi in scena è pur sempre una parte del personaggio che sei.
Quale il tuo percorso artistico?
Ci abbiamo fatto uno spettacolo sull’argomento. Laura Curino mi ha spinto a raccontare la storia che si snoda parallela a quella di un “Piccolo Carro di Tespi”: un Teatro Mobile che veniva smontato e rimontato sulle piazze dei paesi che lo ospitavano. Dove venivano rappresentati ogni sera spettacoli diversi… 50, 60 spettacoli diversi, pensa: uno diverso al giorno… bella bottega non ti pare? Oggi non si può più. Era un teatro che traeva le motivazioni artistiche dalla necessità.
Il “fischio Comico” (che oggi nessuno più conosce) era un simbolo oltre che il richiamo per tutta la categoria, dai grandi ai piccoli attori, e ce n’erano!... e sai che significava?... MISERIA!
Ottima motivazione per andare incontro alle necessità del pubblico.
Cosa insegni ai tuoi allievi?
A guardare, a osservare, a giocare insieme alle persone con cui condividi il palcoscenico. Che il risultato sia una pasta omogenea, una musica intonata, un flusso unico… come un’onda: come fa l’acqua a mettere d’accordo tutte le particelle che la compongono per fare un’onda?
Se pensiamo a un’onda come sensazioni, umori, colori che fluttuano dal palcoscenico… (non dico emozioni perché lo dicono in troppi) prova a pensare a quanta forza con cui carezzare, lambire o investire un pubblico.
Per farlo ci vuole la forza di ognuno.
Che cosa vuoi dare ai tuoi allievi?
Senso della responsabilità, del dovere e del rispetto ad un luogo dove ci sono regole, principi; dove non “ci si mostra”, ma ci si confronta, ci si guarda in faccia e non si finge. La più bella cosa del Teatro è la dimensione della verità: sai quanto bisogna esserle al di sopra per farla sembrare VERA? Ed ognuno è una porzione del risultato, al di là della lunghezza della propria parte. “Non esistono piccole parti, esistono solo piccoli attori”.
E che strumenti, che metodo usi?
Masi, mio padre, ha imparato da suo zio Alfonso, grande maestro di recitazione. Lo ricorda sempre intento a rileggere i classici che amava moltissimo: “Ma zio che fate studiate ancora?... se sapete tutto a memoria?” … e lo zio Alfonso: “Non studio, guardo, perché in mezzo alle righe c’è sempre qualcosa di nuovo.”
Gli strumenti, il metodo si configurano ogni volta che un gruppo di persone si incontrano e danno vita ad un progetto. Anch’io osservo, guardo, cerco “in mezzo alle righe” per scoprire cosa c’è di nuovo in ogni allievo, in modo da aiutarlo a fiutare pregi e difetti delle proprie capacità espressive: guardando dentro e fuori di sé.
Un modello unico non esiste. “Si fa così!.. come faccio io.” Ho sentito dire spesso. Non è che i modelli non esistano ma non bisogna copiare. Bisogna appropriarsene facendo in modo che diventino nostri, altrimenti rischieremo sempre di essere copie sbiadite dell’originale. Bisogna sintonizzarsi con ogni individuo, è faticoso, ma per ognuno esiste una seppur piccola differenza, vale la pena di scoprirla.
Cosa dà soddisfazione agli allievi?
Bisognerebbe domandarlo a loro… però sono certo che (una volta passata la paura) il brivido che provano quando si trovano di fronte un pubblico sia la soddisfazione più grande.
E a te come docente?
Vedere il gruppo crescere in autonomia e responsabilità, muoversi come un tutto unico. Se questo non avviene, anche in minima parte, significa che qualcosa non ha funzionato.
Perché secondo te c’è grande partecipazione ai corsi di teatro?
Il mio analista diceva che se non fossi stato attore sarei stato un bel delinquente… che ci siano molti delinquenti bisognosi di redenzione?
Cosa è necessario per diventare un bravo attore?
Fiducia in sé, nei propri mezzi, testa, coscienza di ciò che si fa: non basta che qualcuno te lo spieghi: il salto lo puoi fare solo tu… e non è detto che a tutti sia concesso… a volte, per citare il Maestro Carmelo Bene: “… tu hai bisogno del teatro !...ma il Teatro non ha bisogno di te!” … alle volte, per il bene del teatro meglio sarebbe fare dell’altro.
E’ importante la tecnica? E poi?
Dipende. Ci sono ruoli in cui la tecnica è fondamentale. Le Maschere di Commedia dell’Arte, per esempio: avere una maschera sul volto spesso porta a risultati imbarazzanti se non la conosci, la tecnica. Conoscere le espressività di una Maschera e le potenzialità che muove sarebbe interessante per tutti. Attenti però che poi ci vogliono le condizioni per prenderne le distanze e usare la tecnica a ragione.
Cosa ti appassiona come attore? E come regista?
Giocare: cosa c’è di più bello. Lasciarti andare, sognare, essere, e non “esserci”. Quando “sei” funziona, ma se “ci sei” vuol dire che ci fai, e così non va.
Cosa ti ha appassionato di più? E quali le maggiori difficoltà?
Stare solo in scena davanti al pubblico è una bellissima esperienza, quando la scopri fai fatica a farne a meno. Hai la responsabilità totale di ciò che avviene, in bene e in male.
Difficoltà? Condividere la scena con persone che hanno continuamente bisogno di motivazioni. Il Teatro va agito pensando sempre ad un risultato comune, se non hai uno sguardo aperto è dura.
Progetti e impegni attuali e futuri?
Un “Innamorati” di Goldoni, come attore, per l’ennesimo Teatro di anniversario; come regista, “Galeas per montes”: uno spettacolo con Laura Curino come interprete e le musiche di Calicanto; altra regia a “quattro mani” con Carlo Presotto per una coproduzione veneziana e le “Favole al telefono” di Rodari per i ragazzi delle scuole elementari (grande pubblico!), ed il mio “Strada Carrara” con la regia di Laura Curino, che verrà distribuito da questa estate.
Seminari, scrittura testi, distribuzione, progetti speciali, riprese, collaborazioni, e… la Scuola di Ossidiana. C’è da fare, c’è da fare.
Gianni Gastaldon |