Pagina aggiornata il 7settembre 2007
Fondazione Teatri delle Dolomiti

UNA STAGIONE IDEALE...
di Daniela Nicosia
Con un viaggio nelle stanze della memoria si apre questa nuova Stagione di Prosa. Nicola Piovani e Vincenzo Cerami raccontano Il Signor Novecento, e lo fanno con accenti intimi eppure universali. Con la brillante complicità di Lello Arena, ci inoltriamo negli angoli impolverati dall’emozione del ricordo, in cui la grande musica di Piovani, eseguita dal vivo dall’Orchestra Aracoeli, da lui diretta, è protagonista. Fragilità, incertezze, umane debolezze si stagliano sullo scenario che dalle due guerre arriva fino alla conquista della luna, declinate dall’esperienza personale e dalla sensibilità di un uomo qualunque, nato il primo gennaio del 1900.
Un uomo qualunque è anche il Prof. Vanni, protagonista della commedia Il Sorriso di Daphne, botanico, ricercatore per tutta la vita del silente mistero nascosto nelle piante, così simile a quello che avvolge l’esistenza di ognuno. Nei sarcastici battibecchi con la sorella, nell’ultima relazione amorosa con una giovane allieva, l’anziano professore, ormai costretto su di una sedia a rotelle, rintraccia ancora un sorriso, terribile e salvifico simile a quello della ninfa Daphne al suo incontro con Apollo. Cosi si dispiega il tema della pluripremiata commedia di Vittorio Franceschi (Premio Enrico Maria Salerno 2004 – Premio ETI – Gli Olimpici del Teatro e Premio Ubu 2006) che insieme a Laura Curino e Laura Gambarin, dà vita ad una struggente, intensa partitura scenica che restituisce al teatro l’autenticità di un gesto d’amore.
Amore e odio, sono invece i sentimenti che percorrono la complessa relazione tra madre e figlia in Sinfonia d’Autunno, spettacolo che si avvale di due interpreti d’eccezione: Rossella Falk e Maddalena Crippa. Scritto da quello straordinario conoscitore di sentimenti che fu Ingmar Bergman, il testo racconta di un amore speciale: quello tra una donna, che ricerca l’assoluto nella pratica artistica, e sua figlia, che a sua volta lo ricerca nella relazione con la madre. Trentasei ore, questo il tempo del loro incontro, breve come un saluto, intenso come lo sguardo che lo accompagna.
Un insolito menage à trois, desta scompiglio in una piccola comunità di provincia in Pensaci, Giacomino! di Luigi Pirandello. Il Prof. Toti ama Lillina come una figlia e per questo la sposa, per sottrarla allo scandalo di una gravidanza fuori dal matrimonio. Giacomino, l’innamorato di Lillina, padre del bambino, è regolarmente ricevuto in casa, il figlioletto potrà godere così ad un tempo dell’affetto di un nonno e di quello di un padre. Ma il perbenismo borghese non tollera ciò che l’amore consente, ciò che rappresenta una minaccia e una esplicita sfida ai suoi fragili equilibri.
Profondi sono i disequilibri e il disorientamento delle coscienze indotti dal grande scenario della guerra che partorisce incubi e sogni quali premonizioni. Così nel 1948, Eduardo De Filippo in Le voci di dentro, dà espressione a quei silenzi dell’anima prodotti dal fragore delle bombe e dalla paura. Sono silenzi da cui è necessario, seppur faticoso, riemergere per tornare ad affermare con dignità, la propria identità. Nel magnifico impianto registico di Francesco Rosi, Luca De Filippo è l’incisivo protagonista di una delle commedie più ricche di simboli e di significati di tutta l’opera eduardiana. Un grande spettacolo e un invito ad ascoltare, con coraggio, la voce della propria coscienza.
Sullo sfondo di una insolita Serenissima, terra di confine e di traffici, di spie e di avventurieri, si consuma, invece, l’ambigua vicenda de Il Mercante di Venezia di Shakespeare. Se da un lato la cruda raffigurazione dell’usuraio ebreo, magistralmente interpretato da Eros Pagni, si accompagna alla critica della comunità veneziana schiava del denaro, dall’altro la commedia si apre a squarci improvvisi, in cui l’amore, motore di un’azione serrata, si fa pura energia creativa.
Gioco complesso, raffinato, estremo come la vita è quello sotteso al monumentale Faust di Goethe, che non poteva conoscere miglior interprete di Glauco Mauri. Passione e ragione, intelligenza e follia convivono nell’inquieto cammino di colui che vinto dalla seduzione di Mefistofele, una volta sancito il patto, sottoscrive, inconsapevole, la sua rovina. Il meraviglioso testo di Goethe è attraversato da profondi interrogativi sull’essenza del vivere e al contempo conosce il respiro poetico della leggerezza, grazie al tocco geniale del suo autore.
La ricerca di quiete, di un tempo che si rivela smarrito per sempre muove, in tutt’altro orizzonte, il ritorno in Patria del protagonista della commedia Quando al paese mezogiorno sona di Palmieri. In un Veneto, di cui riconosciamo luoghi e atmosfere, si registrano i mutati rapporti tra le persone, in nome di un’ambizione di ricchezza assai diffusa che guasta le relazioni e altera la vita delle comunità campestri. Il miracolo economico del nord-est è ancora lontano e la commedia, scritta nel 1936 e interpretata da un ottimo cast di attori, ci restituisce con sagacia e ironia un affresco di un tempo, poi, non così lontano.
In epoca classica approdiamo invece con Le Donne in Parlamento di Aristofane, che nell’audace allestimento di Serena Sinigaglia, sa ancora parlarci, per paradosso, dei guasti del potere. Ritmi spumeggianti, scene corali che ci travolgono, una perizia attorale di rilievo, ci restituiscono, in un contesto scenografico di preziosa originalità, un testo che mantiene integri, a distanza di 2399 anni, la sua vivacità e il suo acume.
La funzione della donna nella polis è quella di generare figli legittimi e di occuparsi dell’oikos (a un tempo la casa e il patrimonio). All’uomo spetta la politica, alla donna l’economia, nella sua accezione etimologica di amministrazione della casa da oikos e nomos (legge). È evidente come, in un simile contesto, l’idea di Aristofane delle donne al potere, sia un paradosso che sottende un prorompente intento provocatorio. In una società maschile ridotta a pensare solo a come soddisfare i propri bisogni personali, è inevitabile che sia dato spazio all’anarchia. Il vuoto di ideali genera caos. Ciò rappresentano le donne al potere. E infatti il governo femminile, che mette ogni cosa in comune, compreso i piaceri della carne, che sembra voler rendere giustizia ad ognuno, non fa altro che riaffermare la decadenza e il malcostume diffuso. I cittadini, sostiene Aristofane, non sanno più essere protagonisti della vita pubblica, delle istituzioni, della politica. E questa amara riflessione dal 392 a.C., arriva a noi con assoluta scottante attualità e ci colpisce dritta al cuore.
Il degrado di un sistema politico e sociale affligge Aristofane e percorre, con accenti diversi, tutta la sua opera. Questa afflizione si fa sarcasmo, paradosso, iperbole grottesca, invenzione poetica.
Una nuova scrittura per la scena ha origine, oggi, da una simile constatazione e come quella ricorre all’ironia e al graffio per manifestare il proprio disagio nei confronti del sistema sociale, politico, economico: è la scrittura di Marco Paolini.
Nello spettacolo Miserabili - Io e Margaret Thatcher - , l’ultimo in cartellone, incontriamo, l’autore e interprete, accompagnato dai Mercanti di Liquore, ed è un incontro autentico e appassionato in cui monologhi e canzoni scandiscono le metamorfosi della società italiana a partire dagli anni Ottanta. Paolini, con apparente disinvoltura, tratta di economia e dell’assenza di regole che governano il mercato, nel comporre una ballata sul tempo che è denaro e sul denaro che non è tempo,come egli stesso definisce questo spettacolo.
Affinché il tempo torni ad essere a pieno il nostro, è necessario fermarsi. Affinché si possa continuare ad immaginare un futuro, è necessario progettarlo, senza distogliere gli occhi dal passato, svelando la maschera del presente. Quella maschera che quotidianamente indossiamo e di cui, almeno a teatro, dovremmo tentare di liberarci...
Fondazione Teatri delle Dolomiti
il direttore artistico
Daniela Nicosia
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