L'animale nel mirino, è "la notte del cacciatore" di Davide Zaninotti

L'animale nel mirino, è "la notte del cacciatore" di Davide Zaninotti

“La consegna è una sola: silenzio sempre, qualunque cosa accada". il libro dell'autore friulano tenta di rompere questa pratica

di Nicla Panciera (Corriere delle Alpi, 29 dicembre 2005)

“Nel ristretto mondo della caccia la consegna è una sola: silenzio sempre, qualunque cosa accada. Pochi cacciatori hanno avuto il coraggio di dire quello che è scritto in queste pagine”. Queste coraggiose parole sul retro e le suggestive immagini in copertina promettono al lettore quello che Davide Zanotti, autore di “La notte del cacciatore”, non riesce però a mantenere: una lucida e impetuosa denuncia della caccia come inutile massacro, come divertimento praticato da uomini “ubriachi di vino e di sangue”, che agiscono “come un’orda di affamati in cerca di cibo”, nonostante le “pance pasciute e piene di vino”, e per questo ormai pratica priva di senso.
E’ la disincantata e lucida visione che emerge tuttavia naturalmente dalle ammissioni dell’io narrante (Zanotti in persona), dalla prima all’ultima pagina di un libro breve e di facile lettura per la semplicità del fraseggio. Uno stile ripetitivo, che non riesce a staccarsi dalla dimensione dell’oralità. Nessuna trama coerente lega i vari capitoli, troppo brevi per potersi dire racconti, se non il fatto di essere tutti la descrizione di fatti realmente accaduti all’autore.
Il cacciatore, non pentito, disvela il lato oscuro della caccia e di chi continua a praticarla nonostante sia venuta meno la ragione ultima (la sussistenza) che la giustificava e lo fa nascondendosi dietro appellativi come “sentinelle del territorio”, “censitori delle popolazioni animali”, “custodi della natura”. Zanotti racconta le diffuse pratiche crudeli sue e dei suoi compagni nei confronti dei cani, della selvaggina e degli altri animali, acquistati e immediatamente liberati per essere abbattuti. Ma rivela anche la malafede di chi censisce gli animali regolandosi sul numero di iscritti alla riserva, di chi spara quando e dove non potrebbe ad animali non abbattibili. Descrizioni spietatamente precise, che provocherebbero scandalo e porterebbero la potente lobby dei cacciatori ad urlare alla faziosità, se a narrarle fosse stato uno qualsiasi di quel 90% di italiani contrario all’attività venatoria (che, forse è bene ricordarlo, non è un diritto ma si svolge per una concessione che lo stato rilascia).
Quella di denunciare le mele marce per salvare la pianta è strategia nota. Purtroppo, è proprio questa l’intenzione dell’autore, che si ripropone di ridare onorabilità ad una “nobile arte e antica tradizione”. Purtroppo per lui: perché non riesce nel suo intento, limitandosi a punteggiare il testo di mere dichiarazioni di principio, che non trovano riscontro nei fatti narrati. Zanotti non spiega in cosa consiste “la grande passione e il senso etico” di cui parla a proposito dei cacciatori e nemmeno quale sia quel ”modo moderato e raffinato di pensare la caccia”, cui fa riferimento. E, ancora, come può essere “una sfida impari a favore dell’animale”, quando fra i due l’unico ad essere armato è l’uomo. Il lettore troverà, infatti, difficile immaginarsi una “sfida leale”, non aiutato in questo dall’autore ma guidato dalla sua conoscenza della realtà (che dimostra palesemente la disparità dei mezzi). Ancora: il cacciatore rispettoso della natura deve usare “fucili adeguati e non armi da guerra”. Distinzione forse non alla portata del lettore comune, per il quale un fucile non è che un’arma. Probabilmente è per addetti ai lavori anche il concetto di “rispetto per la selvaggina” (più in là, alle vette del grottesco: “La selvaggina uccisa non si mette mai nella plastica. Significa mancarle di rispetto”). Analogamente, solo un cacciatore potrebbe scorgere “segni di rispetto che non riportano in vita l’animale ma almeno ne rendono onore” nei rituali che impogono di mettere un rametto di quercia o di pino nella bocca dell’animale, dopo averlo ammazzato (anche se poi dichiara “togliere la vita ad un animale è una scelta difficile”).
Insomma, come dar torto a chi ricavasse dalla lettura una certa confusione. Complice anche la chiara contraddizione tra quanto narrato e quanto sostenuto qua e là nel testo. Con buona pace di Eco e della semiotica, è necessario l’intervento chiarificatore dell’autore, che nel pistolotto retorico finale, dal titolo “La caccia va rispettata”, ci fornisce la giusta chiave di lettura della sua opera:”Cosa prova un cacciatore quando uccide non è affare di nessuno. Ognuno è padrone dei propri sentimenti e si assume le responsabilità delle proprie scelte. I cacciatori non vanno giudicati per quello che fanno, ma eventualmente per come lo fanno”.

LA NOTTE DEL CACCIATORE
di Davide Zanotti
Edizioni biblioteca dell’immagine

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