Oronimi Bellunesi

ORONIMI BELLUNESI

Dieci anni a caccia di nomi
I monti della Sinistra Piave
«setacciati» dai ricercatori

di Nicla Panciera (Corriere delle Alpi, 9 agosto 2005)

Che Costa del Sol, costone cespuglioso con roccette sul monte Cimone, si chiami così perchè rivolto ad oriente non è difficile da intuire; più curioso è sicuramente sapere che in Val de la Sagra sul Col Visentin non si teneva alcun tipo di festa campestre (il nome fa probabilmente riferimento alla presenza di tassi, in dialetto sagra appunto). nicla panciera L'ottavo volume della collana «Oronimi bellunesi» (nomi dei monti), riguardante tutta l'area sopra i mille metri dal Fadalto al San Boldo, verrà presentato giovedì alle 17.30 al centro Le Torri in Nevegal dagli Amici del Nevegal. Si tratta di un quaderno scientifico pubblicato dalla Fondazione Angelini, frutto di un lavoro di ricerca durato dieci anni, condotto da un gruppo di lavoro composto da esperti volontari e testimoni locali che hanno guidato il gruppo (coordinato da Paolo Dalla Vestra) alla scoperta del nome popolare con il quale venivano indicati i vari luoghi dal col Visentin al monte Cimone. Il volume è corredato da interventi di Paolo Dalla Vestra, Cristina Busatta e Virginio Rotelli, la parte etimologica è stata curata da Giovan Battista Pellegrini, glottologo dell'Università di Padova. La rilevazione in loco è stata effettuata da Paolo Dalla Vestra, Angelo De Bona, Umberto De Col e Mario D'Incà oltre a poco meno di una decina di abitanti dei luoghi indagati. Sono Mamante Casagrande, Giuseppe De Barba, Giovanni De Barba, Emilio Roccon, Angelo De Bona, Mario D'Incà, uomini di età compresa tra i 65 e i 91 anni, che hanno accettato di prendere parte ai lavori di ricognizione per aver conosciuto intimamente quei luoghi, pascoli, valloni, cengie, dove hanno vissuto e lavorato fin da bambini, «come falegnami, cacciatori, carbonai. Vivevano in montagna e della montagna», spiega Paolo Dalla Vestra. «Il duplice obiettivo della nostra ricerca è stato quello di assegnare un nome alle varie località, identificandole, e di correggere gli errori di denominazione o di localizzazione», spiega ancora Dalla Vestra, «come ad esempio la Casera Sogne, diventata nel tempo Casera dei Sogni, molto poetico, ma non corretto». Spesso le denominazioni date dai testimoni si sono rivelate incongrue con quanto indicato nella cartografia. «Poteva infatti accadere che i topografi non si recassero sul posto, ma si limitassero a guardare da lontano i luoghi da nominare». Probabilmente anche da qui deriva la discrepanza esistente tra il nome locale e quello ufficiale; si pensi a quella indicata come Valle Casera Sonego, nome non riconosciuto dai locali, che all'unanimità hanno invece riferito il nome Val de Bètin. Comunque, un ostacolo è stata la difficoltà dei nostri vecchi accompagnatori nel riconoscere i vari luoghi, radicalmente cambiati a partire dagli anni Sessanta. «Mi sento di dire che il nostro principale obiettivo non è stato quello di identificare gli oronimi, ma quello di ricordare i nomi e con questi la vita e i lavori di montagna di tante persone che in quei luoghi vivevano», dice Dalla Vestra, quindi non solo di fissare su carta nomi di località che altrimenti sarebbero andati perduti. E, infatti, molto è emerso. Oltre agli aneddoti legati al nome di un luogo, riportati nelle varie schede, anche i ricordi d'infanzia e gioventù dei vecchi. «Ci sarebbe voluto un intero volume per raccogliere le storie che abbiamo sentito durante questi anni di sopraluoghi. Non è stato un impegno breve e snello. I luoghi più densi di passato sono quelli occidentali, dove si inverte la configurazione del territorio di Ponte e Belluno, dai ripidi pendii erbosi in alto e, più in basso, il bosco. Verso Trichiana, al contrario, il bosco raggiunge la sommità dei monti e i pascoli rimangono in basso», spiega dalla Vestra. Che su quanto emerso in questi dieci anni aggiunge: «Sono eventi legati all'infanzia e, poi, alla guerra partigiana. Come un'avventura capitata ad uno dei nostri vecchi, partigiano allora quattordicenne, bloccato per dei controlli e pericolosamente in possesso di una rivoltella. Riuscì a nasconderla in una bugazza e si salvò». Soprattutto Limana e Trichiana furono teatro di un'intensa guerriglia partigiana, fino a quando i rastrellamenti nazi-fascisti non respinsero i partigiani verso il Cansiglio. Queste e molte altre situazioni hanno avuto come cornice quei luoghi ora invasi dal bosco; quello che rimane sono dei ruderi o prati non curati (nè brucati) dall'aspetto ingiallito e consistenza scivolosa da sembrare davvero altro rispetto ai grassi e contesi pascoli che furono un tempo. I nomi dei luoghi fanno riferimento a caratteristiche fisiche o della vegetazione, attività lavorative o nomi di famiglie alle quali le Regole affidavano terreni per il pascolo, sfalcio o legnatico. «Sono emersi nomi interessanti, legati a pratiche la cui conoscenza sarebbe andata persa. Come la Saonera, il cui nome deriva dalla terra argillosa che veinva composta in pani usati per pulire i recipienti usati per la lavorazione del latte. O la Pala de l'erba coléta, l'erba strega usata come filtro rudimentale per eliminare le impurità del latte (da col, filtro)». Quando le testimonianze dei vecchi erano più d'una, sono state segnalate nelle schede. Abbiamo considerato la loro plausibilità e coerenza con i risultati relativi ai luoghi limitrofi sui quali c'era maggior sicurezza. Ad esempio, il nome Pian de le fémene sembra non avere origine mitologica, ma fare riferimento più prosaicamente all'attività di scambi di merci con la pianura trevigiana, come tabacco e grappa con i prodotti caseari che venivano affidati alle donne perchè meno sospette o perchè, come suggeriscono altri, mettendo in luce le loro grazie potevano convincere i controllori a chiudere un occhio. «E' stato un lavoro di gruppo», precisa Dalla Vestra, «in cui ognuno ha messo le proprie competenze. Non è nè una guida turistica, nè escursionistica, ma un lavoro scientifico».

ORONIMI BELLUNESI Paolo Dalla Vestra, dal Fadalto a San Boldo. (Quaderno Scientifico n.8)
A cura di : Ester Cason Angelini
Belluno: Fondazione G. Angelini
Prezzo: 20 €

 

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