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Scatta l'allarme obesità: è la regina di ogni malattia eppure la sottovalutiamo

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LA STAMPA 28 Aprile 2020 - TUTTO SALUTE - NICLA PANCIERA

L'obesità è una tragica malattia che altera il funzionamento dell'organismo a tal punto da rubare anni di vita. «È ancora troppo sottovalutata, ma i soggetti obesi hanno il 50% di probabilità in meno di vivere oltre i 70 anni», dice Andrea Lenzi, endocrinologo dell'Università La Sapienza di Roma e coordinatore italiano di Open Obesity Policy Engagement Network, rete internazionale che si occupa di sensibilizzare i decisori sul tema dell'obesità: questa, con il suo fardello di comorbidità correlate, metterà presto a dura prova i sistemi sanitari. Anche in questi giorni se ne è parlato poco ma - dice lo specialsita - «l'eccesso di tessuto adiposo aumenta la gravità e la mortalità del Sars-CoV-2». Nel nostro Paese sono in «eccesso ponderale» quattro adulti su 10 (42%) e il 60% della popolazione tra i 65 e i 75 anni: ci si aspetta, dunque, che molti pazienti Covid-19 abbiamo questo problema. Secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità, tra i deceduti per il virus il 12,2% era obeso, il 69,7% era iperteso, il 31,9% diabetico e il 27,4% aveva una cardiopatia ischemica: queste ultime tre condizioni sono le complicanze di cui soffre il paziente obeso. «Si stima che il 44% dei casi di diabete tipo 2 e il 23% dei casi di cardiopatia ischemica - dice Lenzi - siano attribuibili all'obesità o al sovrappeso». Uno studio su oltre 4mila casi Covid della Grossman School of Medicine dell'Università di New York mostra che per il ricovero ospedaliero l'obesità è più importante rispetto all'ipertensione o al diabete. E come si legge in un'analisi dalla «Lille Intensive Care Covid-19» metà dei ricoverati in terapia intensiva per il virus all'ospedale di Lille è obeso, il doppio rispetto agli ospedalizzati per altre ragioni nello stesso periodo dell'anno scorso. E anche il bisogno di ventilazione aumenta con l'indice di massa corporea. Gli autori commentano: «Sorprendentemente l'indice di massa corporea viene raramente citato tra i fattori di rischio riportati nelle prime relazioni cliniche in Cina, Italia e Usa». Eppure, già a metà marzo, Stefan de Hert, ex presidente della Società Europea di Anestesiologia, commentando i dati italiani, aveva scritto che «l'obesità è uno dei principali fattori di rischio per l'accesso alle terapie intensive». L'obesità non solo complica tutte le procedure, da quelle diagnostiche a quelle di ventilazione meccanica, ma pone il soggetto in una condizione di grande vulnerabilità, tanto che il legame tra obesità e coronavirus è pericoloso anche per i più giovani. «Erano sovrappeso i pochi decessi under 20», spiega Andrea Lenzi. E l'obesità compare tra le patologie pre-esistenti degli under 50 deceduti in Italia. Tale predisposizione alle complicanze delle malattie infettive delle persone obese si aggiunge all'aumentato rischio di moltissime patologie diverse: cardiovascolari, metaboliche, oncologiche, neurodegenerative. «Il tessuto adiposo in eccesso determina un'infiammazione subclinica cronica, che è alla base di importanti alterazioni del funzionamento dell'organismo, come ad esempio dell'omeostasi endocrino-metabolica». Questo stato persistente di infiammazione di basso grado non riguarda il solo tessuto adiposo ma è di livello sistemico e danneggia così tutti gli altri organi e tessuti e «rende il soggetto più suscettibile anche dal punto di vista immunitario. Si è visto, infatti, che alcune chitochine sono alterate in senso pro-infiammatorio, ma il colloquio molecolare tra adipociti e sistema immunitario, pur studiato, non è ancora del tutto chiaro». Dobbiamo «fermare questo dramma». Come? È un tema di grande rilevanza sociale, essendo l'obesità un indicatore di cattiva salute associato alla povertà e dipendente da una serie di fattori sociali ed economici, come l'accesso all'istruzione, alle cure mediche, al cibo sano, alle opportunità lavorative e di svago. Per Lenzi, che è anche presidente dell'Health City Institute, la soluzione per contrastare l'epidemia «sta nel ricordare che la salute è un bene comune, che si persegue adottando un'ottica di comunità e non di individuo, che è poi quello che è emerso anche in questa tragedia della pandemia. La ricerca fa passi da gigante, la medicina è potentissima, ma non può fare tutto. I medici non possono farcela da soli. Ci vuole l'azione concertata di tutti».

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