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Venti minuti con la Natura e la psiche si trasforma

Venti minuti con la Natura

LA STAMPA 6 Maggio 2020 - TUTTO SALUTE - NICLA PANCIERA

Immergersi nella natura fa staccare la spina e riduce lo stress. Niente retorica o romanticismo: lo stabilisce un crescente numero di ricerche. Fino a che punto tali benefici effetti sull'umore e sul benessere percepito emergano anche frequentando il verde urbano dei nostri balconi e dei nostri cortili condominiali è quanto intende scoprire lo studio «Pillole di natura ai tempi della pandemia».
«Chiediamo ai partecipanti di trascorrere 20 minuti sul balcone, in cortile o nell'orto, senza alcuna distrazione, senza musica o telefonino, ma prestando attenzione solo agli stimoli sensoriali. Prima e dopo l'esperienza all'aperto, andrà compilato un questionario con 32 domande, il cosiddetto Poms, di valutazione di sei stati dell'umore. Per il personale medico-sanitario, a cui pure ci rivolgiamo, c'è una parte ad hoc», spiega l'architetto paesaggista Monica Botta, docente di Therapeutic Landscape Design del Politecnico di Milano e responsabile del progetto insieme con Stefano Capolongo, docente di Urban Health e Hospital Design del Politecnico e coordinatore europeo dell'International Academy for Design and Health. Per partecipare allo studio si deve andare qui: www.monicabotta.com/gardens/pillole-di-natura/.
Dice Monica Botta: «Ci aspettiamo risultati in linea con la letteratura scientifica. In un momento di isolamento generale come questo il verde può essere un potente strumento nelle nostre mani, ma va vissuto consapevolmente». Insomma, non basta sporcarsi le mani con un po' di terra e due vasi. Bisogna ammirare, annusare, ascoltare, toccare.
Ci sono così pochi dubbi sul bisogno di verde che si cerca di quantificarlo. Un ampio lavoro britannico apparso sulla rivista «Scientific Reports» mostra che due ore a settimana di immersione nella natura sono sufficienti. Non serve andare lontano: il lavoro considerava, infatti, escursioni in un raggio di due chilometri dall'abitazione dei soggetti e, quindi, in uno spazio verde urbano.
Il verde non è solo bellezza. La natura, anche con l'aiuto dell'architettura, aiuta chi soffre. Stiamo parlando della cosiddetta progettazione sanitaria basata sulle evidenze, dall'inglese «evidence-based healthcare design». Il primo a parlarne fu il celebre architetto Roger Ulrich della Texas A&M University (oggi, in Svezia). «Il suo studio sul minor tempo di degenza dei pazienti che potevano ammirare il verde dalla propria finestra d'ospedale fu pubblicato su Science nel 1984», spiega Monica Botta. Con gli anni, poi, questa visione dei luoghi di cura si è estesa fino a includere a tutti gli ambiti delle città, destinate a diventare sempre più luogo di tutela e promozione della salute. Design e architettura hanno una missione sociale e i progettisti diventano cruciali. Un approccio che, nel nostro Paese, è ancora di frontiera e la cui applicazione, invece, è già realtà nel Nord Europa e negli Stati Uniti. Qui sono nati anche i giardini per il benessere e la cura, gli «healing gardens». Pioniera è l'architetto di paesaggi e dell'ambiente Clare Cooper Marcus dell'Università di California a Berkeley, che iniziò a studiarli adottando l'approccio basato sulle evidenze («evidence-based») negli Anni 90. «Sono spazi all'aperto con obiettivi di cura, da considerarsi un prolungamento della struttura sanitaria o del proprio domicilio, in cui svolgere attività riabilitative, ludiche, motorie e sociali» spiega Monica Botta, autrice del libro «Caro Giardino, prenditi cura di me», dove racconta l'esperienza di alcuni degli «healing gardens» che ha progettato per vari utenti con esigenze diverse, da privati cittadini, desiderosi di un luogo di pace, a persone non vedenti fino ai pazienti con malattie, come l'Alzheimer, «per i quali il giardino di terapia è un vero e proprio ausilio di cura - dice Botta -. Il giardino non è un accessorio, è un'opportunità. La progettazione è frutto di un dialogo costante con la medicina, con il personale sanitario e di assistenza, con i familiari. L'attività guidata all'aperto regala ai chi vive nelle strutture e nelle residenze sanitarie molti stimoli e una sensazione di maggior autonomia, oltre alla possibilità di un ulteriore svago, anche con i parenti, al di là dell'ora di palestra prevista». E, se davvero manca lo spazio per viverla, la natura si può vedere, per esempio, alle pareti di una sala d'attesa.
«Mi auguro che anche lo staff medico-sanitario possa beneficiare di questi risultati e che venga invitato dalle aziende sanitarie a trascorrere del tempo in un giardino di cura al termine della giornata lavorativa, prima di timbrare il cartellino - dice Monica Botta -. Ma anche che tutti possano riappropriarsi del verde. Come dice l'immunologo giapponese Qing Li, grande esperto di shinrin-yoku, il cosiddetto "bagno nella foresta", il deficit di natura è il dramma delle società sempre più urbanizzate». —
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