Da SegnoOnLine - Enrico Dedin a Mestre con ATROPHIA | Il rischio di un pensiero che si atrofizza
Che cosa accade alle nostre facoltà cognitive quando l’ambiente in cui viviamo è progettato per catturare continuamente la nostra attenzione? In un sistema che privilegia la velocità delle risposte e la disponibilità immediata delle informazioni, memoria e concentrazione sono messe a dura prova. Sono queste le questioni al centro di ATROPHIA
Che cosa accade alle nostre facoltà cognitive quando l’ambiente in cui viviamo è progettato per catturare continuamente la nostra attenzione? In un sistema che privilegia la velocità delle risposte e la disponibilità immediata delle informazioni, memoria e concentrazione sono messe a dura prova. Sono queste le questioni al centro di ATROPHIA, intervento site-specific di Enrico Dedin che dal 18 ottobre al 15 novembre 2026 occupa le tre vetrine di Piazzale Candiani, a Mestre, nell’ambito del progetto Backup di No Default APS, in collaborazione con il Centro Culturale Candiani e M9 – Museo del ’900.
Inserito direttamente nello spazio urbano e visibile ventiquattr’ore su ventiquattro, l’intervento porta la riflessione sul rapporto tra tecnologia e comportamento umano fuori dai confini tradizionali dello spazio espositivo. Le vetrine fungono da superfici di confronto con una condizione ormai familiare, quella di un’esistenza attraversata da dispositivi digitali, flussi continui di immagini e informazioni e sollecitazioni che frammentano l’esperienza. La questione riguarda il modo in cui questi strumenti modificano le nostre abitudini, ma anche ciò che rischiamo di perdere quando deleghiamo loro una parte crescente delle attività che richiedono attenzione, memoria e capacità di giudizio. Il concetto di atrofia offre una chiave di lettura che dal piano fisico si estende a quello cognitivo e culturale. Una facoltà che non viene esercitata tende a indebolirsi e questa considerazione assume un significato particolare in un contesto nel quale la tecnologia promette di semplificare operazioni, accelerare processi e ridurre lo sforzo necessario per ottenere risposte. Il problema emerge quando la comodità si trasforma in abitudine e l’automazione prende progressivamente il posto dell’esperienza diretta. La disponibilità immediata di contenuti non garantisce infatti una maggiore capacità di comprenderli, così come l’accesso continuo alle informazioni non coincide necessariamente con un pensiero più articolato.
Le opere distribuite nelle tre vetrine affrontano questa condizione attraverso linguaggi e dispositivi differenti. Melting Thinker, Mirrorphones e Digital Tribalism mettono in relazione la dimensione individuale con i meccanismi collettivi della cultura digitale, interrogando il modo in cui si formano le opinioni, si orienta l’attenzione e si costruisce la percezione di sé. La riflessione si sposta così dal funzionamento degli strumenti alle conseguenze del loro impiego, includendo la tendenza a replicare comportamenti, aderire a risposte immediate e sostituire l’elaborazione personale con modelli già disponibili. Accanto alle installazioni e ai video, gli assemblaggi realizzati con componenti elettronici dismessi trasferiscono queste domande sul piano materiale. Una cornice composta da microchip accoglie un’immagine della serie fotografica Metamorfosi, facendo convivere la struttura tecnica del dispositivo con una figura surreale. In un altro lavoro, le catene di un’altalena sono fissate a una tastiera al posto della seduta. L’oggetto, privato della sua funzione abituale, rende visibile una relazione alterata tra corpo e tecnologia, suggerendo quanto gli strumenti progettati per facilitare le nostre attività possano diventare parte integrante dei comportamenti e delle aspettative che le regolano.
In ATROPHIA la tecnologia assume quindi una presenza ambivalente. È un ambiente da comprendere criticamente, capace di ampliare le possibilità umane e, allo stesso tempo, di condizionare l’esercizio delle facoltà individuali. Per questo motivo il progetto estende la propria indagine oltre le opere, coinvolgendo la bioeticista Giulia Bovassi e la dottoressa Azia Maria Sammartano, specialista in Audiologia e Foniatria ed esperta in disturbi del neurosviluppo. Le loro testimonianze, diffuse online durante il periodo espositivo, affiancano alla prospettiva artistica contributi filosofici, psicologici e clinico-scientifici, aprendo un confronto su un tema che attraversa diversi ambiti del sapere. L’intervento si inserisce nel progetto Backup, nato per raccogliere e conservare tracce delle identità e della memoria contemporanea del territorio. In questa cornice, le vetrine di Piazzale Candiani funzionano come archivio aperto sul presente, nel quale le trasformazioni tecnologiche si fanno materia di osservazione condivisa. La dimensione pubblica è qui essenziale poiché rende accessibili questi argomenti anche ai cittadini che non bazzicano abitualmente i luoghi dell’arte. La riflessione di ATROPHIA si concentra infine sulla necessità di recuperare tempo e attenzione, restituendo valore alla noia, alla contemplazione e alle esperienze che non producono un risultato immediato. In un sistema che sollecita risposte rapide e una partecipazione costante, fermarsi a osservare è già una forma di consapevolezza. Le tre vetrine di Mestre offrono così l’occasione di mettere in dubbio il nostro rapporto con gli strumenti che accompagnano la vita quotidiana e riconoscere che il pensiero, come ogni facoltà umana, ha bisogno di essere esercitato per continuare a svilupparsi.
Posted by Francesco Pozzi
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