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Da SegnoOnLine - Lasting Legacies. Eredità Durature

Ancient Future - Bridging Bhutan’s Tradition and Innovation - Bjarke Ingels Group - Laurian Ghinitoiu - Arata Mori Ph. Rachele Mammarella

In prossimità della chiusura della 19° Biennale Architettura, vi proponiamo l’articolo uscito su Segno 301.

Neanche quest’anno, come già da diverse edizioni, troverete alla Biennale di Venezia modellini, sezioni o planimetrie di architetture esemplari.
Sempre più serrata e articolata si presenta invece la sistematizzazione di quelli che mi pare possano essere letti come i materiali profondi, fondativi, di cui l’architettura stessa è costituita e su cui, evidentemente, vale la pena concentrarsi.
Da una parte, la consapevolezza, le aspirazioni, i timori e le speranze del nostro tempo di cui si nutre, non senza inquietudini, una ampia maggioranza di intellettuali, scienziati, artisti, economisti, amministratori e cittadini comuni, irrimediabilmente convinti – e non da oggi – della necessità di un cambiamento paradigmatico del ruolo dell’uomo sul pianeta Terra.
Da un’altra – è forse questo l’aspetto che più colpisce – il catalogo di quello che potrebbe essere visto come un vero e proprio campionario di nuove tecnologie, una sorta di fiera espositiva novecentesca di materiali, tecniche e metodologie dalle strabilianti potenzialità, pronti a configurare un mondo radicalmente nuovo, profondamente diverso da quello passato e presente, tanto da risultare irriconoscibile e inimmaginabile – almeno senza l’aiuto di un architetto.

La mostra alle Corderie dell’Arsenale, in accordo con il titolo Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. coniato dal curatore Carlo Ratti, è articolata in tre blocchi consecutivi (uno per ognuno dei tre aggettivi).
L’accento posto dall’architetto torinese sulla condivisione universale dei temi dell’architettura, a partire dall’ingegnosa paretimologia della parola intelligenza (che si trasforma inglobando il termine latino gens), marca chiaramente un posizionamento intellettuale in linea con le ultime due edizioni della Mostra curate da Sarkis e Aravena ma, più in generale, con una presa d’atto universale della necessità di rivalutare la dimensione etica del progetto e del ruolo dell’architettura rispetto a quella estetica (e qui si potrebbe tornare ancora più indietro nel tempo, fino alla prescienza furbacchiona di Fuksass di 25 anni fa): una necessità e una convinzione che, ultimo retaggio del Moderno, sembra non essere più in discussione.

Più interessanti e stimolanti però (segno forse di un reale avanzamento conoscitivo dei tempi) appaiono gli allestimenti che presentano risultati, effetti e prodotti di applicazioni (bio)tecnologiche – pur se quasi mai tradotte direttamente in manufatti architettonici veri e propri.
>   From Belongings to Belonging – Elemental Ph. Rachele Mammarella
>   From Belongings to Belonging – Elemental Ph. Rachele Mammarella
>   Calculating Empires: A Genealogy of Technology and Power since 1500 – Kate Crawford e Vladan Joler; Ph. Rachele Mammarella
Si comincia quindi dall’intelligenza naturale e dagli irrinunciabili richiami alla sapienza biologica, geologica, ancestrale, del pianeta da cui nascono, rinascono o si trasformano vecchie e nuove proposte per materiali e dispositivi bio-tecnologici: dai ripari effimeri di alghe del gruppo guidato dallo studio New Territories ((N)Permanences Tractatus) alle sorprendenti ricerche dell’Office for Living Architecture insieme all’Università di Monaco (Architecture like Trees, Trees like Architecture) che immaginano di utilizzare gli alberi come vero e proprio materiale da costruzione vivente. Nell’ultimo ambiente di questa prima sezione espositiva spicca la presenza di un gruppo di installazioni in cui viene dispiegato (nell’ambito del Progetto Speciale denominato Material Bank) un campionario di materiali che, tra stampe 3D, fibre di banane e mattoni di sterco di elefante essiccato (usati per la Elephant Chapel premiata con menzione speciale della Giuria), mette in fila e prefigura possibili ambiti operativi di invenzione e di recupero, dalle più ancestrali tradizioni costruttive al riciclo dei rifiuti (altro grande tema di questa Biennale: l’economia circolare), fino alla nuova generazione di materiali nati tutti nei laboratori di ingegneria biogenetica.

È nel successivo spazio dedicato all’intelligenza artificiale che si palesa però un più incombente tratto del nostro tempo: la disponibilità di una forma di intelligenza sempre più onnipresente e pervasiva, al punto da incidere sui comportamenti, le aspirazioni e le paure collettive.
Dagli esercizi tipologici di Lluis Ortega, Romero, Capomaggi e Brullet (Recycling Intelligences) al prototipo di architetture future proposto da Maas e Diaz (Biotopia), dalle sistematizzazioni compilative di Crawford e Joler (Calculating Empires: A Genealogy of Technology and Power since 1500, premio della Giuria quale promettente partecipazione) ai data system di Kurgan, Chum, Krisch, Vosburgh e Zhang (The Curse of Dimensionality), le proposte di questo secondo frattale espositivo aprono e lasciano aperta una dimensione conoscitiva incognita, dai confini tanto incerti quanto inesorabili, in un misto di entusiasmo e apprensione oramai tipico della ricerca postmoderna. Il visitatore si trova ad attraversare un universo di indagini, analisi ed esperimenti applicativi in cui l’AI è oramai protagonista indiscussa, troppo formidabile per essere tenuta in disparte, ma ancora inafferrabile nelle sue possibili modalità conformative.

L’ultima declinazione di intelligenza esibita è quella collettiva. La proposta diviene qui ambiziosa e rischiosa, nella sua linearità e correttezza filologica. Tenere insieme – in maniera diffusa e sistemica – le conoscenze degli artigiani del Buthan e l’AI (come hanno provato a fare BIG, Ghinitoiu e Mori in Ancient Future: Bridging Bhutan’s Tradition and Innovation) o gli antichi saperi dei popoli italici, sudamericani e nordeuropei dentro una intelligenza collettiva (GXN, 3XN, CITA Royal Danish Academy in Local Resources/Collective Knowledge), diventa una corsa sul filo di un rasoio che – difficile negarlo – tra idealità e cruda attualità è oggi ancora molto, troppo, più vicina alla drammatica realtà dei narcos raccontata da Elemental (From Belongings to Belonging).

Ampi segnali dunque dell’avvento di una nuova stagione di attitudini e di stili abitativi, di evoluzione tecnologica e –presumibilmente – di nuovi assetti urbani e di nuovi edifici. Senza ignorare però – parlando di architettura – le tematiche figurative, iconiche, esemplificative del proprio tempo. Quale immagine avrà, se ne avrà una propria specifica, il nuovo mondo di cui questa architettura del terzo millennio si sta prendendo carico? Da questa messe di possibilità e consapevolezze come si giungerà a cavare fuori architettura?
Certo – come dice Orit Halpern in uno dei saggi teorici raccolti per questa Biennale (The Future of Cybernetic Urbanism) – non si può non condividere l’idea che la città smart del futuro (quella pervasa dall’AI) sia priva di una sua forma propria, ma incarni piuttosto un’attitudine, così come è ragionevole immaginare che le sue ricadute in termini materiali riguardino la disponibilità di strumenti utili alla definizione di un nuovo state of mind. Si finisce allora per chiedersi se il futuro della disciplina architettonica non si stia avviando verso una sorta di rinuncia della propria componente formale, concentrando tutte le proprie energie euristiche in una dimensione meta-stilistica e post-materica. Sarebbe del resto – in linea con quanto avvenuto negli ultimi decenni allo sviluppo della produzione tecnologica, caratterizzata da una costante digitalizzazione e dematerializzazione – il segno di un formidabile e ultimativo trasferimento tecnologico, dagli esiti davvero indistinti e imponderabili.
Del resto, la coscienza di un cambiamento irrevocabile e necessario (fosse solo dal punto di vista etico) è oramai diffusa. Il pacchetto di nuovi valori condivisi e di riferimento (adattamento climatico, circolarità dell’economia, recupero ambientale…) è tutto solidamente dispiegato sul tavolo di lavoro dell’architetto, assieme con le conseguenti visioni di un nuovo mondo migliore, trasformato e salvato dall’inedita alleanza uomo-natura (attualmente in fase di stipula).
Diversamente dal passato però, quando in diversi passaggi epocali ci si era trovati di fronte a nuove promettenti e rivoluzionarie prospettive di cambiamento, all’entusiasmo e alla speranza sembrano essersi oggi sostituite l’angoscia e l’inquietudine. Non più nuove conquiste del sapere, bensì ultime opportunità di sopravvivenza del genere umano. Uno scarto emotivo radicale, dalle indefinite implicazioni.
Negli anni immediatamente precedenti la fine della seconda guerra mondiale, la disponibilità di nuovi materiali e tecnologie messi a punto in occasione dello sforzo bellico, unita alle aspettative di un mondo nuovo e alla fiducia in un ineluttabile radioso futuro, aveva posto le basi per l’avvento di una architettura profondamente diversa rispetto a quella dei decenni precedenti. Eppure, come ebbero a dire i pionieri di quegli anni, il nuovo mondo che tutti avevano sognato all’approssimarsi della fine della guerra non fu esattamente come quello sognato. Lo stesso avverrà probabilmente per il mondo di domani che stiamo immaginando oggi. Oggi come allora però, semi di cambiamento, di mutazione genetica del modo di configurare il mondo che abitiamo, sono piantati nelle nostre coscienze. Vedremo cosa nascerà da queste eredità, dalla loro persistenza.

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