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Da SegnoOnLine - Primary Structures / Multiple Systems. 60 Anni di Minimalismi

Primary Structures - Multiple Systems. 60 Anni di Minimalismi

Sabato 17 ottobre 2026 si inaugura alla Fondazione Antonio Dalle Nogare la mostra Primary Structures / Multiple Systems. 60 Anni di Minimalismi, a cura di Eva Brioschi.

A sessant’anni dalla storica esposizione Primary Structures: Younger American and British Sculptors, tenutasi nel 1966 al Jewish Museum di New York, la Fondazione Antonio Dalle Nogare presenta un nuovo progetto espositivo che intende celebrare e riconsiderare storicamente l’eredità del Minimalismo e la sua influenza nell’arte contemporanea attraverso una selezione di opere della Collezione.

La mostra del 1966, curata da Kynaston McShine, consacrò artisti come Donald Judd, Carl Andre, Dan Flavin, Robert Morris e Sol LeWitt, introducendo un nuovo concetto di scultura basato sulla riduzione formale, sulla serialità e sull’oggettività.

Primary Structures / Multiple Systems analizza come questo alfabeto geometrico sia stato assorbito, trasformato e infine compromesso dalle generazioni successive di artisti e artiste, diventando uno strumento per decifrare i sistemi complessi della realtà contemporanea.

Una delle idee centrali del Minimalismo è che l’opera non debba raccontare nulla al di fuori di sé stessa: un oggetto esiste solo nella propria presenza fisica e l’artista non è più il demiurgo che modella la materia, ma l’ideatore di strutture.

Questo passaggio sancisce il definitivo superamento della scultura tradizionale in favore dei cosiddetti specific objects. L’impiego di materiali industriali freddi – come fibra di vetro, acciaio e neon – unito alla delega della produzione a fabbriche o maestranze esterne, consente di separare l’intuizione concettuale dall’esecuzione manuale.

Persino la tela viene ricondotta a una forma geometrica elementare, sulla quale il colore non deve rappresentare altro che la flatness e la propria superficie cromatica, così come percepite dal pubblico.

Questo nuovo modello estetico, fondato sul distacco, sull’anonimato dell’autore e sulla pura percezione del volume nello spazio, introduce una diversa concezione dell’opera d’arte. È nell’incontro tra oggetto, spazio e spettatore – la cui esperienza fisica e percettiva varia in relazione al movimento del corpo – che l’opera si compie.

Una relazione che trova una delle sue formulazioni più celebri nell’assunto di Frank Stella: ciò che vedi è ciò che vedi.

Il vero precursore di questa messa in discussione della figura dell’autore e della desacralizzazione dell’oggetto artistico – assimilato a un prodotto di natura industriale e inteso come residuo del processo creativo – fu, decenni prima, Marcel Duchamp.

Un dato storico fondamentale conferma questa contiguità: il saggio La morte dell’autore di Roland Barthes fu pubblicato per la prima volta in lingua inglese proprio sulla rivista-scatola Aspen che si trova in esposizione nella biblioteca della Fondazione.

Barthes sapeva che il suo saggio avrebbe trovato posto accanto al celebre discorso The Creative Act di Duchamp, che anticipava questa nuova prospettiva.

La mostra si articola in diversi spazi, al piano terra (inclusa la Black Box) e al primo piano, attraverso un percorso che mette in relazione la dimensione pubblica e quella privata, un dualismo che riflette lo statuto stesso della Fondazione, al tempo stesso spazio espositivo e casa della Collezione.

Riunendo artisti e artiste internazionali, tra cui Andrea Fraser, Fabio Mauri, Mario García Torres, James Turrell e Nairy Baghramian, il progetto espande i confini del linguaggio minimalista attraverso pratiche che interrogano istituzioni, memoria, identità, ecologia e sistemi di potere in un intreccio di luce, spazio, tempo e critica sociale.

Artisti e artiste contemporanei in mostra scelgono infatti di violare deliberatamente quella storica indifferenza, appropriandosi dei moduli apparentemente innocenti del Minimalismo per trasformarli in dispositivi critici carichi di tensioni politiche, sociali e istituzionali, dimostrando che nel nostro presente nessuna struttura può dirsi neutrale o isolata dal mondo reale.

Primary Structures / Multiple Systems evidenzia come le forme essenziali del passato siano oggi strumenti per leggere la complessità del presente e condurre analisi stratificate, invitando il pubblico a confrontarsi con i sistemi e le infrastrutture invisibili che determinano la nostra contemporaneità.

In questa prospettiva, la riattivazione della storia si propone come un esercizio critico essenziale per comprendere e abitare le architetture, gli algoritmi e i sistemi che plasmano la realtà del nostro presente e prefigurano quelli del futuro.

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