Da SegnoOnLine - Sul futuro del corpo
In un tempo in cui il corpo è continuamente esposto, misurato, corretto, colonizzato e omologato, la mostra torna a interrogarlo nella sua dimensione più concreta e insieme più enigmatica: come luogo dell’identità e della memoria.
Le parole di Paul Valéry attraversano come un filo invisibile Sul futuro del corpo, la mostra curata da Barbara Codogno che riunisce alla Galleria Civica Cavour di Padova diciassette tra i più autorevoli protagonisti della nuova figurazione internazionale, in un’esposizione che vanta 55 importantissime opere, molte di grandi dimensioni.
Ogni giorno affidiamo l’immagine del nostro corpo ad algoritmi e dispositivi che lo registrano, lo interpretano, lo archiviano e lo rendono infinitamente riproducibile.
Mai come oggi il corpo è stato così visibile e, paradossalmente, così distante dall’esperienza vissuta.
La rappresentazione tende a sostituire la presenza, mentre l’immagine rischia di prevalere sull’esperienza.
In questa frattura risuona il richiamo di “Magnifica Humanitas”, l’enciclica di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale che invita a rimettere al centro la dignità irriducibile dell’umano. Un pensiero che attraversa anche la mostra, là dove il corpo non è immagine da consumare né dato da ottimizzare, ma presenza viva, vulnerabile e relazionale.
È dentro questa frattura che nasce Sul futuro del corpo: una riflessione sul destino dell’umano nell’epoca della sua progressiva smaterializzazione.
Lontana dalle retoriche della tecnologia e dalle narrazioni post-umane, la mostra assume il corpo come archivio vivente, spazio simbolico e politico, luogo in cui continuano a inscriversi memoria, desiderio, trasformazione e rapporti di potere.
Attraverso pittura e scultura, gli autori mostrano come il corpo sia tornato al centro della ricerca artistica non come semplice soggetto iconografico ma come luogo critico attraverso cui leggere le trasformazioni culturali e sociali del presente.
“La pittura e la scultura diventano così strumenti di resistenza – spiega Codogno – la materia, il gesto, il tempo dell’esecuzione e persino l’errore restituiscono al corpo la sua irriducibile presenza. Le opere condividono la stessa condizione della carne: la sua fragilità, la sua impermanenza, la sua capacità di trasformarsi”.
“Pur nella diversità dei linguaggi – continua la curatrice- gli artisti condividono una medesima consapevolezza: il corpo è il luogo in cui si manifestano le grandi tensioni del nostro tempo. Identità, controllo, memoria, desiderio, appartenenza, tecnologia, sacro diventano dimensioni inseparabili di una riflessione che attraversa l’intero percorso espositivo”.
Alcuni artisti interrogano la dissoluzione dell’identità e la sopravvivenza delle immagini. Nelle opere di Radu Belcin, Flavia Pitiș, Alfio Giurato e Nicola Samorì la figura emerge e insieme si consuma, lasciando affiorare il tempo e la memoria oltre la superficie dell’apparenza.
Altri riconducono il corpo a una dimensione naturale, dove il confine tra umano e vivente si fa mobile, poroso, instabile. Le ricerche di Angelo Brugnera, Nunzio Paci, Enrica Berselli e Chiara Calore immaginano organismi permeabili, attraversati da continue contaminazioni, nei quali anatomia e natura tornano a riconoscersi come parti di uno stesso sistema vivente.
Un ulteriore nucleo affronta il rapporto tra corpo, mito e spiritualità. Stefano Reolon, Maurizio L’Altrella, Chandra Fanti e Luca Bidoli rileggono archetipi, simboli religiosi e iconografie della tradizione occidentale per mostrare come il corpo continui a essere il luogo in cui materia e trascendenza si incontrano.
Infine, il corpo torna a essere territorio politico. Markus Schinwald rende visibili quei dispositivi invisibili che disciplinano identità e comportamento; Julio Larraz riflette sulle ferite dell’esilio e della geopolitica; Fabbio Copercini trasforma il corpo di Pier Paolo Pasolini in una meditazione sul sacrificio e sulla violenza; Greta Bisandola guarda al corpo come archivio genetico ereditario. A questo dialogo si aggiunge la ricerca di Angelo Giordano, che rimette al centro il limite e la vulnerabilità della condizione umana contro il mito contemporaneo della perfezione e dell’efficienza dell’Homo Deus.
Sul futuro del corpo è domanda aperta. Quale spazio resta all’esperienza incarnata quando l’identità tende a coincidere sempre più con la sua rappresentazione?
La mostra suggerisce che proprio la pittura e la scultura, linguaggi antichi e insieme radicalmente contemporanei, possano ancora proporre uno dei luoghi più fertili da cui osservare queste trasformazioni. Per restare umani.











