Segnonline - La luce siamo noi
Nel contesto della mostra Musa promossa dal CONI e sponsorizzata dall’Enel per le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, dal 6 al 22 febbraio la Triennale di Milano ospita l’esperienza artistica interattiva E…nel futuro, a cura di Gabriele Simongini.
L’esposizione esplora la “Musa dell’Innovazione” attraverso il lavoro di tre figure chiave: il pittore e scultore Giacomo Balla, il decoratore Fernando Jacopozzi, divenuto celebre per aver dato nuova luce ai monumenti di Parigi, e Alex Braga, musicista e artista concettuale. Ne abbiamo parlato con Gabriele Simongini.
La “Musa dell’innovazione”, l’energia creativa, la tensione verso l’avvenire, la luce come esperienza trasformativa e l’eccellenza creativa/tecnologica italiana sono le protagoniste del tuo progetto espositivo. Puoi dirci, più nel dettaglio, come è articolato?
È un viaggio nel tempo che sinteticamente percorre l’intero XX secolo, fino ad oggi, fra tradizione e proiezione verso un futuro tutto da immaginare. Ognuno a suo modo, tutti e tre i suoi protagonisti, Balla, Jacopozzi e Braga sono “maghi della luce”, intesa come intuizione artistica e poetica, linguaggio relazionale, soglia di trasformazione ma anche apparizione spettacolare. Del resto, i futuristi e Balla in primis si definivano come i “Signori della Luce” mentre Alex Braga è idealmente il futurista di oggi che ci propone una experience room interattiva e immersiva e che ha rielaborato creativamente, anche con l’ausilio dell’AI, una famosa scenografia di Balla e una sintesi dello straordinario percorso di Fernando Jacopozzi, decoratore e inventore che oggi si definirebbe “light designer”.
La mostra inizia con una rilettura di Balla.
Nel primo schermo Alex Braga rielabora la rivoluzionaria scenografia di Balla per lo spettacolo “Feu d’artifice” (Fuoco d’artificio), messo in scena al Teatro Costanzi di Roma il 30 aprile 1917, sulle note di Igor Stravinskij e con la regia di Sergej Djagilev. Per tre minuti il grande futurista presentò uno scenario plastico che aveva come protagonisti alcuni solidi geometrici – forme piramidali e parallelepipedi appuntiti – la cui struttura lignea era ricoperta di stoffe dipinte e colorate nel cui interno l’artista pose luci elettriche, ritmicamente azionate con inediti effetti di movimento e vitalità. Questo teatro di forme animato da continui giochi di luce era la concretizzazione del desiderio formulato nel 1915 da Balla insieme a Fortunato Depero (nel manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo”) di liberare l’arte nella vita, esaltando l’istinto giocoso dell’uomo. La brevissima durata dello spettacolo rispecchiava i principi di un teatro nato dall’intuizione e capace in pochi istanti di condensare molteplici situazioni e idee, come proclamato dal teorico del movimento futurista, Filippo Tommaso Marinetti, nel manifesto “Il Teatro Futurista Sintetico” (1915). La scenografia originale è andata perduta ma è stata ricostruita in scala dall’artista Elio Marchegiani nel 1997, per la mostra “Sipario” al Castello di Rivoli, sulla base dei progetti autografi di Balla. Del resto, lo stesso Balla a proposito di molti suoi lavori esortava i posteri a ricostruirli “con i materiali della vostra epoca”. Ed è quanto fa Alex Braga utilizzando anche l’AI per dare nuova vita all’immagine statica e un nuovo suono originale, in dialogo con tutte e tre le opere dell’installazione.
Dopo Balla, Jacopozzi.
Nel secondo schermo viene invece reinventata da Braga, anche attraverso le foto gentilmente concesse dall’Archivio Jacopozzi di Parigi, la straordinaria avventura di Fernando Jacopozzi, l’italiano che trasformò Parigi nella Ville Lumière. Tutto ha inizio con un laser scan 3D di Parigi in nuvola di punti, che si materializza e anima sotto gli occhi del visitatore ed introduce l’estetica della luce che caratterizza il progetto “E nel futuro…”. Jacopozzi fu definito da Marinetti un autentico futurista. La sua storia è quella dell’italiano di genio che a soli 23 anni arriva a Parigi, diventa installatore di ghirlande di luci animate nelle facciate dei negozi e ha l’idea scintillante di sostituire con delle lampadine elettriche la porporina all’interno delle bocce di vetro per far brillare le vetrine. Con Jacopozzi la Fata Elettricità, come veniva chiamata allora, trasforma Parigi nella Città della Luce. Il successo fu immediato e straripante e porterà Jacopozzi ad illuminare la Tour Eiffel, l’Opera, gli Champs-Elysées, l’Arco di Trionfo, la Colonna di Place Vendome e la stessa Cattedrale di Notre-Dame. Ma prima ancora la genialità di Jacopozzi si mise in luce durante la prima Guerra Mondiale. L’allora Presidente del Consiglio francese, Georges Clemenceau, gli affidò un incarico delicatissimo: “ricostruire”, con le sue lampadine, la stazione ferroviaria della Gare de l’Est nella campagna fuori Parigi, tra le località di Villepinte e Seyran, per ingannare i tedeschi che, con i dirigibili Zeppelin e i plurimotori Gotha, di notte sganciavano le bombe sulle luci della città. Il progetto doveva simulare i binari ferroviari e il movimento dei treni, strade, fabbriche. I giornali dell’epoca descrissero la genialità dell’idea, ovvero una minuziosa riproduzione del quartiere parigino a circa 12 km dalla città, ma l’armistizio arrivò prima che fosse conclusa.
La terza istallazione, correggimi se sbaglio, sintetizza le altre due.
In un percorso ideale verso il futuro, l’installazione interattiva e immersiva di Alex Braga AUTOMATIC IMPERMANENCE, opera audiovisiva sull’impermanenza dell’esistenza, atomizza in nuvole di punti e smaterializza magicamente i visitatori e i loro movimenti trasformandoli in suoni e luce vibrante e trasportandoli in un viaggio metaforico dentro sé stessi, dentro la scintillazione che splende in ognuno di noi. Così il percorso verso la conoscenza di sé conduce ad un’illuminazione che è metaforica e reale ad un tempo. Luce impalpabile, suono inafferrabile, la figura muta ed evolve costantemente ed automaticamente verso forme futuribili, a simboleggiare l’energia variabile della nostra vita terrena sospesa fra visibile e invisibile. La smaterializzazione dinamica del visitatore si incontra e quasi si fonde con delle nuove parole luminose, dei neologismi, creati con l’AI e che richiamano i concetti chiave dell’opera e dell’intero progetto. Si incontrano, fra le altre, “sfavillìa” (cascata di scintille), “flaréscere” (esplodere in luce), “fulgenzia” (essenza fulgente), “brillàntula” (gemma che nasce), “fosfénia” (visione luminosa), “scintésia” (sintesi di scintille), “lumìvola” (nuvola luminosa”), ecc. Come in una magia, i visitatori dentro la dark room vengono smaterializzati, giocano muovendosi con la loro “figura di luce”, si atomizzano in nuvole di punti per poi dialogare piano piano con nuove parole, mai sentite prima ma molto evocative, come se ogni visitatore le abbia create grazie alla luce che ha emanato, alla sua energia interiore e ai suoi movimenti.
La luce siamo noi! - Proprio così.











