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Selezione articoli dal Corriere delle Alpi - Allerta cinghiali nei prati a Rivamonte: «Non avremo più fieno»

I danni causati dal transito di cinghiali

I cinghiali transitano per i prati e, letteralmente, li arano alla ricerca di tuberi. Protestano gli agricoltori: i danni ai terreni penalizzano l’allevamento

«Se non si affronta in maniera seria la questione, nel giro di pochi anni non potremo più sfalciare i prati e il bosco si avvicinerà sempre più alle case». Mentre l’attenzione generale è tutta posata sul lupo, la preoccupazione di Francesco Gnech e di Luca Fadigà, rispettivamente proprietario di un’azienda agricola e presidente della Cooperativa agricola Canòp di Rivamonte, è rivolta ai danni che i cinghiali creano sui prati che annualmente sono impegnati a tenere puliti. A Rivamonte (dove la quota dei passaggi si è alzata), ma anche nei paesi contermini (in particolare nelle frazioni a valle di Tiser lungo la provinciale della Valle del Mis).

«Sono una piaga», dicono senza girarci tanto intorno. Tanto più quasi al termine di una stagione che, a causa della siccità («Abbiamo il 30% di fieno in meno», dice Gnech) e degli aumenti del prezzo del gasolio, rischia di essere pesante sui conti delle aziende agricole di montagna.

Le immagini sono del resto eloquenti: i cinghiali transitano per i prati e, letteralmente, li arano alla ricerca di tuberi.

«Ormai», sottolineano Gnech e Fadigà, «sono anni che ci troviamo di fronte a questo problema. Ed è avvilente vedere che proviamo continuamente a intervenire, a tamponare, ma che alla fine è completamente inutile perché quando hai sistemato sostenendo spese non indifferenti, poi i cinghiali ripassano e tocca rifare tutto daccapo».

Rivamonte rappresenta un esempio virtuoso negli ultimi cinquant’anni. La stalla sociale, insieme a qualche altra piccola tenace attività privata, ha fermato l’avanzare del bosco (e anzi è riuscita a guadagnare qualche spazio), ma situazioni come quelle legate alle scorribande dei cinghiali fanno dubitare sul fatto che l’attività possa andare avanti ancora a lungo.

«Intanto», dice Fadigà, «c’è un problema legato alla salute delle mucche: se assieme al fieno raccogliamo anche la terra, gli animali muoiono in maniera velocissima, dalla sera alla mattina, a causa dei batteri contenuti nella terra. Questo per dire che dobbiamo stare attenti a dove raccogliamo il fieno».

«Per noi», continua Gnech, «diventa però un problema rinunciare a un pezzo di prato qua e a uno là in un quadro fondiario che è già frammentato di suo e in condizioni di pendenza – forse in pianura lo dimenticano – che non sono proprio semplici».

Quando gli agricoltori locali si accorgono dei danni provocati dai cinghiali devono muovere mezzi e uomini per cercare di ripristinare il terreno e provvedere a una nuova semina almeno fino a quando gli animali selvatici non torneranno ad arare.

«È vero», spiega Fadigà, «che a livello regionale c’è la possibilità di denunciare il danno e di chiedere dei contributi, ma un paio di anni fa come cooperativa abbiamo ottenuto un sesto di quello che avevamo chiesto: si capisce che diventa difficile anche solo pagare la semente».

La questione che Gnech e Fadigà vorrebbero far arrivare alle istituzioni è quella legata al ruolo che le aziende agricole hanno nei territori di montagna. «Noi», dice Gnech, «qui svolgiamo un servizio sociale: l’obiettivo principale che abbiamo è quello di tenere pulito il territorio, di far sì che il bosco rimanga lontano dall’abitato. Laddove i cinghiali scavano, finiscono dentro i semi degli aceri e in breve tempo crescono le piante».

«Se dovessimo guardare i costi che abbiamo», aggiunge Fadigà, «credo che ci converrebbe acquistare interamente il fieno altrove. La soddisfazione che abbiamo è però quella di vedere che, al termine del nostro lavoro, il paese è pulito e vivibile. Non solo: pensiamo che il ruolo che hanno le aziende agricole in montagna sia anche e soprattutto quello di contribuire alla tutela e alla sicurezza del territorio con un’opera di prevenzione. Se invece vediamo che il nostro obiettivo viene continuamente compromesso dalle incursioni dei cinghiali, la cosa non è facile da accettare».

Entrambi concordano sul fatto che è necessario un intervento concreto da parte della politica. «Non credo», dice Fadigà, «che la soluzione sia quella di sguinzagliare i cacciatori. Bisogna che il problema sia affrontato in maniera seria e profonda». «Gli enti preposti», aggiunge Gnech, «devono fare la loro parte. Altrimenti prima o poi dovremo chiudere le attività e il bosco avanzerà inesorabilmente».

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articolo di Gianni Santomaso

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