Eventi, avvenimenti, manifestazioni, mostre di arte a Belluno e provincia

Da SegnoOnLine - Ikemura. TransLucent: La forma della luce

Ikemura. TransLucent – La forma della luce

Le sculture in vetro di Ikemura entrano nelle sale storiche del museo accanto alle opere di Paolo Veneziano, Vittore Carpaccio, Tiziano e Giambattista Tiepolo, instaurando con la pittura veneziana un rapporto che non cerca la somiglianza, ma una forma più sottile di prossimità.

Le Gallerie dell’Accademia di Venezia ospitano la mostra di Leiko Ikemura, TransLucent – La forma della luce, a cura di Isabella Collavizza e della stessa artista, in programma fino al 22 novembre 2026 nell’ambito della Venice Glass Week. Le sculture in vetro di Ikemura entrano nelle sale storiche del museo accanto alle opere di Paolo Veneziano, Vittore Carpaccio, Tiziano e Giambattista Tiepolo, instaurando con la pittura veneziana un rapporto che non cerca la somiglianza, ma una forma più sottile di prossimità.
Non è infatti il consueto confronto fra antico e contemporaneo quello proposto dalla mostra. Le opere di Ikemura non commentano né reinterpretano direttamente i dipinti che le circondano, ma introducono all’interno delle sale una materia capace di assorbire ciò che trova intorno a sé: la luce, i colori, l’architettura e persino le immagini che si trovano alle loro spalle entrano nella percezione della scultura e ne modificano continuamente l’aspetto.

È proprio questa qualità a rendere il vetro particolarmente adatto alla ricerca dell’artista. La materia ha peso e consistenza, ma la sua trasparenza impedisce alla forma di apparire completamente chiusa; basta cambiare posizione perché una figura che sembrava compatta lasci intravedere lo spazio retrostante, perché un colore si intensifichi o si attenui, oppure perché un riflesso prenda temporaneamente il posto della superficie. La scultura rimane fisicamente la stessa, ma l’esperienza che ne facciamo cambia insieme alla luce e al nostro movimento.

Questa ambiguità appartiene profondamente anche al lavoro di Leiko Ikemura, nata in Giappone e formatasi artisticamente in Europa. Da decenni l’artista costruisce figure che sembrano sottrarsi a una definizione univoca: bambine e adolescenti, animali, creature ibride, volti e corpi attraversati da elementi vegetali appartengono a un universo nel quale umano e non umano possono incontrarsi e trasformarsi senza che una categoria prevalga definitivamente sull’altra.

La metamorfosi diventa così un principio costante della sua ricerca: un volto può trasformarsi in paesaggio, un animale può assumere una funzione protettiva, dalla testa di una creatura addormentata può nascere un albero. Anche il passaggio al vetro, intensificatosi durante gli anni della pandemia, va letto in questa continuità, perché porta nella materia una domanda già presente nel lavoro dell’artista: come dare consistenza a qualcosa che rimane fragile, mutevole e continuamente esposto alla trasformazione?

L’allestimento di Philipp von Matt accompagna questa ricerca senza imporre alle opere una scenografia autonoma, lasciandole invece misurarsi con le proporzioni delle sale, con gli assi prospettici e con gli interventi di Carlo Scarpa. Il visitatore diventa parte di questo sistema percettivo, perché nel vetro la distanza e il punto di osservazione modificano inevitabilmente ciò che appare, facendo emergere ora la figura, ora il fondo della sala, ora il riflesso dell’ambiente.

Nella Sala del Capitolo, questa relazione con il museo storico si concentra soprattutto sul tema dell’apparizione e della devozione. Usagi, il coniglio, richiama il manto protettivo della Madonna della Misericordia, ma trasferisce quella funzione dalla figura sacra all’animale, trasformando un attributo iconografico in una qualità più libera e contemporanea; in Ishi no kokoro, “cuore, spirito di pietra”, la materia assume invece una dimensione quasi arcaica, mentre Lamento affida alla forma una tensione emotiva che può entrare in consonanza con la pittura devozionale senza riprenderne direttamente il linguaggio.

Il rapporto con la tradizione veneziana nasce dunque dalla distanza più che dalla citazione, e proprio per questo risulta convincente: Ikemura non utilizza il passato come repertorio di immagini da aggiornare, ma lascia che alcune delle sue domande tornino a emergere attraverso forme completamente diverse, legate alla vulnerabilità, alla compassione, all’attesa e alla perdita.
Nella Sala dell’Albergo, il confronto con Tiziano introduce invece il tema della giovinezza e del passaggio. Nella Presentazione della Vergine al Tempio, la piccola Maria sale la monumentale scalinata del tempio e appare sospesa fra l’infanzia e ciò che il suo destino già annuncia; una condizione che trova una particolare risonanza nelle girls di Ikemura, presenti nella sua ricerca dagli anni Novanta e caratterizzate da un’identità ancora in formazione.

In Lying Luz, questa dimensione del passaggio viene quasi arrestata: il corpo disteso sostituisce alla verticalità e al movimento una condizione di sospensione, che ritorna nella serie Sleep. Le teste adagiate lateralmente sembrano attraversare uno stato intermedio fra sonno e coscienza e, in alcune opere, dalla testa emerge un piccolo albero, immagine che può essere letta come sogno, memoria, pensiero o crescita senza che nessuna di queste interpretazioni prevalga sulle altre.
È qui che il rapporto con il Sogno di Orsola di Vittore Carpaccio diventa particolarmente significativo. Anche nel dipinto il sonno è il momento in cui qualcosa si manifesta e il futuro entra nella vita della protagonista, ma mentre il sogno di Orsola possiede un contenuto profetico preciso, quello di Ikemura rimane volutamente ambiguo, affidando all’immagine la possibilità di aprirsi a significati diversi.

Attorno alle figure compaiono conigli, gatti, uccelli e creature difficili da classificare, come se la distinzione fra specie fosse continuamente attraversata dall’immaginazione. In Yellow Figure with Hummingbird, il piccolo colibrì sembra quasi appartenere organicamente alla figura, mentre in Self il busto, tradizionalmente legato alla memoria e alla conservazione dell’identità, perde la propria funzione celebrativa: il volto non serve più a fissare una persona una volta per tutte, ma diventa anch’esso una forma in trasformazione.

Al piano terra, accanto all’Esaltazione della Croce e Sant’Elena di Giambattista Tiepolo, il rapporto con la luce assume una qualità diversa. Se la pittura di Tiepolo tende verso l’alto, costruendo attraverso la luce un movimento ascensionale, Memento Mori di Ikemura rimane disteso, vicino alla gravità della terra; il titolo introduce il tema della morte, ma la scultura sembra suggerire più una trasformazione della materia che una riflessione morale sulla fine.

Nella corte interna delle Gallerie il rapporto con l’architettura diventa ancora più evidente. I busti in vetro dialogano con gli archi della facciata palladiana, ma rinunciano alla monumentalità tradizionalmente associata a questa forma: al posto di personaggi celebri compaiono esseri esili, presenze immaginarie e figure accompagnate da animali. Fra Palladio e Scarpa, fra la struttura storica dell’edificio e la sua rilettura moderna, le opere si inseriscono senza cercare di uniformare temporalità diverse.
Nella stessa corte è esposta Donna veneziana, realizzata appositamente per la mostra con la collaborazione di una fornace di Murano, dove il rapporto con Venezia diventa concreto anche sul piano della materia. Il sapere secolare della lavorazione del vetro incontra la ricerca di un’artista nata in Giappone e formatasi in Europa, e la tradizione non viene riprodotta come semplice omaggio, ma rimessa in movimento attraverso una nuova forma. È forse questo uno degli aspetti più riusciti di TransLucent: le opere antiche e quelle contemporanee non vengono costrette a somigliarsi, e proprio la loro distanza permette di osservarle diversamente. Il sonno di Carpaccio e quello di Ikemura, la giovane Maria di Tiziano e le girls, la luce di Tiepolo e quella che attraversa il vetro diventano così occasioni per mettere in relazione epoche diverse senza cancellarne le differenze.

La mostra è, in questo senso, soprattutto un’esperienza dello sguardo. Il vetro obbliga a rallentare e a cambiare posizione, perché la figura non si offre mai completamente da un unico punto di vista: la luce entra nel volume, la superficie restituisce l’ambiente e lo spazio circostante diventa parte della percezione dell’opera. Alle Gallerie dell’Accademia questa caratteristica assume un significato particolare, perché incontra una tradizione pittorica nella quale la luce ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione dei corpi, delle atmosfere e della profondità. Ikemura porta questa attenzione in un materiale diverso, nel quale la luce non viene semplicemente rappresentata, ma attraversa fisicamente la forma e ne modifica la presenza. È qui che il titolo TransLucent trova la sua misura più precisa: non una trasparenza assoluta, che farebbe scomparire la materia, ma una condizione intermedia in cui la luce passa attraverso il corpo senza cancellarlo. Il vetro diventa così il luogo in cui la ricerca di Ikemura sulla metamorfosi trova una materia capace di renderla visibile: una forma che cambia con lo spazio, con la luce e con lo sguardo, senza mai smettere del tutto di essere se stessa.

Posted by Efthalia Rentetzi
in Posted in Recensioni 

____________________________________________

Gallerie dell’Accademia di Venezia    Leiko Ikemura    IkemuraTransLucent – La forma della luce

Utilizzando questo sito web, acconsenti all'utilizzo di cookie cosa sono
menu
menu