Selezione articoli dal Corriere delle Alpi - Sossai dopo il trionfo ai David di Donatello: «Il mio cinema ruota intorno alle mie origini»
Il regista bellunese è ancora incredulo, il suo “Le città di pianura” ha ricevuto 8 statuette su 16 premi: «Come cambierà la mia vita? Forse sarà più facile pagare il mutuo. Sono contento per me, ma l’emozione vera è arrivata con i premi all’amico Candiago, a Cottignola e Romano»
Piera Detassis, presidente dell’Accademia del Cinema Italiano, sgrana gli occhi davanti a quella che definisce l’“invasione veneta”, quando sul palco di Cinecittà sale Francesco Sossai con tutta la sua squadra per ritirare il David di Donatello al miglior film, Le città di pianura. È il momento più emozionante di una serata memorabile per il Veneto e il Nord Est.
L’opera seconda del regista bellunese, infatti, conquista ben 8 statuette su 16 candidature: miglior film, regia, produzione, sceneggiatura originale (scritta insieme al pordenonese Adriano Candiago), attore protagonista (Sergio Romano), montaggio (Paolo Cottignola), casting (ancora Candiago) e canzone originale (Krano). Un traguardo impensabile per questo “road movie” alcolico che, dalla première di Cannes, ha lentamente conquistato il pubblico, imponendo all’attenzione del cinema italiano un autore con una chiara e personalissima visione.
Il vero vincitore della competizione è Francesco Sossai. Il giorno dopo il trionfo, il suo telefono è bollente.
Il trionfo di Sossai ai David: “Le città di pianura” conquista otto statuette (Marco Contino)
Quante chiamate ha ricevuto? > «Dalle 8 di mattina il cellulare non ha mai smesso di squillare».
E l’ultima ombra è, poi, riuscito a berla come aveva promesso dal palco? > «Macché. Usciti dal teatro i bar erano tutti chiusi: che tristezza!».
È più felice per i suoi premi o per quelli dei suoi colleghi? > «Ovviamente sono contento per me ma l’emozione vera è arrivata con il premio al mio amico Adriano Candiago dopo tanti anni di scrittura insieme. Poi quando Paolo Cottignola ha vinto il David per il montaggio mi è venuto proprio il magone … Mi ha insegnato tantissimo sul cinema e sulla vita. E anche Sergio Romano ha visto finalmente riconosciuti anni di impegno. Usa il cinema per scoprire qualcosa dentro sé stesso ed esplora le sue moltitudini. Arriva ad annientarsi e ritrovarsi all’interno dei ruoli: questo è lo spettro del grande attore».
Una dedica speciale l’ha riservata ad Alessandro Roja. > «Avevo deciso di mollare. Una domenica pomeriggio ho detto basta, da domani nuova vita. Fatalità, il giorno dopo gli ho fatto vedere il mio film “Altri cannibali” ed è rimasto molto colpito. Mi ha insegnato che non dovevo porre limiti alla mia ambizione: ha avuto ragione».
Ha usato alcuni stereotipi veneti per raccontare una ossessione. Cosa rappresenta, esattamente, la ricerca di questo ultimo goccio? > «Penso sia non voler lasciare andare il passato. I miei personaggi non vogliono abdicare a quel giorno in cui hanno vissuto intensamente: è la stessa indole del Veneto che ha paura di abbandonare ciò che è stato perché non capisce il presente e quindi non sa leggere il futuro. Per noi, in Veneto, è ancora ieri, mentalmente. Lo ieri del benessere. E sugli stereotipi penso che la commedia all’italiana si basi, su questi e sulle maschere. Io li ho semplicemente colti. Perché dentro lo stereotipo c’è sempre una parte di verità».
Cambierà la sua vita? > «Spero di no. Magari sarà più facile pagare le rate del muto. Per il resto, le mie idee di film ce le ho e ho bene in mente anche il modo in cui voglio realizzarle. Magari sarà più facile programmare senza dover aspettare ogni volta sei anni».
Si è sentito un marziano a Roma? > «Io sono un po’ alieno in generale ma, in fondo, ero in compagnia dei miei amici. Dall’altro lato mi sono avvertito come il rappresentante di un modo di fare cinema che ha delle difficoltà enormi. È un cinema che puoi chiamare indie o europeo, è il cinema della mia generazione».
Quanto è stato difficile realizzare Le città di pianura? > «È stata una fatica, però bella: forse in questo sono veneto, in questa accettazione divina del duro lavoro che non mi fa paura».
Dal Cinema Italia di Belluno hanno fatto il tifo fino a notte fonda. Cosa rappresentano per lei quei luoghi? > «Sono, tragicamente, tutto. Nel senso che il mio cinema ha sempre ruotato intorno a quell’origine e cerca ogni volta di indagarla prendendo una strada diversa. E questa zona muta, come in «Stalker» di Tarkovskij, è sempre un po’ diversa e affascinante».
Di cosa parlerà il suo prossimo film? > «È ancora troppo presto. Stiamo scrivendo. I miei 3 film sono completamente differenti l’uno dall’altro e così sarà anche il prossimo. Quando da piccolo guardavo Kubrick mi dicevo: che bello che ogni film sia diverso, che non si ripeta mai, ricominci da zero».
A proposito di Kubrick, è stato premiato da un certo Matthew Modine… > «Quando l’ho visto sul palco sono andato in tilt. Poi, dietro le quinte, gli ho recitato un po’ del monologo di «Full Metal Jacket» che so a memoria perché è il mio finale preferito al cinema. Lui mi fatto mille complimenti, è stato gentilissimo e abbiamo parlato di Kubrick».
Sa che “Le città di pianura” sarà di nuovo in sala nel week end? > «L’ho saputo poco fa. Sono felicissimo di questa seconda vita e molto curioso di vedere che pubblico ci sarà».
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articolo di Marco Contino











