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TIZIANO - “LA MADONNA BARBARIGO DELL’ERMITAGE” - all'apertura del nuovo Museo Civico di Belluno

Tiziano

Dopo un restauro durato due anni, che ha rivelato le straordinarie qualità cromatiche e di stesura del dipinto, il capolavoro di Tiziano giunge dell'Ermitage a Belluno.

Non poteva mancare il grande Tiziano, il figlio più illustre del Cadore, ai festeggiamenti per l’apertura del Museo Civico di Belluno nella nuova sede di Palazzo Fulcis, edificio settecentesco oggetto di un imponente restauro conservativo che ha rivelato decori e ambienti di grande fascino, ove verranno esposte oltre 600 opere delle collezioni bellunesi.
Tiziano sarà dunque l’ospite d’onore con una mostra inaugurale, curata da Irina Artemieva e Denis Ton, che è anche un grande omaggio alla città da parte di uno dei musei internazionali più prestigiosi. “Tiziano. La Madonna Barbarigo dell’Ermitage”, promossa dal Comune di Belluno grazie alla disponibilità straordinaria del Museo Statale Ermitage, al sostegno fondamentale della Fondazione Cariverona e alla collaborazione di Ermitage Italia, porterà a Belluno dal 27 gennaio al 1 maggio del 2017
l’illustre e bellissima tela conservata a San Pietroburgo dal 1850. L’opera, mai esposta prima d’ora in Italia, viene presentata all’indomani di un lungo restauro  che ha consentito approfondite analisi tecniche e ne ha rivelato cromatismi e qualità eccezionali. La Madonna con il Bambino e Maria Maddalena, detta Barbarigo perché entrata a far parte della famosa collezione nobiliare veneziana dopo la morte dell’artista, torna dunque nel nostro Paese, e proprio nella patria di Tiziano, dopo oltre 160 anni di assenza, confermando il suo ruolo di prototipo di un soggetto che ebbe una fortuna considerevole. Ed è forse questa la ragione per cui Tiziano non volle mai separarsi da tale dipinto, che conservò fino alla fine dei suoi giorni nello casa-studio di calle dei Biri, descritto da Ridolfi come rappresentante “la Vergine col Bambino al seno e la Maddalena che le porge il vaso d’alabastro”.
Pur essendo tra le opere meno studiate del corpus tizianesco, il prototipo della Madonna Barbarigo è, tra i modelli devozionali elaborati dal Maestro, uno dei più fortunati, replicati e copiati, con riprese che senz’altro travalicarono l’orizzonte del XVI secolo. Ecco perché nell’occasione si è voluto confrontare per la prima volta il capolavoro dell’Ermitage con un’altra importante versione autografa del soggetto proveniente dal Museo di Belle Arti di Budapest, “La Madonna con il Bambino e San Paolo”, e con una delle più significative repliche di bottega “La Madonna con il Bambino e santa Caterina” dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, a lungo attribuita anch’essa alla mano del Maestro ed esposta nel cuore del museo fiorentino, la Tribuna del Buontalenti. IL DIPINTO, LA STORIA
Nel 1850 è lo zar Nicola I ad accaparrarsi la celebre collezione di quadri di Domenico e Alvise Barbarigo a San Polo, proveniente da palazzo Barbarigo della Terrazza a Venezia. Una collezione divenuta famosissima soprattutto grazie a un nucleo impressionante d’opera di Tiziano. Gli scritti di Ridolfi e di Boschini sulla collezione, che sottolineavano in particolare le opere del pittore bellunese, contribuirono a fare di palazzo Barbarigo dalla Terrazza, nel Settecento, uno dei luoghi di maggiore attrazione a Venezia, che appassionati e nobili viaggiatori si sentivano in dovere di visitare:
l’abate Cochin, famosissimo esperto e incisore francese, scrisse in proposito che la galleria veniva chiamata “scuola di Tiziano”. I quadri più pregevoli del Maestro allestivano le sale da parata lungo il perimetro della terrazzo e, tra questi, quattro erano di soggetto religioso: «Magdalena famosis nel deserto», «Cristo portacroce con Simone Cireneo», «San Sebastiano in piedi» e appunto la «Madonna col Bambino e Maria Maddalena». Secondo l’opinione affermatasi nella storiografia veneziana di quel tempo, questi quadri erano entrati a far parte della galleria in circostanze del tutto particolari. Nel 1581 il patrizio veneziano Cristoforo Barbarigo aveva infatti acquistato da Pomponio Vecellio, figlio minore di Tiziano, defunto nel 1576, la casa del Maestro cadorino in Calle dei Biri nel Sestriere di Cannaregio, con tutto quanto conteneva, compresi i quadri, che si trovavano sia nell’abitazione che nello studio.
I documenti relativi all’acquisto della casa in Calle dei Biri furono scoperti e pubblicati nel 1833 da Giuseppe Cadorin e ciò rafforzò ulteriormente la già salda convinzione dell’eccezionalità della provenienza dei lavori di Tiziano della galleria Barbarigo: nella monografia di Crowe e Cavalcaselle, uscita nel 1877, la storia dei dipinti viene presentata come un fatto inconfutabile. Tra i tanti visitatori che avevano ammirato la collezione Barbarigo non mancarono personalità russe e tra queste nel 1782 anche i conti “Severnye” (“del Nord”) in visita a Venezia: l’erede al trono il Granduca Pavel Petrovi? e la consorte Maria Fëdorovna. Anch’essi, passando da un festeggiamento all’altro, non tralasciarono di vedere i quadri di Tiziano. Scrive Irina Artemieva nel sua saggio, nel catalogo della mostra: “É possibile che Maria Fëdorovna abbia raccontato ai figli di questa visita e i ricordi si siano conservati nella memoria di Nicola I, ma è ancora più probabile che la decisione di acquistare la galleria Barbarigo sia stata influenzata dalle vive impressioni che il figlio maggiore dell’imperatore, Aleksandr Nikolaevi?, aveva ricevuto dal viaggio in Europa compiuto negli anni 1838-1839 in compagnia del suo educatore, il famoso poeta Vasilij Zhukovskij”.
Tra le mete preferite: Venezia; e nei suoi diari i commenti alle opere tizianesche. Certo è che quando fu nota la decisione della famiglia Barbarigo di vendere la collezione, preannunciata dalla pubblicazione del suo catalogo, il console generale dell’Impero Russo a Venezia, conte Aleksandr Chvostov - il 23 febbraio 1850 - si rivolse al ministro di corte con la proposta di: “approfittare della felice possibilità che si offre e che potrebbe non ripetersi”. Una volta giunta all’Ermitage l’opera, insieme alle altre, venne ridipinta con pesanti vernici giallastre che ne hanno condizionato la lettura nei primi studi dedicati, limitando il giudizio sulla sua qualità.
Nonostante ciò, gli studiosi più recenti - Rodolfo Pallucchini, Harold Wethey, Tatiana Fomichova, Wilhelm Suida, Vilmos Tàtrai, per citarne alcuni - hanno considerato il dipinto capostipite di tutta una serie di varianti autografe e copie di bottega, conservate oggi nei musei di tutto il mondo e in varie collezioni private. L’opera si situa intorno agli anni ‘50 del Cinquecento, quando oramai Tiziano sperimenta una pittura di tocco estremamente libera, poco interessata alla definizione grafica dell’immagine e assai più rivolta a una stesura preziosa e cromaticamente molto sofisticata, fatta di strati sovrapposti di stesure differenti; ma è il recentissimo restauro condotto dal Museo Statale Ermitage, durato due anni e ultimato nel 2016, a rivelare l’assoluto capolavoro realizzato da Tiziano.

IL RESTAURO
Realizzato da Serghej Kisseliov, uno dei più noti specialisti dell’Ermitage,
l’intervento di restauro ha dato esiti assolutamente eccezionali restituendo l’originaria brillantezza cromatica e dettagli imprevedibili, come lo straordinario manto blu oltremare naturale che copre il capo della Vergine e che poteva essere trattato solo da un Maestro con grandi abilità tecniche.  Nessuno si sarebbe atteso colori così intensi e tale bellezza di particolari: il volto della Madonna di tenerissima carnagione rosea, sottolineata dall’ombra celestina del suo velo, il velo stesso, il passaggio dall’ombra alla luce sullo sfondo della Madonna, che conferisce profondità.
A testimonianza dell’attenzione portata alla stesura pittorica, si segnala egualmente che l’autore ha impiegato tre diversi tipi di pigmenti blu per il manto. Le indagini a infrarosso e ai raggi X hanno confermato che ci sono stati pentimenti e varianti soprattutto nella posizione della Maddalena. Come altre opere del periodo maturo di Tiziano, l’opera è caratterizzata da un fondo realizzato attraverso una mistura di pigmento terroso e ferroso (ocra) con biacca legati insieme dall’olio; l’imprimitura è assente, gli strati di colore sono stati applicati direttamente sul fondo e legati insieme con olio di semi di lino. Insomma un capolavoro che viene restituito alla nostra meraviglia, al nostro godimento e che ha scelto Belluno, la patria natale di Tiziano, per mostrarsi nella sua riconquistata bellezza, per la prima volta al pubblico fuori dai confini russi.
Un omaggio a Tiziano, un omaggio alla sua terra.

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