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Da SegnoOnLine - Il paesaggio veneziano si insinua dentro la Biennale, il “Fuori Biennale” modifica lo scenario lagunare

Il paesaggio veneziano si insinua dentro la Biennale

Venezia non è mai stata un ambiente neutro.

Nel complesso dialogo tra la città e la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, la laguna smette di essere cornice per farsi materia, suono e ferita. In questo articolo si esplora la trama di una Biennale che, sotto l’egida delle «tonalità minori», sceglie di abitare il paesaggio invece di occuparlo. Attraverso un percorso che si snoda tra i padiglioni istituzionali, le provocazioni architettoniche del Canal Grande e le installazioni diffuse del Fuori Biennale, emerge la ritmica di una città capace di farsi galleria a cielo aperto e, al contempo, di infiltrare la propria luce salmastra fin dentro la fibra delle opere esposte. Un viaggio tra segni minimi e geografie sommerse, dove l’arte rinegozia costantemente il proprio confine con il fascino e la fragilità della materia veneziana.

Il paesaggio veneziano, con le sue rifrazioni acquatiche e le stratificazioni storiche, cessa di essere una semplice cornice per farsi sostanza stessa della 61esima Esposizione internazionale d’Arte. Sotto il titolo In Minor Keys, la Biennale 2026 stabilisce un legame osmotico con la città, dove la città di Venezia penetra negli spazi espositivi, mentre altre opere d’arte si spingono oltre i confini istituzionali per occupare lo scenario lagunare, le piazze, i giardini, i canali. Questa edizione si propone come un organismo policentrico che respira all’unisono con le maree, annullando la distanza tra il contenitore architettonico e l’ambiente naturale. La scelta progettuale di muoversi su tonalità minori invita a una fruizione meno muscolare e più incline all’ascolto: in questa riflessione vanno ricercati i segni minimi, quei dettagli quasi impercettibili dove il paesaggio si fonde con l’artificio. La presenza di Venezia all’interno della mostra non è un dato meramente geografico, ma un’infiltrazione continua di luce salmastra e umidità che altera la percezione delle superfici.

Negli spazi dell’Arsenale e dei Giardini, l’ambiente lagunare agisce come materia prima per la creazione. Il Padiglione Venezia, curato da Giovanna Zabotti, si interroga esplicitamente sulla natura dell’ecosistema locale attraverso un percorso che attraversa la città sommersa, domestica, mitologica e collettiva. Il progetto Note persistenti invita a sintonizzarsi con le frequenze più profonde di Venezia, esplorando ciò che rimane oltre lo spettacolo: dalle sculture di Alberto Scodro, che evocano le sedimentazioni invisibili sotto il pelo dell’acqua, all’installazione immersiva di Dardust e Paolo Fantin, dove la città stessa si fa compositore vivente attraverso l’intelligenza artificiale. Fino alla mappa affettiva tracciata da Ilya ed Emilia Kabakov con il loro «Diario veneziano», l’esposizione trasforma il padiglione in un campo di risonanza dove l’arte diventa esperienza condivisa e racconto corale.

In questo dialogo serrato con la città, il Padiglione dell’Austria si distingue per un intervento radicale che estremizza il rapporto tra la laguna e l’artificio. Il progetto Seaworld Venice di Florentina Holzinger trasforma lo spazio espositivo in un ibrido perturbante tra un parco a tema acquatico, un santuario sacro e un impianto di trattamento dei rifiuti. L’opera di Holzinger agisce come una provocazione sonora e visiva sulle tonalità minori, dove l’elemento liquido di Venezia non è più solo contemplazione estetica, ma diventa materia di rito. La presenza di corpi in nudo integrale, che abitano l’installazione come presenze ancestrali o reperti biologici, spoglia la narrazione veneziana da ogni sovrastruttura ornamentale, interrogando la fragilità della carne e il destino ambientale della città in un’epoca di saturazione.

Questa ricerca di tracce sottili trova un’estensione significativa ai Giardini nel progetto Los restos dell’artista catalano Oriol Vilanova, curato da Carles Guerra. Il padiglione della Spagna si trasforma in un immenso archivio della memoria collettiva e del consumo turistico, esponendo migliaia di cartoline raccolte con meticolosa pazienza. In questa distesa di reperti visivi, le cartoline stesse si offrono come autentiche tonalità minori: sono frammenti minimi, atomi di un paesaggio parcellizzato che ha alimentato l’immaginario globale per decenni. Tra infinite vedute stereotipate, i «minor keys» veneziani emergono attraverso queste minuscole porzioni di carta – variazioni cromatiche dei mattoni, scorci di canali meno battuti, ombre proiettate su calli silenziose – che si fondono in un’opera corale dove il particolare si perde nell’universale. L’indagine di Vilanova su ciò che resta della percezione di un luogo dialoga perfettamente con l’idea di una città che lotta per non ridursi a simulacro di se stessa.

Un’ulteriore risonanza di questi segni veneziani si rintraccia nel Padiglione della Repubblica di San Marino, che ospita le opere di Mark Francis nel suo Sea of Sound. In questo contesto, il raffinato astrattismo sembra assorbire e restituire l’essenza cromatica e luminosa della laguna. Le campiture di colore tipiche di Francis, cariche di una trasparenza quasi vitrea, richiamano la fluidità dell’acqua e i riflessi che la luce veneziana proietta sulle facciate dei palazzi. Le zone bianche delle sue tele non sono vuoti, ma silenzi carichi di attesa, simili alla nebbia che avvolge i canali nei mattini d’inverno, mentre le esplosioni di pigmento agiscono come i segni minimi di una Venezia che si frammenta e si ricompone continuamente tra lo spazio della superficie e l’ambiente circostante.

Alla riflessione sul paesaggio che si fa pittura concettuale si pone la tela di Jenny Saville Byzantium (2018) ospitata alla Ca’ Pesaro. Si tratta forse della sua opera più veneziana, capace di instaurare un dialogo diretto con la tradizione cromatica e compositiva della città lagunare. Saville evoca il fondo oro tipico della pittura veneziana, combinandolo con la solennità della Madonna in trono. Tuttavia, l’artista reinterpreta questa sacralità attraverso colature di pittura dorata che lasciano intravedere il pigmento color ruggine sottostante, quasi a suggerire la materia pulsante e decadente che sostiene la gloria di Venezia. In questa sintesi tra reminiscenze classiche, maestri rinascimentali e tecniche espressioniste, Saville celebra il vero valore della pittura, portando all’interno della sua opera il dolore e la violenza delle immagini contemporanee, proprio come la città assorbe e stratifica secoli di storia e di trasformazioni.

Nel Padiglione centrale questa sintonizzazione sulle frequenze più basse trova una risonanza profonda nell’opera di Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak. La loro installazione si inserisce nel vocabolario delle «Are», dove l’arte non è mero oggetto ma forza generativa che celebra la presenza nell’assenza. Il legame tra Venezia e il lavoro di Campos-Pons si stringe attorno al concetto di soglia e di resilienza delle memorie sommerse. Come la città lagunare, che vive in un equilibrio precario tra terra e acqua, l’opera dell’artista cubana abita una dimensione di passaggio, evocando l’idea di un archivio fluido che protegge e tramanda identità stratificate. La fluidità della laguna rispecchia la fluidità della diaspora e del ricordo che l’artista mette in scena: entrambe sono entità che resistono all’erosione del tempo attraverso una costante e silenziosa negoziazione con gli elementi. Il dialogo tra la materia e il suono, curato insieme a Malak, agisce come una processione che invita a smarrire la dimensione del tempo accelerato per ritrovare una riconnessione radicale con l’habitat e l’affettivo.

Se la città entra sommessamente nei padiglioni, la Biennale a sua volta modifica e risemantizza il volto di Venezia, imponendo una geografia artistica che sovrascrive quella storica. Il Canal Grande, in questo processo, si trasforma in una specie di lussuosa vetrina per l’arte, un palcoscenico acquatico dove le facciate dei palazzi nobiliari diventano quinte per installazioni monumentali. In questa prospettiva, la via d’acqua principale della città può essere letta come una straordinaria Strada Novissima, richiamando quella celebre operazione che Paolo Portoghesi realizzò per la prima edizione della Biennale Architettura. Se nel 1980 la Strada Novissima alle Corderie celebrava la fine del modernismo attraverso la finzione della facciata, oggi il Canal Grande espone le tracce di un post moderno mai del tutto sopito, dove il citazionismo e l’ibridazione tra stili si riflettono sulle onde, agendo come nuovi frontespizi di una città che accetta di farsi galleria a cielo aperto.

L’intervento di JR sulla facciata di Ca’ da Mosto incarna perfettamente questa visione, trasformando uno dei palazzi più antichi della città in un dispositivo ottico che ne altera la percezione architettonica. Attraverso la sua tecnica di trompe-l’œil fotografico in bianco e nero, l’artista francese sembra squarciare la pietra per rivelare un’umanità in movimento, creando una tensione dinamica tra la staticità del monumento e la vitalità delle figure ritratte. Questo grande collage urbano non solo occupa il paesaggio, ma ne ridefinisce i confini visivi, rinegoziando continuamente l’immagine urbana tra memoria e contemporaneità.

In questo scenario, sta prendendo sempre più piede il fenomeno del Fuori Biennale, una galassia di iniziative indipendenti che scelgono di abitare luoghi non convenzionali, sottraendosi alla ritualità dei percorsi istituzionali. Ne è un esempio emblematico Marea, l’installazione di Melissa McGill che coinvolge Corte Nova, nel sestiere di Castello. A pochi passi dai Giardini, circa sessanta lenzuola dipinte a mano fluttuano sui tradizionali fili della biancheria, creando l’effetto di un’onda marina che attraversa le architetture domestiche. Realizzata in collaborazione con i residenti, l’opera celebra la vita autentica della comunità locale e propone una riflessione profonda sulle maree: non solo quelle fisiche legate all’acqua alta, ma anche quelle umane generate dal flusso turistico. Qui, l’arte si fa segno minimo, mimetizzandosi nei riti quotidiani.

Altre esposizioni si insinuano in antichi magazzini e cortili nascosti, trasformando l’intera città in un cantiere creativo diffuso che altera la percezione del quotidiano. È un’invasione pacifica che permette all’arte di misurarsi con il ritmo autentico di Venezia, costringendo il visitatore a rinegoziare il proprio rapporto con lo spazio pubblico. Se all’interno dei palazzi storici le opere sembrano assorbire l’inquietudine atmosferica della laguna, all’esterno le installazioni agiscono come nuovi punti cardinali. Il paesaggio veneziano non si rivela mai statico, ma emerge come un archivio vivo che le opere d’arte contribuiscono a risvegliare, modificandone temporaneamente i connotati. La città, con la sua forza gravitazionale, impone una riflessione necessaria sulla fragilità e sulla persistenza della visione, ricordando che la Biennale non è un evento che occupa lo spazio, ma un’energia che attraversa e trasforma la materia stessa di Venezia.

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Posted by Enzo Battarra                      in Posted in Recensioni​​​​​​​

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