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Da SegnoOnLine - Regimi temporali e collasso del soggetto. Su Lorna Simpson a Venezia

Lorna Simpson, Painting, 2025. Courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Lorna Simpson, Tried by Fire (detail), 2017. Courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

A Punta della Dogana, a Venezia fino al 22 novembre 2026, la personale di Lorna Simpson Third Person

Il corpus di Lorna Simpson chiede qualcosa di più arduo: di essere abitato senza bussola. La griglia analitica che ha strutturato la sua ricezione internazionale — identità, razza, genere, memoria, rappresentazione — ha assolto uno scopo fondante preciso. Oggi opera come dispositivo di stabilizzazione retrospettiva: riduce a tema ciò che è un mutamento del regime dell’immagine, riconduce a contenuto ciò che è una crisi delle architetture diacroniche interne alla forma.

Le opere presentate nelle aree di Punta della Dogana impongono di ricominciare da questo stadio.
L’ingresso nella sala longitudinale origina uno spaesamento percettivo inscritto nell’allestimento. L’asse visivo è dislocato: nessun centro su cui dirigere lo sguardo, nessuna graduatoria che distribuisca importanza. Il luogo richiede una lettura laterale e continua, esente da climax e punto d’arrivo.
Su una parete si espande la serie Ice del 2019: immagini tratte da raccolte fotografiche di spedizioni polari. Il panorama è rigorosamente sottratto alla funzione narrativa. Il fatto decisivo, però, è che la messa in scena spaziale — prima ancora di essere connotata, prima ancora di evolvere in simbolo, paesaggio dell’estremo, metafora della sopravvivenza o del sublime — implode in se stessa. Il bianco è l’inerzia attiva di un’estensione che rifiuta di cristallizzarsi in immagine. C’è qualcosa di drammatico in questo respingimento, qualcosa che assomiglia a una ribellione — contro la definizione, contro l’iconografia, contro la dinamica che trasforma la materia in segno distinguibile. La serialità genera iterazione di questa resistenza. Ogni immagine ripropone da capo il medesimo atto. È un archivio che si sottrae.
Sulla superficie verticale opposta si trova un ritratto su tela frontale del 2024. La frontalità intensifica l’instabilità. Il volto non fissa un soggetto riconoscibile: si comporta come soglia sensoriale in cui corpo, piano pittorico e apparato denotativo si integrano ben lungi dal risolversi. Il dipinto affiora e si dissolve in parallelo. È qui che si crea il turbamento — quando la fisionomia non si presta alla registrazione, quando la figura non accetta di diventare immagine duratura, lo scrutinio abbandona il suo appiglio ordinario. Rimane l’esperienza diretta di un elemento che stava per formarsi e non si è formato.
Tra Ice e il profilo non si promuove alcuna relazione raccontativa. Il meccanismo espositivo conferisce interferenza: due ordinamenti spettatoriali incompatibili permangono carenti di sintesi. Il disagio perdura sospeso tra le due murature.

La seconda sala, più compressa, isola il quadro come unità singolare. La riduzione della sfera lo espone ulteriormente: il soggetto emerge come evento osservativo privo di consolidamento, presenza che non si sedimenta. Il passaggio tra le due sale è una cesura astratta — separazione tra logiche dell’apparire che non comunicano.

Ciò che si modella, nell’insieme, è una dimensione cronologica che Gilles Deleuze avrebbe forse chiamato decristallizzata: ogni manifestazione attraversa la fase e ogni fase si esaurisce prima di produrre sviluppo. Come ha mostrato Huey Copeland nella sua analisi delle condizioni materiali della visibilità nera, la posta in gioco concerne ciò che può comparire e ciò che si mantiene ai margini dell’apprezzamento — la matrice del campo ottico come campo di potere. Tina Campt ha descritto l’immagine come modulazione di forze più che trasmissione epistemica. Un complesso attuativo.

Simpson lavora entro i confini di questa consapevolezza con una coerenza che percorre trent’anni di produzione. Fotografia concettuale, pittura, collage, installazione coesistono come circostanze eterogenee di un sistema simultaneo. Le forme si conservano concrete su livelli orizzontali, in una temporalità plurale e non sincronizzabile.
Questo è il momento in cui la critica corrente si arresta. Le categorie di fruizione e di identificazione — quelle che hanno garantito l’emersione globale di Simpson — rimangono legate a una concezione lineare del tempo: prima l’invisibilità, poi la validazione; prima la marginalizzazione, poi la legittimazione. Le immagini sono eccedenti e sovrapposte. L’accesso è già dato. Il problema riguarda l’esito residuo dopo la saturazione della visione — frizioni prive di gerarchia, in cui l’accumulo non determina chiarezza.
Il soggetto, in questo assetto, coincide con un ruolo temporale precario. Quando il tempo perde sequenza, il soggetto si dissolve convertendosi in traccia intermittente di cicli che non lo presuppongono.
È questo lo status che l’impalcatura di Simpson istituisce come esecutivo nell’immagine contemporanea: il collasso del soggetto in senso processuale. Simpson parte dalla raffigurazione e la lascia cedere, sistematicamente, fino alla disgregazione. Ice lo esibisce nel modo più nudo. L’effigie lo ripete sul sembiante. La pratica intera funge come movimento che precede la costruzione.
Resta da capire cosa significhi pensare — e vedere — dentro questo ambito. Simpson non offre risposta. Offre la struttura della domanda.

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Posted by Margherita Artoni
in Posted in Recensioni

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