Feltre, il tetto della basilica sarà pronto per l’attesa festa di San Vetoret
Il santuario di Vittore e Corona sottoposto alla ristrutturazione per evitare infiltrazioni di acqua. Un grosso contributo è arrivato dai fondi dell’8 per mille
FELTRE. La Festa di San Vetoret, che cade domenica 18 settembre, sarà l’occasione propizia per festeggiare la conclusione dei lavori di riparazione del tetto della basilica di San Vittore e Corona. Ad annunciarlo è il rettore don Sergio Dalla Rosa: «Dopo l’asfaltatura della strada di accesso al Santuario attuata dal Comune con ottimi risultati, è in dirittura d’arrivo il restauro e in parte il rifacimento del tetto della basilica».
Da due anni la copertura era fonte di preoccupazione per le infiltrazioni d'acqua che rischiavano di compromettere la tenuta dell'edificio: «Si tratta di un’opera urgente, in quanto due anni fa si erano rilevate delle infiltrazioni d’acqua pericolose», conferma don Sergio Dalla Rosa. «L’impresa Setgar di Arsié si è impegnata a concludere i lavori entro metà settembre e sarà di parola». Per questo si erano cercati contributi un po’ ovunque. «Hanno risposto soprattutto, ma non solo, i vescovi italiani dando un grosso contributo dai fondi dell’8 per mille», racconta Dalla Rosa. «Anche altri enti e privati hanno fatto la loro parte con offerte diverse, in particolare l’associazione Santi martiri Vittore e Corona, che ha offerto duemila euro». In particolare, da parte della Conferenza episcopale italiana sono arrivati poco più di 86 mila 500 euro, che si sono aggiunti al contributo assicurato dalla Regione di 35 mila euro. Il tetto della navata è ormai completato, tanto che si sono smontate le relative armature. Gli ultimi lavori in corso riguardano il tetto della sacrestia, da rifare completamente (travatura, tavolato, isolamento, coppi e grondaie). «Questo perché nell’Ottocento l’architetto Giuseppe Segusini, probabilmente aveva dovuto risparmiare facendo un tetto con coppi a vista poggiati su listelli, come nelle case private della gente povera e non mettendo neanche le grondaie», osserva don Sergio Dalla Rosa.











