Selezione articoli dal Corriere delle Alpi - Case di riposo, l’allarme dei sindaci della Valbelluna: «Così molte strutture chiuderanno»
Stefano Cesa, Christian Roldo e Michele Talo chiedono aiuto alla Regione: «Se non si porta l’impegnativa sanitaria da 52 a 68 euro e non ci arrivano i soldi della monetizzazione dei canoni idrici, l’attuale sistema non reggerà»
«Ènecessario dirlo con chiarezza: il sistema, nelle condizioni attuali, non è più sostenibile nel medio periodo. Alcune strutture sono già in forte difficoltà e, senza interventi correttivi, il rischio è che entro la fine dell'anno la situazione diventi critica per un numero sempre maggiore di centri servizi».
L’allarme
È forte l’appello ma anche l’allarme che si alza dai sindaci dei comuni dell’Unione montana Valbelluna (Stefano Cesa, Michele Talo e Christian Roldo) che gestiscono le case di riposo, che chiedono, considerando le spese che devono sostenere per aiutare sia i loro cittadini nel pagamento delle rette sia i bilanci delle stesse strutture, un intervento della Regione.
Il rischio è duplice: da un lato la possibile chiusura delle case di riposo impossibilitate a sostenere con le sole rette la gestione, dall’altro l’ulteriore aumento delle rette cosa che si ritorcerebbe comunque contro i centri servizi perché sarebbero sempre meno gli ospiti in grado di sostenere un carico economico così elevato.
E allora i primi cittadini insorgono: «Tutto ciò non può gravare solo sui Comuni, e in particolare sui Comuni che sono impegnati direttamente nella rete delle Rsa».
Le richieste dei sindaci
Ed è per questo che chiedono alla Regione «almeno due interventi. Il primo, e più importante, è l’adeguamento del valore nominale delle impegnative di residenzialità, che deve recuperare almeno in parte il divario accumulato negli ultimi quindici anni. Il secondo riguarda la monetizzazione dei canoni idrici (L.R. 27/2020). Come già previsto dalle deliberazioni della Giunta regionale per le competenze 2021-2024, è necessario rendere immediatamente disponibile alle Rsa l'80% di queste risorse».
Il quadro
Oggi, in media, il 40% dei ricavi di una casa di riposo deriva dal contributo regionale, mentre il restante 60% è costituito dalle rette alberghiere pagate dagli ospiti. «Non esistono, nell'ordinaria gestione, altre significative fonti di ricavo. Ad oggi i bilanci sono in equilibrio solo grazie all’intervento degli enti comunali che, integrando quando necessario le tariffe alberghiere, hanno temporaneamente limitato il ricorso ad adeguamenti tariffari maggiori di quelli che già gravano sulle famiglie degli ospiti anziani dei centri servizi».
L’adeguamento Istat
Ed è proprio sul contributo regionale che gli amministratori chiedono di aprire una «riflessione seria». «L'ultimo adeguamento Istat del valore nominale delle impegnative di residenzialità risale al 2010. «Prima di allora l'importo veniva aggiornato con regolarità; successivamente, invece, il valore è rimasto sostanzialmente fermo. Se si considera l'inflazione cumulata, il mancato adeguamento corrisponde oggi a circa il 32%. Il valore attuale dell'impegnativa di residenzialità riconosciuta dalla Regione del Veneto è di 52 euro al giorno. Se fosse stato adeguato all'inflazione maturata dal 2010, dovrebbe oggi essere di circa 68 euro al giorno. La differenza è di circa 16 euro al giorno per ogni impegnativa. È un divario enorme, soprattutto se moltiplicato per migliaia di giornate di assistenza ogni anno», evidenziano i sindaci.
I costi di gestione lievitano
Dal 2010 i costi di gestione sono progressivamente cresciuti. Negli ultimi cinque anni, in particolare, le strutture hanno dovuto affrontare lo shoc inflattivo del 2022, divenuto ormai strutturale, la crisi energetica e, soprattutto, il recente e doveroso rinnovo dei contratti di lavoro degli operatori dei servizi socio-sanitari.
«Nel frattempo, i Comuni hanno cercato, per quanto possibile, di compensare almeno in parte questa situazione attraverso gli aumenti delle rette. Ma lo hanno fatto con grande attenzione, cercando di mantenere gli incrementi al di sotto dell'andamento dell'inflazione, proprio per non scaricare integralmente sulle famiglie il peso dell'aumento dei costi».
Senza Rsa, ospedali intasati
Gli amministratori locali quindi ribadiscono come il tema sia «la sostenibilità strutturale del sistema, anche tenendo conto delle specificità montane di tutta la provincia di Belluno. Da noi si devono sostenere importanti extra costi, fissi e di sistema, che non gravano invece nelle altre province venete. La provincia di Belluno non può essere considerata alla stregua degli altri territori veneti. L'indice di vecchiaia è pari a circa 255,2, contro una media regionale di 195,1. La densità abitativa è di appena 55 abitanti per chilometro quadrato, a fronte dei circa 266 della media veneta. A questo si aggiungono la particolare conformazione orografica, la dispersione territoriale dei Comuni e le difficoltà legate alla gestione dei servizi in un territorio montano. Ed è chiaro a tutti che l’unica alternativa alla rete delle Rsa è ingolfare i reparti ospedalieri con anziani lungodegenti e gli ospedali di comunità, con conseguenti disagi ed anche sovraccosti per la spesa sanitaria».
Non chiediamo privilegi
«La richiesta non è quella di ottenere privilegi, ma il riconoscimento di una condizione oggettivamente diversa e che le risorse pubbliche siano utilizzate anche per garantire la sostenibilità di servizi. È finito il tempo delle ciacole, servono scelte strutturali: adeguamento delle impegnative, riconoscimento della specificità della montagna e utilizzo delle risorse della monetizzazione dei canoni idrici per sostenere concretamente i servizi essenziali del territorio».
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articolo di Paola Dall’anese











