Eventi, avvenimenti, manifestazioni, mostre di arte a Belluno e provincia

Da SegnoOnLine - Con te con tutto

Cecilia-Canziani

La conversazione con Cecilia Canziani affronta il museo come luogo di ricerca e il rapporto tra tempo, pratica curatoriale e costruzione della conoscenza, partendo dal progetto Con te con tutto realizzato per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026.

Con te con tutto nasce da una collaborazione decennale con Chiara Camoni, fondata su un percorso di ricerca condiviso nel tempo. Cosa cambia quando un padiglione nazionale nasce da una relazione così lunga e cosa rivela questo metodo del suo modo di intendere la curatela?
Credo che riporti la parola relazione al centro dell’istituzione, a partire dal sodalizio e dalla fiducia che lega me e Chiara, moltiplicandola attraverso il coinvolgimento di tutte le altre voci che hanno contribuito sia da un punto di vista curatoriale, e penso chiaramente a Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli e Angelika Burtscher e Daniele Lupo che hanno ideato rispettivamente Dialoghi e Public Program,  sia di poetica, a partire da Annamaria Ajmone e Alice Rohrwacher e tutte gli altri interventi di artisti e artiste (e direi anche i manufatti) che punteggiano la mostra e disegnano una mappa di affetti e risonanze che travalicano le geografie e le cronologie, e ancora di progettazione vera e propria – Giulia Gaibisso, che è assistente curatrice del Padiglione è una delle persone con cui sento sempre il bisogno e il piacere di confrontarmi, perché porta sempre il suo punto di vista che è diverso dal mio e mi offre stimoli, ad esempio. Così tutto il resto del team che coinvolge tantissime persone, ciascuna delle quali è stata preziosa per la definizione di quello che oggi è il progetto nella sua interezza. Certamente è un modo di lavorare che accomuna me e Chiara perché entrambe crediamo nella forza – e nella bellezza – del gruppo.
Se penso al mio percorso, so di poter dire che le lunghe fedeltà, come anche la collaborazione, hanno strutturato il mio approccio alla curatela sin dagli inizi. Mi piace il confronto, mi piace percorrere un pezzo di strada accanto ad alcune persone, mi piace l’intreccio di arte e vita che questo produce. E penso che mettere al centro dell’istituzione la fragilità delle relazioni restituisca loro una umanità di cui credo sentiamo il bisogno in un’epoca di musei muscolari e passioni tristi.

Koyo Kouoh non ha potuto assistere all’apertura dell’edizione della Biennale che aveva concepito. Cosa significa, per una curatrice, portare avanti una visione nata dal lavoro di un’altra persona e trasformarla in una realtà espositiva? - In una certa misura, la curatela somiglia alla traduzione: noi lavoriamo a partire dal lavoro dell’artista, e costruiamo un racconto che prende forma in uno spazio dove l’opera incontra il pubblico. Ma come ogni traduttore sa, anche la nostra voce fa parte del testo che si va componendo.  Una mostra – soprattutto una personale – nasce dal dialogo e dal confronto tra artista e curatrice, e nella migliore delle ipotesi ci si spinge entrambe più in là rispetto a dove si sarebbe andate da sole. Questa consapevolezza arriva di solito ad allestimento finito, passeggiando nella mostra, in silenzio e in solitudine – ed è un momento bellissimo.
Mi sono chiesta cosa avrebbe pensato Koyo Kouoh della sua mostra, per come è stata allestita dal suo team, e penso anche che in ogni caso questa trasmissione sia in sé una lezione di curatela.

Il modello del padiglione nazionale, con la sua struttura storica legata alla rappresentanza dei paesi, convive oggi con un sistema dell’arte sempre più globale e interconnesso. Quale significato può avere oggi questa forma di partecipazione alla Biennale? - Io credo nel potere delle immagini come strumenti di critica. La struttura della Biennale di Venezia mette in figura limiti e contraddizioni del mondo in cui viviamo in maniera efficace e in un momento in cui mi sembra di poter affermare con sicurezza che assistiamo a una crisi della diplomazia internazionale, penso che i luoghi della cultura possano ancora essere terreni di incontro – e anche di scontro: perché come diceva Chantal Mouffe in un saggio da rileggere oggi, la democrazia non è consenso, ma la capacità di articolare il conflitto. La Biennale, con la sua struttura, restituisce plasticamente le contraddizioni del nostro tempo: dare forma alle cose ci permette di affrontarle con più strumenti e consapevolezza.

Le nuove generazioni vivono immerse in un ambiente dominato da immagini, informazioni e stimoli continui, che spesso riduce lo spazio dell’incertezza e della sperimentazione. Quale ruolo può avere il museo nella formazione di uno sguardo critico e come possono le istituzioni creare condizioni favorevoli alla ricerca artistica? - Il flusso continuo di immagini a cui siamo continuamente esposti produce una forma di alfabetizzazione visiva paradossale: vediamo moltissime immagini, ma perdiamo la capacità di stare dentro l’ambiguità di un’opera. Il museo, e più in generale l’istituzione artistica, restituisce tempo e spazio a questa incertezza – che è un concetto chiave del pensiero ed è anche un termine stupendo attraverso il quale ripensare al ruolo delle istituzioni oggi. Davanti a un’opera d’arte non c’è mai una lettura univoca, spesso abbiamo bisogno di tornarvi più volte, la nostra lettura è frutto di un incontro tra noi e la presenza materiale dell’opera. È un esercizio di lentezza critica che oggi acquisisce un valore quasi rivoluzionario.

Scuole, archivi, spazi indipendenti e contesti di ricerca hanno spesso anticipato nuove forme di pensiero prima delle istituzioni maggiori. Quale relazione dovrebbe costruire oggi il museo con questi luoghi e quale esperienza dovrebbe rimanere nel visitatore dopo l’incontro con un’opera o una mostra? - A partire dalla sua specificità, il museo deve costruire alleanze con il mondo della ricerca, della sperimentazione e della produzione. Università e accademie, gli spazi indipendenti, le biblioteche, le collezioni, gli studi sono tutti luoghi interdipendenti, che attraverso il dialogo, lo scambio e la collaborazione – diciamo un rapporto di reciprocità –  crescono insieme. Il museo è un’aula, il museo può temporaneamente anche essere lo studio per un artista, e viceversa le modalità di sapere e conoscenza che una mostra presenta sono modi per ripensare anche il nostro approccio alla speculazione..

Il suo lavoro nasce spesso da relazioni di ricerca che si sviluppano nel tempo, come quella con Chiara Camoni. Guardando ai prossimi vent’anni, quale spazio spera che le istituzioni sappiano ancora concedere ai tempi lunghi della ricerca in un sistema dell’arte sempre più orientato alla velocità e alla visibilità immediata? - Tu prima hai usato una parola meravigliosa, la copio: io spero che le istituzioni sappiano restare luoghi dove esercitare il dubbio e saper stare nell’incertezza.

Posted by Margherita Artoni
in Posted in Il museo necessario

Utilizzando questo sito web, acconsenti all'utilizzo di cookie cosa sono
menu
menu