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Da SegnoOnLine - Alessandro D’Aquila | L’abbecedario diottrico

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La realtà contemporanea sfugge, delude l’attitudine dell’artista alla contemplazione attiva. Fa della coscienza una duttile predisposizione al fare e rinnova nelle alternative problematiche un incentivo alla rivolta.

La realtà contemporanea sfugge, delude l’attitudine dell’artista alla contemplazione attiva. Fa della coscienza una duttile predisposizione al fare e rinnova nelle alternative problematiche un incentivo alla rivolta, che non è solo retaggio e proposta della cultura romantica, ma necessità per sopravvivere attivamente alle epoche delle immagini che ci precedono quotidianamente. Alessandro D’Aquila come tutti gli artisti impegnati nell’interlinea tra la parola e l’immagine, trae ispirazione e forza da questa consapevolezza. Decimi e diottrie misurano due parametri completamente diversi dell’occhio. Decimi: misurano l’acuità visiva, ovvero quanto riesci a vedere. Si riferiscono alla capacità di leggere le lettere della tabella (ottotipo) da una certa distanza (es. 10/10 è la capacità visiva standard). Diottrie: misurano il potere della lente, ovvero quanto deve essere forte l’occhiale o la lente a contatto (positiva per l’ipermetropia, negativa per la miopia) per correggere il tuo sensore. Non esiste una proporzionalità matematica fissa tra le due grandezze. Per fare un esempio concreto: due persone diverse con la stessa mancanza di vista, ad esempio 5/10 di acuità visiva, potrebbero aver bisogno di gradazioni diverse (es. una diottria e mezza contro tre diottrie) per raggiungere i 10/10. Senza correzione, una persona potrebbe leggere solo le prime righe (es. 2/10). Con l’aiuto di una lente (es. di -3.00 Diottrie), quella persona riesce a vedere chiaramente tutti i dettagli e raggiungere i 10/10. I raggi delle immagini che osserviamo giungono all’occhio da diverse distanze (da infinito a pochi cm di distanza dall’occhio) ed hanno bisogno di lenti convergenti per essere focalizzate sulla retina. Ecco che entrano quindi in gioco le due lenti che possiede l’occhio: la cornea con un potere diottrico statico ed il cristallino con un potere diottrico invece dinamico, ovvero in grado di adattare il suo potere alle necessità di messa a fuoco, a seconda della distanza da cui provengono le immagini. L’occhio normale, che focalizza perfettamente le immagini sulla retina, è detto emmetrope. In tale situazione le immagini cadono perfettamente a fuoco sul piano retinico ed hanno un aspetto rovesciato rispetto all’immagine reale e la visione risulta perfettamente nitida. Man mano l’immagine si avvicina all’occhio, il cristallino provvede ad aumentare il proprio potere modificando la propria curvatura per mantenere un’immagine correttamente focalizzata. Oltre ad una certa vicinanza l’occhio perde la capacità di focalizzare le immagini. Le lettere dell’alfabeto e della significazione poetica si succedono secondo un ordine visivo fissato nell’antichità. Si ritiene che la realizzazione del primo alfabeto risalga alla metà del II millennio avanti Cristo a opera di popoli semitici della Siria e della Palestina, che idearono l’uso delle lettere e associarono a ciascuna di esse un segno grafico derivandolo dai geroglifici egiziani.

La poesia di A. D’Aquila è nostalgia della parola visiva e magnificenza della scatola luminosa, che entra in contatto con il nostro sguardo, distensione e accoglimento, mossa del gusto della riscoperta poetica e libera da costruzioni e giudizi di valore. Ogni esergo contiene in sé un’esistenza dell’immagine significante, una qualità degna di rappresentare il principio fonico che, tra la lettera e l’interlinea della frase, viene offerto al lettore: perfetta coincidenza di sintagma e idillio visuale, scrive la sincronicità di ciò che si riconosce nell’origine della parola e del concetto. In effetti, l’entusiasmo – il before language – di D’Aquila non elude, perché non visualizza se stesso, ma si applica, con un’energia propulsiva al massimo, ad una ricerca fondamentale: quella degli elementi primi della percezione e del campo pre-linguistico del vedere. Insomma, lì dove si posa la lettera, l’orizzonte dell’alfabeto, il segno, la fonetica, l’unità significante pre-propositiva come nello slanguage ordinato del pre-compositivo, lungo la frase e la consonanza, l’abbecedario si fortifica non più in termini di rigorosa esplusione della sensazione, come nel neo-grammaticalismo, bensì utilizzando la lontana eco di un mondo visto e attraversato in una metamorfosi senza fine, ai confini dei suoi elementi puri.

La parola (e la pre-parola) di D’Aquila viene fuori dalle prime opere alle ultime, sempre attraverso una semiosi semplice, chiara, inequivocabilmente razionale, che parte dalla più giusta e disinteressata delle retoriche pre-linguistiche. La semiotica del prelinguistico “visualizza” il sistema di scrittura e lettura tattile ideata da Louis Braille nel XIX secolo come un codice visivo strutturato, basato sulla percezione aptica (tatto) piuttosto che frontale. Non è una semplice trasposizione dell’Alfabeto latino, ma un campo di segni autonomi basato su combinazioni di punti in rilievo all’interno di una cella prelinguistica definita. In sintesi, la semiotica dell’abbecedario puntinista trasforma l’informazione visiva in un linguaggio tattile, dove il senso non viene “visto” ma toccato, attraverso la configurazione spaziale di punti in rilievo. Il lightbox di D’Aquila è un metodo di lettura e di scrittura per ultravisionari e ottometrici. Avviene attraverso l’utilizzo di una scatola luminosa e di simboli univoci, diffusi a livello orizzontale. Il codice-lightbox alla base dell’espressione di D’Aquila è composto dal testo poetico, dalle lettere dell’alfabeto, il puntismo Braille e la scelta plastico-cromatica, in uno spazio che corrisponde a quello della distanza percettiva e fisiologica del dito indice. La combinazione dei punti è possibile in tanti modi diversi e permette alle persone con volontà interattiva di isolare l’autenticità dello sguardo! Lo sguardo dello spettatore, in questa prospettiva, non può che vedere quei “media”, altrimenti non avrebbe alcun motivo per cosiderarli.

Before Language / Prima del Linguaggio, curata da Simone Marsibilio, presenta opere che a prima vista non sembrano avere nulla a che fare con la parola tradizionale e, in effetti, spesso sono frutto di sperimentazioni tanto radicali da diventare qualcos’altro. Sono, dunque, lettere e parole irreali, nel senso più comune di sintattica, ma sono del tutto reali in quanto materiali e materiche, tangibili e spesso uniche, più simili a un lessico ricomposto, metonimico, che a una scatola illuminata e riproducibile all’infinito. Si tratta di un modo per affermare l’importanza dell’oggetto fisico, in un mondo che va smaterializzandosi e in cui la distanza dalle parole, dalla vis poetica, sono fruite per pochi istanti su schermi piccolissimi. Ciò nonostante gli artisti non rifiutano il mondo digitale per rifugiarsi in un passato analogico: spesso, l’enunciazione del Before Language presenta ibridazioni con le nuove tecnologie, grazie all’uso delle trasparenza e delle possibilità di trasformare la parola in acetato, il lessico in cabina-vetrata, in una prospettiva di duplicazione polisegnica dei negativi “grafematici” o dei punti “glossematici”.

Posted by Gabriele Perretta
in Posted in Altre mostre

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Alessandro D’Aquila - 
Before Language / Prima del Linguaggio - Marignana Arte, Venezia - dal 22 maggio al 5 settembre 2026

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