Da SegnoOnLine - Vicky Polak a Venezia: corpo, memoria e territorio
10 & zero uno presenta a Venezia I Dreamt the Streets Were Made of Water, personale di Vicky Polak dove combina riferimenti antropologici e mito per studiare la figura femminile in relazione al territorio e alla memoria.
Gli ambienti di 10 & zero uno accolgono I DREAMT THE STREETS WERE MADE OF WATER, personale dell’artista Vicky Polak a cura di Julia Terzano. Il progetto, presentato al pubblico veneziano, è accompagnato dal contributo critico di Chiara Celoria, Il femminile respira terra, che si propone come una lettura parallela e complementare al percorso delineato dalla curatrice.
Polak lavora tra cinema, fotografia e antropologia visiva, ambiti che confluiscono in una pratica capace di combinare approccio documentario e ricerca visiva attorno a temi ricorrenti come memoria, identità e trasmissione culturale; è proprio questa ricerca, sviluppata nel tempo, che la mostra restituisce riunendo diversi nuclei fotografici come parti di un unico percorso. I primi due capitoli, Seismic Gestures e Topographies of Ritual, sono ambientati in territori caratterizzati da una forte presenza geologica: Lanzarote, Tenerife e l’entroterra gallese. La roccia diventa il punto di contatto tra il corpo e il territorio, ma anche uno spazio nel quale possono essere lette tracce della memoria collettiva. Le fotografie mostrano una figura femminile priva di volto e di nome mentre entra in relazione con il paesaggio. Il gesto assume talvolta una dimensione rituale, mentre la nudità viene presentata dall’artista come una condizione autentica, non allegorica.
La ricerca prosegue con Offerings to Crystalline Waters, il ciclo più recente, nel quale la terra lascia spazio all’acqua e il rapporto con il paesaggio assume una forma diversa. Da quattro anni, a ogni ritorno a Venezia, Polak affida una moneta alle acque della laguna, rivolgendosi alla dea del mare e associando il gesto alla promessa di tornare. Il rituale mette in relazione il desiderio individuale con la memoria familiare e con le origini dell’artista. È in questo passaggio dalla materia solida a quella liquida che si inserisce anche il titolo della mostra: cambia l’elemento naturale, ma restano centrali le questioni legate alla memoria, all’appartenenza e alla relazione tra individuo e territorio. L’acqua diventa così il luogo in cui si incontrano assenza, memoria e continuità, proseguendo una ricerca che, pur trasformandosi, mantiene costanti i propri interrogativi.
Un ruolo importante è svolto dalla tecnica utilizzata dall’artista. Polak lavora infatti con la sovrimpressione analogica, facendo convergere due scatti in un unico fotogramma direttamente in macchina, con un risultato che può essere verificato soltanto dopo lo sviluppo in camera oscura. La componente imprevedibile del procedimento è parte integrante del lavoro, tanto che Polak ricorre spesso a un lessico legato all’alchimia per descrivere questo processo, mettendo in relazione la trasformazione dell’immagine con quella della luce e della materia fotografica.
All’interno di queste immagini il corpo non svolge soltanto la funzione di soggetto, ma diventa il punto attraverso cui si incontrano memoria, appartenenza e geografie differenti. Le fotografie mostrano un rapporto fisico con il paesaggio: mani premute contro la terra, piedi immersi nell’acqua, parti del corpo che sembrano confondersi con la pietra o con la superficie dell’onda. È a partire da questa dimensione che Chiara Celoria, nel contributo Il femminile respira terra, mette in relazione il lavoro di Polak con Picnic at Hanging Rock, il film diretto da Peter Weir nel 1975 e tratto dal romanzo di Joan Lindsay. Celoria individua in questa vicenda un elemento di vicinanza con le fotografie di Polak, nelle quali una figura femminile si muove verso una destinazione non definita, in una condizione sospesa tra veglia e visione, tra riconoscibilità e dissolvenza dell’identità.
Il contributo critico introduce inoltre la figura della strega, riletta non come presenza minacciosa ma come depositaria di un sapere ancestrale, richiamando le guaritrici che tra Cinquecento e Seicento furono progressivamente percepite come una minaccia all’autorità costituita e alla medicina ufficiale. In questa prospettiva, il riferimento a Silvia Federici e a Calibano e la strega collega la caccia alle streghe all’affermazione del capitalismo e a un nuovo ordine sociale e corporeo, segnato dalla separazione tra corpo e natura. Un ulteriore riferimento è il documentario Witches di Elizabeth Sankey, che mette in relazione la rappresentazione cinematografica della strega con l’esperienza personale della regista, segnata dalla depressione post partum. Il film avanza l’ipotesi che alcune delle donne processate come streghe potessero essere madri alle prese con una relazione difficile e dolorosa con la propria maternità.
All’interno di questa cornice, la figura femminile fotografata da Polak può essere letta come una strega contemporanea, distante dalla rappresentazione della strega come minaccia. Il suo rapporto con la natura mantiene una dimensione materna, senza tuttavia coincidere con la genitorialità biologica. Nelle immagini compaiono infatti altre presenze femminili, alcune visibilmente gravide, attraverso le quali la generazione della vita può essere intesa in un senso più ampio. Generare e trasmettere energia vitale diventano così possibilità non necessariamente legate alla maternità, ma alla capacità di stabilire una relazione con il paesaggio e di riconoscervi una forma di appartenenza.
In I DREAMT THE STREETS WERE MADE OF WATER, attraverso la fotografia analogica, l’artista combina riferimenti antropologici, immaginario mitico e sperimentazione tecnica, costruendo immagini nelle quali il paesaggio non costituisce soltanto uno sfondo, ma partecipa alla relazione tra corpo, memoria e territorio. 10 & zero uno presenta a Venezia questo percorso, nel quale appartenenza e lignaggio vengono affrontati come elementi legati alla memoria, alla trasmissione e al rapporto con i luoghi. Dalla terra all’acqua, le immagini di Polak seguono una ricerca che continua a interrogare il modo in cui il corpo può diventare luogo di relazione tra individuo, ambiente e memoria.
Posted by Alice Salta
in Posted in Altre mostre
____________________________________________________
I DREAMT THE STREETS WERE MADE OF WATER - Vicky Polak - 10 & zero uno, via Garibaldi Castello1830, Venezia
a cura di Julia Terzano - dal 3 luglio al 29 agosto 2026











