Quartetto veneziano: a Palazzo Grassi e Punta della Dogana quattro mostre per leggere il presente - Da SegnoOnLine
Domenica 29 marzo 2026 Palazzo Grassi e Punta della Dogana aprono le porte a una nuova stagione espositiva che si configura come una vera e propria polifonia di voci provenienti da diversi angoli del mondo.
Nelle due sedi veneziane della Pinault Collection prendono forma quattro mostre – Michael Armitage The Promise of Change e Amar Kanwar Co-travellers a Palazzo Grassi, Lorna Simpson Third Person e Paulo Nazareth Algebra a Punta della Dogana – in cui memoria, storia e attualità concorrono a costruire una riflessione condivisa sulla contemporaneità.
Come sottolineato in conferenza stampa dal direttore Bruno Racine, Palazzo Grassi e Punta della Dogana si presentano con una formula espositiva differente: quattro mostre distribuite nei due spazi veneziani. Le esposizioni presentate “segnano bene l’evoluzione della collezione che corso del tempo si è sempre più allargata per poter offrire un panorama globale della scena contemporanea”. Non si tratta di una selezione casuale: le coppie di artisti, pur lavorando con linguaggi diversi, condividono tematiche in risonanza tra loro, creando un dialogo diffuso tra le sedi.
Il percorso alla Punta della Dogana si apre con Third Person di Lorna Simpson. A partire dalla metà degli anni Ottanta, facendo eco alla pratica di artiste concettuali e femministe afroamericane come Adrian Piper e Lorraine O’Grady, e a quella di David Hammons, Simpson sviluppa un approccio innovativo alla fotografia, indagando i meccanismi di costruzione dell’immagine e decostruendo le narrazioni visive. Negli ultimi dieci anni la sua pittura ha aperto nuove direzioni: immagini d’archivio serigrafate, sovrapposizioni e ricoperture fanno emergere presenze instabili, in cui l’arte dialoga con la scrittura. Opere come Cliffs (2025) e Painting (2025) introducono figure femminili monumentali che evocano muse sospese tra visibile e invisibile.
La pittura convive con la scultura già nella prima sala, dove Black Totem condensa una sedimentazione di memoria familiare: una pila di riviste lette da madre e nonna dell’artista si innalza fino a circa sei metri. Nella sala successiva, i dipinti dialogano con blocchi di porfido sormontati da ciotole musicali in ossidiana. Vibrating Cycles, presentato qui in larga scala, mette in relazione una dozzina di elementi scultorei con sei tele.
Di grande fascino è la serie di fotomontaggi: fotografie d’epoca vengono trasferite tramite serigrafia e sottoposte a riquadrature, alterazioni della trama e cambiamenti di scala. In Then & Now i disordini di Detroit del 1967 emergono attraverso esplosioni visive stratificate; in Three Figures sagome diafane evocano proteste del movimento per i diritti civili; in Black Nebula la tela diventa un campo instabile di memoria. In Polka Dot & Bullet Holes #2 decorazione e violenza si confrontano: i pois di un abito dialogano con segni simili a fori di proiettile, trasformando la superficie pittorica in una tensione tra bellezza e crudeltà.
Al secondo piano della Punta della Dogana, Algebra di Paulo Nazareth trasforma lo spazio espositivo in una nave, evocata da una linea di cumuli di sale. Il riferimento è al “tumbeiro”, termine portoghese per indicare le navi negriere che attraversavano l’Atlantico. Il percorso, concepito da Fernanda Brenner a partire da un nucleo di opere della Pinault Collection, richiama la funzione originaria dell’edificio, luogo di controllo e tassazione delle merci. Il passato delle navi cariche di schiavi si sovrappone al presente delle migrazioni contemporanee.
“Nazareth sceglie Algebra come titolo per questa mostra, dall’arabo al-jabr, che significa sia «ricomposizione di parti rotte» sia «riposizionamento di ossa rotte». […] L’algebra, nella sua essenza, è un metodo per individuare le incognite, isolando ciò che manca dai sistemi di relazioni […] Nazareth risolve le equazioni in modo diverso. La sua pratica opera attraverso un intreccio radicale; le sue opere non possono essere percepite come oggetti autonomi […] ma piuttosto come lavori rituali che attivano relazioni con forze che superano qualsiasi singola mostra.”
Nella torre, Mama introduce una dimensione partecipativa: ritratti di madri disegnati dai visitatori vengono appesi nello spazio, trasformando l’opera in un gesto collettivo dedicato alla maternità e alla memoria condivisa.
A Palazzo Grassi le sale sono dominate dai grandi dipinti di Michael Armitage, affiancati dalle installazioni video di Amar Kanwar. Armitage, nato a Nairobi, utilizza una pittura materica e narrativa per raccontare migrazioni e spazi liminali.
Come sottolinea Salman Rushdie in catalogo: “Nei grandi dipinti di Michael Armitage, gli esseri umani versano in situazioni estreme, umanità e sopravvivenza sono messe in discussione, volti e corpi ci mostrano forza, disperazione, perdita, vuoto, coraggio. La frontiera è un crogiolo, così come lo sono il mare e ogni spazio liminale che uomini e donne devono attraversare per sopravvivere, ostacolati da forze potenti, a cui non importa se questi esseri umani in crisi sopravvivono o soccombono.”
Chiude il percorso Co-travellers di Amar Kanwar, autore che dagli anni Novanta esplora la politica del potere e della resistenza attraverso film e opere multimediali. Documenti d’archivio, testimonianze e immagini poetiche compongono una narrazione stratificata.
The Torn First Pages (2004-2008) racconta la lotta per la democrazia in Birmania, omaggiando il gesto del libraio Ko Than Htay che strappava la prima pagina dei libri contenente le dichiarazioni della dittatura militare.
Ma è The Peacock’s Graveyard (2023) a colpire maggiormente: sette schermi immersi nell’oscurità creano una coreografia visiva accompagnata da un raga eseguito dal pianista Utsav Lal. “Immersa nell’oscurità viene presentata l’opera più recente dell’artista The Peacock’s Graveyard (2023). […] Sette schermi invisibili […] tessono una coreografia fluttuante […] Amar Kanwar non filma figure né usa voci […] In questi cinque racconti […] si incontrano un sacerdote furioso, un boia a cui un albero impartisce una lezione […] Kanwar descrive queste favole […] come strumenti che ci aiutano a regolare il rapporto con il mondo.”
Le quattro mostre, definite “Quartetto veneziano”, “delineano un racconto condiviso in cui le opere dialogano per interrogare le tensioni del presente, rivisitare le immagini e le narrazioni che modellano il nostro sguardo e aprire nuovi immaginari. Attraverso la complementarità dei suoi spazi, Pinault Collection afferma un’idea fondamentale: l’arte contemporanea costituisce uno spazio privilegiato per comprendere e pensare il nostro tempo”.
Palazzo Grassi e Punta della Dogana si configurano così come luoghi di esperienza e riflessione, in cui le opere incontrano lo sguardo dei visitatori e suggeriscono nuovi modi di percepire il mondo. Un quartetto che suona come una partitura corale sul presente, tra storia, memoria e immaginazione.
Le mostre, accompagnate da quattro splendidi cataloghi, chiuderanno domenica 22 novembre 2026 a Punta della Dogana e domenica 10 gennaio 2027 a Palazzo Grassi.
Posted by Roberto Sala
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